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giovedì 4 luglio 2013

Strazio

Era il settembre 2011:
Hanno sbagliato. Certo, hanno sbagliato a non rassegnarsi. Hanno sbagliato, forse hanno perso tempo. Forse hanno tentato troppe strade.

Però lui, parlando di sua figlia, piangeva come un vitello. E lei, comunque stiano i torti e le ragioni, si sforzava, lo vedevi, di dare un'impressione di equilibrio e di compostezza, sapendo bene che gli assistenti sociali e i giudici guardano molto a ogni segno di debolezza o di agitazione.

La coppia di Mirabello Monferrato è anziana, troppo anziana per avere in casa una bimba di un anno con tutte le sue esigenze.

Sicuramente i servizi sociali hanno studiato a lungo il caso. Certo, hanno pensato a togliere la bimba alla famiglia prima possibile, per minimizzare il suo trauma. Noi insegnanti sappiamo che è praticamente IMPOSSIBILE togliere un figlio già grande alla sua famiglia, se i genitori sono vivi e a piede libero. Altrimenti sai che lista di ragazzini maltrattati, torturati psicologicamente, picchiati, abusati, potremmo fornire ai tribunali.

Però.

Però io penso che prima di farsi fecondare in Spagna quella signora ha tentato, stando ai giornali, DIECI fecondazioni assistite. E fatto col marito DUE volte l'iter per l'adozione. Certo, se non hai fortuna con la fecondazione e ti respingono non una ma due volte per l'adozione, devi considerare seriamente l'idea che i figli, pur essendo una cosa meravigliosa, forse a te non toccheranno, e potrai, dovrai, sopravvivere lo stesso.
Ma dall'esperienza di una lontana amica che ha fatto la fecondazione (con successo al secondo tentativo, e poi si è categoricamente rifiutata di sottoporsi al terzo) e dalla visione ancora parziale della giostra dei servizi sociali su cui stiamo per cominciare a girare, posso affermare che la vita di questa donna e di suo marito sono state un continuo entrare e uscire da ospedali, sottoporsi a esami, assumere ormoni, sdraiarsi su lettini e essere palpati a destra e a manca, riprendersi da aborti, denudare il proprio animo e le proprie motivazioni davanti a psicologi, essere messi in discussione, criticati, giudicati, sezionati, discussi.

Per carità, la monomania esiste. Queste due persone hanno speso vent'anni della loro vita nel tentativo di avere una famiglia, e in fondo potevano amarsi, fare dei viaggi, prendere cinque gatti e tre cani, e consolarsi tra loro della ferita terribile di non aver dato il loro nome e i loro lineamenti a un figlio.

Però.

Penso ai vicini di casa che hanno denunciato dopo un solo mese che la bambina non veniva adeguatamente curata. Magari le hanno salvato la vita, sì. Ma che ne sai tu di come viene preso in un paesino il fatto che l'ex sindaco e sua moglie vadano in Spagna a farsi fecondare quando lei ha quasi sessant'anni.

Penso a quell'omone con il viso affondato tra le mani che singhiozzava. A lei, coi suoi occhialini da bibliotecaria, alla sua vita in mezzo ai libri, nel silenzio, tra una cura ormonale e l'altra, tra un colloquio con gli psicologi e l'altro.

Penso alla Fata Bionda che mi dice testualmente: "Stai attenta, perchè gli psicologi del servizio adozioni saranno molto duri con voi, vi faranno piangere, vi sentirete accusati, attaccati, colpevolizzati, messi in discussione per quello che siete. A me hanno chiesto di entrare a far parte della commissione, ma ho rifiutato, perchè non voglio trattare così le persone, anche se loro lo fanno per testare la vostra idoneità."

Penso a quando all'asilo la bidella mi chiamava: "E' arrivato il nonno a prenderti", e io con tono scocciato le rispondevo: "Non è il nonno, è papà." E ai trentacinque anni miracolosi che ho finora condiviso con quell'uomo serio, equilibrato, elegante, oggi così provato dalla vecchiaia, così testardo e così fragile; penso alla sua delicatezza quando mi avvolgeva nell'accappatoio dopo il bagno e frizionava tutto lo scriccioletto di bambina che ero, facendomi ridere, penso a quella volta che mi si è quasi congelato un piede sciando e me l'ha massaggiato per un'ora tenendolo dentro al suo berretto di lana, penso a tutte le lezioni di storia che gli ho ripetuto, a tutte le litigate che abbiamo fatto, a tutti gli spicchi d'arancia che abbiamo mangiato insieme in cucina la sera tardi. A tutte le volte che non ne potevo più di mia madre, degli uomini o della vita e lui mi ha ascoltato.

Mi chiedo se la bimba va a stare meglio, con genitori giovani e dinamici, o se le stanno togliendo vent'anni e passa di vita con una mamma con gli occhiali, che le leggerebbe o farebbe trovare sul comodino dei libri bellissimi, e un papà con le manone grandi che le costruirebbe la casa della bambole in garage e la abbraccerebbe tutte le volte che si sente giù.

Io mi fido dei servizi sociali piemontesi, mi pare che le persone che abbiamo incontrato finora siano dei veri professionisti, attenti, scrupolosi.

Sono convinta che sappiano quello che fanno.

Alla Fata Bionda ho risposto con una certa serenità che sì, ho paura dei colloqui con le psicologhe, che so che potrebbero non giudicarmi adeguata. Che le motivazioni che abbiamo da offrire io e l'Uomo sono nebulose anche per noi. Che però capisco che è il loro lavoro, fare domande carogna, fare l'avvocato del diavolo, vedere in che punto la facciata crolla, vedere se le fondamenta sono solide.

Che se tra dieci anni saremo ancora senza figli non faremo stronzate tipo costringere il mio utero a produrne comunque uno o pagare un trafficante di bambini dell'Asia di Sudest.

Però nessuno mi leva dalla mente il pianto di quel papà.

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