Daisypath - Anniversary

Lilypie - Countdown to Adoption

martedì 25 novembre 2014

Io non ho (quasi più) paura


Il momento in cui ho capito di essere diventata fortissima è stato il giorno in cui ti hanno detto che il tribunale ha tolto la patria potestà ai tuoi genitori naturali.

Quel giorno hai pianto così disperatamente da spezzare il cuore a chiunque.

A noi lo avevano detto mezz'ora prima, in tua assenza. E avevamo tirato un sospiro di sollievo. Perchè per noi, togliere la potestà a loro è un'altra garanzia che non possano più farti del male, e che potrai restare con noi. Abbiamo guardato la data del provvedimento. Era stato emanato il giorno del nostro decimo anniversario di nozze. Ci ha fatto effetto. Erano anche passati 5 mesi esatti dal giorno in cui avevamo firmato per prenderti in affidamento.

Hai pianto con dei singhiozzi enormi. Ma stavolta, uscendo dall'incontro coi servizi sociali, hai pianto tra le mie braccia, e poi tra quelle dell'Uomo. Al ritorno, eri in auto con me. Abbiamo parlato cautamente, non volevo farti soffrire. Ma quando mi hai chiesto come l'avevamo presa noi, ti ho detto la verità. Mentre lo facevo, di colpo ho capito che ormai sono sicura al 1000% di cosa stiamo facendo, e di come lo stiamo facendo. Sicura e forte. E ho visto che hai capito anche tu. Hai sorriso.

Pochi giorni prima avevamo litigato e tu mi avevi insultata, spintonata, graffiata e mandata a fare in culo urlando. Mi avevi fatto spaventare, piangere e tremare. Avevi mollato un calcio al gatto. Avevi sputato dal terrazzo. Avevi fatto incazzare così tanto l'Uomo che alla fine persino lui ti aveva girato un manrovescio da staccarti la testa dal collo. Avevi dichiarato (e menomale che era solo una provocazione) che non saresti più andata a scuola, causandomi un dolore quasi fisico: perchè la tua scuola è il mio personale successo, io ci ho creduto contro tutti gli altri compreso l'Uomo, io ho insistito, io ho sposato la causa facendomi un culo negro dietro ai tuoi compiti, io ti ho prospettato le scelte possibili, io ti ho iscritta, io ti ho comprato i libri i quaderni lo zaino e tutto fino all'ultima matita, io ti ho sostenuta sempre nel tuo progetto. Tra mandarmi a fare in culo e dirmi che avresti lasciato la scuola c'era lo stesso divario che tra darmi un pizzicotto e aprirmi la pancia con una lama. Mi hai fatto male. Ci hai fatto male.  

Eppure quella sera, quando sei scoppiata in lacrime, noi eravamo lì per te. E io non avrei mai voluto essere altrove. Dirti con calma, cercando di non ferirti, che dal nostro punto di vista il decadimento della patria potestà era un passo avanti, era il mio modo di dirti che ormai posso farmi carico di ogni tuo dolore, anche quando lo manifesti nel modo sbagliato. Di dirti che noi comunque solo te vogliamo, e per sempre, e più sei una stronza patentata quando ti metti di traverso, più ci studiamo con ingegno come averti.

Quella stessa sera, parlando, ho provato a spiegarti come mi sento. Ti ho detto che quando una cagna allatta un gattino in mezzo ai suoi cuccioli, non puoi più spiegarglielo, che il gattino è di un'altra specie. Che a me non interessa da che gatto sei nata. Che hai preso il latte da me, adesso, e sei mia.
Mentre lo dicevo mi rendevo conto che non ci avevo mai pensato prima. E che non esisterà mai più un modo migliore di questo per spiegare come mi relaziono con la tua famiglia d'origine, e come ora tu fai parte della mia.



sabato 13 settembre 2014

24

24 sono le ore che mancano al primo giorno di scuola superiore vera della Princi.

E all'inizio della nostra seconda settimana di scuola.

24 ore.

E poi lei, a 17 anni, entrerà in prima superiore. Con in mano il diario e la biro per segnarsi tutto quel che c'è da sapere.

Ho paura.

mercoledì 6 agosto 2014

Mia madre si è sbagliata

Oggi alle cinque di pomeriggio mi sono rimessa in pigiama, perchè ne avevo fatte più che Carlo in Francia, compreso pagare 8800 euro tra bollette, multe e amministrazioni arretrate, e volevo un momento di pausa, con l'Uomo tornato finalmente da Genova e la Princi e Deliziosa, la sua amica che è ospite da noi, fuori con gli amici, giù al centro sportivo (collezioniamo multiple gite in farmacia per piccoli incidenti, il dito ammaccato da una schiacciata a beach volley, una pallonata in faccia a calcio, ma siamo passati da "oddio il dito sarà rotto? Ahia papàààà andiamo al pronto soccorso ho male ahia" a "aspetta me la faccio da sola la fasciatura, ho visto la volta scorsa come si fa, il Voltaren ce l'ho già messo").

Ho aperto il romanzo che stamattina mi ha dato mia madre, di Valeria Parrella, e sono precipitata nel terrore. Perchè è la storia di una madre che ha paura. E io in fondo,come madre, sono costruita interamente sulla paura.
La paura che mi portassero via la Princi. La paura di non saperla proteggere. La paura di non essere sulla stessa sintonia dell'Uomo quando interveniamo nella sua educazione.
La paura di chiederle troppo.
La paura di vederle imparare troppo poco.
La paura della droga. La paura della droga è seconda solo alla paura di una gravidanza precoce. La droga, le pasticche, gli spinelli, mi gettano nel terrore. Istintivamente la annuso e le guardo il colore della sclera ogni volta che la vedo rientrare in casa. E' pulita. Ma cosa faremmo se un giorno non lo fosse?

Poi in questi giorni sono successe alcune cose che mi hanno fatto riflettere.

Il primo luglio raggiungo l'Uomo, i suoi colleghi, i suoi alunni e la Princi alla festa di fine anno. Che lui organizza al mare, in un baracchino paradisiaco che fa il fritto di pesce sulla terrazza di legno davanti alla spiaggia, e poi si mette la musica e i ragazzini ballano. Essendo in riviera di Ponente, vengono a cena anche i suoceri, quelli liguri. Il Suocero Aggiunto va via prima di cena, perchè ha il Gigantesco Mostro Bavoso da portare a casa, lei invece si trattiene un po' di più e quando arrivo è ancora lì. Io vengo dai casini inenarrabili che sappiamo e da una grande stanchezza lavorativa, è il primissimo giorno senza impegni scolastici, e mi godo tantissimo l'essere lì, con un vestitino leggero, le scarpe aperte con il tacco, l'aria di mare sulla pelle, il buio, la musica. Arrivo, e non mi pare vero di sedermi in pace davanti alla Biosuocera, con mio marito vicino, e per prima cosa chiedo se la Princi ha mangiato, come sta etc. Ho voglia di parlare di lei, è il primo giorno che è sul serio nostra figlia anche sui documenti, sono elettrizzata dal senso di euforia che mi dà questa consapevolezza. La Biosuocera mi dà corda fino a un certo punto. Poi quando si alza per andarsene la accompagno alla macchina, approfitto per accendermi una sigaretta, e appena siamo fuori portata d'orecchio rispetto agli altri lei attacca, a bruciapelo:"E certo però che è grande, insomma, questa è una cosa a termine, tra un anno ha diciotto anni, ragazzi! Sicuramente può andar bene per fare un'esperienza, però non è, voglio dire, è grande..."
Lo ripete tre volte, tra lo stabilimento balneare e la macchina. Io non replico.
Mia figlia. Mia figlia va bene per fare un'esperienza. E menomale che mia suocera è una donna dolce e accogliente, che ha lavorato nel sociale tutta la vita, una che mai più mi sarei aspettata facesse un discorso del genere, e così il fattore sorpresa mi ha impedito di reagire a caldo. Ma ho passato un mese intero a coltivare uno sbalordito senso di offesa, talmente profondo che rischia di durare nei secoli.

Poi qui in montagna ne succede un'altra, di segno opposto.

La Princi sta tornando da uno dei suoi giri in paese, arriva lungo la stradina e incrocia mia madre, in vacanza nel palazzo di fianco al nostro. E mia madre, che mi aveva salutato un minuto prima, le dice: "Oh ciao. Tua mamma è appena salita in casa".
La Princi arriva su e mi riferisce, esterrefatta, questa frase. Io sono seduta con in mano spazzola e phon, lei mi sta raccogliendo tra le dita le ciocche da pettinare, e la sensazione che mi fa è quella che la stanza si sia letteralmente ribaltata, come per un terremoto. Una cosa tipo quelle onde che ti incappellano all'improvviso mentre stai nuotando e ti fanno fare un giro completo su te stesso.
"Ha detto così?"
"Sì...non me lo aspettavo."
"Nemmeno io."
"Mi ha fatto un effetto!"
"Sapessi a me."

Poi dopo un paio di giorni siamo a passeggio, io e mia madre, e io (che ormai parlo solo della Princi, in effetti) le racconto:
"Sai, l'altro giorno la Princi era con le ragazze che ha conosciuto qua, e una le dice: ma non vi assomigliate, tu e tua mamma. E un'altra: ma io l'ho vista con suo papà, non somiglia nemmeno a lui! E la terza interviene: no aspettate, vi spiego una cosa... Che scena, ma che ridere quando me l'ha raccontato. Io le ho detto: e tu stavi zitta? M'ha risposto: non sapevo cosa dire!"
Mia madre ride. E poi mi fa: "L'altro giorno mi sono sbagliata, l'ho incontrata e le ho detto: tua madre è in casa..."
"Sì, me lo ha raccontato, le ha fatto effetto."
"No sai, poi ho pensato che magari... cioè, non sapevo se potevo."
"Sì, che potevi" ho risposto. E poi, un po' tra i denti, ma forse non ha sentito perchè parlava già d'altro: "Più che altro, non sapevamo se volevi."

E dopo molti altri giorni non mi levo dalla testa il senso di vertigine che mi ha dato.

Passo il tempo a dire all'Uomo, e mica solo a lui, che non possiamo aspettarci che gli altri capiscano. Che non possiamo pretendere che si immedesimino. Ma poi mi rendo conto che dentro di me ci sono baratri bui, dove precipitano con un tonfo sordo le parole cattive o sbadate delle persone, come quelle di mia suocera, e altri nei quali all'improvviso si accende una fosforescenza sotterranea, quando succede una cosa come questa, una frase di mia madre che le scappa detta contro la sua volontà e rivela un riconoscimento a cui io avevo già rinunciato in partenza.

Così il libro della Parrella mi fa venire l'agitazione. Perchè è la storia di un figlio diverso dagli altri, che rende la madre diversa dalle altre. E del mondo alla rovescia vissuto da chi ha un figlio con un handicap. Chi muore di terrore anche quando va tutto bene. Perchè il suo tutto bene è sempre un tutto bene fuori dal normale, un tutto bene fatto di solitudine, che gli altri non conoscono. E tutto è sovvertito e le leggi di natura sono relative e la paura è sempre lì.

Diventare genitore di una persona che ha vissuto sedici anni senza di te è molto simile. Io la prendo quasi sempre bene. Ci scherzo sopra di continuo, e la scenetta delle tre amiche a cui non tornano i conti delle somiglianze mi ha fatto ridere di cuore. Ma la Princi vuole le lenti a contatto colorate, perchè sia io che l'Uomo abbiamo gli occhi verdi e lei è stufa di non avere niente in comune con noi.

E a me oggi è tornata in mente una scena di un due o tre anni fa, quando sono andata dal mio medico e gli ho chiesto delle sue figlie, tre meravigliose ragazze ormai grandi: due figlie naturali, e la più giovane adottiva. E lui mi ha detto, con tono afflitto, che a casa erano tutti un po' in crisi, perchè aspettavano un nipotino, e invece c'era stato un aborto spontaneo. E ci erano rimasti male.
"Ma Doc, c'è qualcosa di grave, o è stata una cosa così, di quelle che capitano, come è successo a me?"
"Ma no, è un incidente, non ha nessun motivo in realtà per non riuscire ad avere figli."
"E allora arriveranno, vedrai."
"Sì, lo so... ma è la figlia che abbiamo adottato in Brasile, sai, e allora... forse c'era un po' di, sai... aspettativa in più..."
E gli è venuto da piangere. Al mio Doc, che prende sempre per il culo tutto e tutti.
Capivo, allora, che ci fosse un investimento diverso, su di lei, rispetto alle altre due. Un desiderio ancora più grande di realizzare cose belle e buone, l'incredulità di fronte a successi inizialmente insperati. Ma adesso capisco molto meglio.
 

 
 

domenica 3 agosto 2014

Briefing et cetera


Oltre ad essere manesca, fedifraga e ovviamente inesperta, sembro, e probabilmente sono, una madre deplorevole anche per il fatto che non racconto più niente da mesi, su questo blog.



Il che va ascritto però non solo al mio stato di grandissima agitazione interiore dovuto alla disastrosa primavera, ma anche al fatto che le cose tra noi e la Princi in ogni istante cambiano, evolvono, e contemporaneamente si radicano e si innervano nella quotidianità.



In questi mesi la Princi ha terminato il suo corso da parrucchiera, con buoni risultati. Si è fatta dare il benservito dalla sua datrice di lavoro dello stage, che a più riprese le aveva proposto di restare come apprendista. Ha a sua volta dato il benservito al Bimbominkia, e per ora, sebbene mi abbia parlato di enne alla miliardesima bei ragazzi interessanti, non sembra averlo sostituito con un altro titolare. E' uscita definitivamente dalla comunità. Vive da noi. Ha fatto l'animatrice dei più piccoli al centro estivo della parrocchia di Paesino a Punta. E' stata arruolata come animatrice (ma non è stata per nulla utile in tal senso) al campo estivo della parrocchia medesima, dove si è portata anche me, in veste di mamma ad interim di 90 minorenni. Infine è partita con noi per la montagna.



Non penso siano queste le cose che contano, però. Penso che quel che importa siano tutti quegli indimenticabili attimi di cui non ho scritto sul blog, sebbene mi traversasse il cervello, veloce come una stella cadente, il pensiero che avrei dovuto immortalarli.

O, ancor di più, tutte le abitudini che ora contraddistinguono la nostra vita.

E i lunghi discorsi che facciamo.



Non si raccontano facilmente queste cose.



Come potrei trasmettere il momento in cui l'ho vista alla stazione che mi aspettava, la sera del giorno in cui è morta la mia collega, e il mio spirito completamente stravolto dal dolore improvvisamente ha registrato che la sua presenza nel mio campo visivo era meravigliosa e consolante, persino in una giornata come quella?



Come si racconta l'abbraccio che ci siamo scambiate, senza fiato, così forte da farci male, con le unghie piantate nelle spalle, il giorno che ci hanno finalmente fatto firmare l'affidamento?



Come si dice in parole la sensazione che provo quando io penso una cosa e lei un attimo dopo apre la bocca e non solo la dice, ma usa le parole che avrei usato io o a volte addirittura azzecca definizioni ancora più calzanti?



L'altro giorno mi ha chiesto: “Ma io vorrei sapere: tu, quando ti chiedono com'è tua figlia, cosa dici?”

Io ho pensato un attimo. Non le ho detto la prima risposta che mi è venuta in mente: “che sei una tigre, come me”.

Le ho detto: “Che mi assomigli moltissimo.”

Poi ho precisato: “Di solito, per prima cosa dico che sei grande, che hai diciassette anni. Poi che sei bella. E dopo, che hai un caratterino, che mi assomigli più di quanto sia credibile. E che la parola tranquillità è uscita dal nostro vocabolario, da quando ci sei tu.”



L'Uomo la guarda con un misto di tenerezza per tutte le sue piccole vittorie e di fastidio per tutti i suoi piccoli fallimenti, è spesso teso, si vede il bene che le vuole, ma anche la fatica che fa. E' preoccupato. Ma si occupa di lei con un'attenzione enorme e per lei non è mai stanco.

Lei lo guarda come se vedesse la cosa più bella dell'universo. Pende dalle sue labbra. Ha imparato a non chiedere perchè ha l'umore che ha. Ha chiesto a me, varie volte. Ha preso per buone le mie risposte. Lo rispetta, molto più di quanto rispetti me.



Io e lei ci diamo per scontate, molto spesso. Posso ancora giocare qualche volta la carta “ehhh... la mamma vede!” e stupirla, dichiarando che “secondo me” ci sono delle cose che non ci dice, e poi azzeccandole al millimetro. Il che la lascia a bocca aperta.



Io non so se l'Uomo stia registrando quanto è cambiata dall'anno scorso, o se veda solo che non sa la tabellina dell'otto e che non si sa regolare coi soldi. Io vedo tantissimi passi avanti.



Lavoriamo con un impegno maniacale al suo ingresso nella nuova scuola, a settembre. Studiamo inglese, storia, italiano e matematica. Fa progressi minuscoli che per me sono enormi, per il solo fatto di essere quotidiani. Acquisisce sicurezza e lessico, amplia le sue vedute. Parla di andare a fare le vacanze studio in Inghilterra. Da quando siamo in montagna, si è fatta raccontare qualche volta cosa leggiamo noi. Ha chiesto cose di ogni tipo, complice il fatto di avere tutti tanto tempo a disposizione:

Come lo prendono il sale dal mare?”

Com'è fatta una seggiovia?”

Chi è Giancarlo Giannini?”

Quello è un cervo?”

Quando è stata scritta questa storia? Ma è una storia vera?” (parlava di “Romeo e Giulietta” che le avevo appena raccontato)

Ma soprattutto, una volta al giorno, di sua spontanea volontà guarda un telegiornale e a volte lo commentiamo insieme. Questo non glielo ha proprio chiesto nessuno, nemmeno indirettamente. Eppure, di colpo, lo fa. Cerco di pensare quanti anni avevo io quando ho iniziato a seguire sistematicamente le notizie dal mondo e non solo i singoli flash. Forse avevo appunto la sua età.



E il fatto è che io ultimamente penso molto spesso “avevo appunto la sua età” quando lei fa o dice qualcosa, perchè sta, nel giro di poche settimane, bruciando tappe e raggiungendo traguardi che ricalcano i miei, i nostri.



Stasera l'ho portata a cena con Cavallino, la sorella grande di Cavallino e i loro rispettivi coniugi e figli. Età dei figli: sette Orsetto di Montagna, e dieci e tredici i due nipoti di Cavallino. Perciò il settenne e il decenne dopo un po' erano in braccio ai papà a giocare coi telefonini, mentre il tredicenne ascoltava rispettoso la conversazione delle mamme, e lei era coinvolta in questa, essendo appunto ormai una signorina. Cavallino, che mi conosce da venticinque anni e ha attraversato con me (o meglio, io ho attraversato a casa sua, delle sue sorelle e di sua mamma, professoressa di Lettere) appunto quell'età meravigliosa e tremenda dei diciassette, ricordava i nostri pomeriggi di studio. Il nipote tredicenne sta per iscriversi al classico nella nostra scuola e nella nostra sezione. La Princi parlava (anzi, rispondeva a domande! In mezzo a estranei!) della sua scelta della scuola superiore e intanto, discretamente, teneva d'occhio i due più piccoli e osservava di sottecchi il più grande, troppo bimbo per parlarci alla pari, troppo grande per trattarlo come gli altri due. E' stata una serata bellissima.






lunedì 30 giugno 2014

La differenza

La differenza tra un educatore e un genitore: cinque dita e tutto il palmo della mia famigerata mano sinistra.


(sì, beh, e poi tipo anche tutto il resto)

sabato 21 giugno 2014

E trecentosessantaquattro giorni dopo...


Non ho tempo e soprattutto non saprei da dove cominciare.

Nell'ultimo mese è successo di tutto.

Alcuni fatti erano assolutamente fuori programma, e tali da farci domandare a voce alta ma esattamente CHI cazzo sono io, COSA stiamo facendo, COME la mettiamo.
Tipo questo. Sul quale, per ora, non so che altro dire. Proprio non ho le parole. Nè i concetti.

Ma una cosa ve la dico. E' uscita, PER SEMPRE, dalla comunità. Oggi.
Vive da noi.

E domani è esattamente un anno da quando io l'ho incontrata per la prima volta.

E ve ne dico un'altra, meno importante ma per me significativa.Stasera le ho fatto la tinta e per la prima volta le ho lavato i capelli.

Di rado ho fatto qualcosa di altrettanto emozionante. Ho finito 10 minuti fa e ho il cuore in bocca.

domenica 18 maggio 2014

Forse l'abbiamo sfangata, dai


Vi direte, come fa una poi a sopravvivere all'ansia? A fare le cose normali delle giornate normali?

I segreti sono tre:

- domperidone a manetta (ma dipende che tipo siete: c'è anche chi preferisce il Maalox e chi l'omeprazolo)
- alcune fughe schizofreniche in mondi paralleli (in cui ho ventitre anni, peso diciotto chili di meno e sono al mare, con gli zoccoletti preferiti e un prendisole leggerissimo, che prendo un caffè al chiosco, e un ragazzo bellissimo con gli occhi color cioccolato fondente mi sorride dall'altra parte del bancone e io mi sento una dea / in cui ho ventitre anni e vado all'università in autobus in una tipica giornata genovese ventosa, con la borsa piena di libri e la testa piena di sogni e poesie / in cui ho ventitre anni e accetto una borsa di studio a Edimburgo, vado a vivere in una camera in affitto da una qualche Mrs. Ferguson o Murray a Greenbank Terrace, e non torno mai più)
- amici, amiche e un cugino a prova di bomba disponibili via sms, telefono, mail, chat e di persona a reggere le mie crisi

No, in realtà però me la sono anche un po' risolta, con una mossa strategica.

Lunedì scorso mi sono svegliata alle 3 punto 32. E non era affatto la prima volta nelle ultime settimane.
E siccome alle 5 punto 45 ero ancora sveglia, ho elaborato una litania di messaggi da mandare al Bimbominkia, pensando che l'unica cosa che poteva salvarci da un colpo di testa tremendo della Princi fosse che lui prendesse il timone della cosa e le ingiungesse di non metterlo/i nei pasticci.

Gli ho spiegato per filo e per segno le possibili conseguenze di una gravidanza, accidentale o voluta, a questo punto della vita della Princi, del suo percorso di affidamento e della sua situazione legale. Ho premuto invio. E ho guardato rotolare questi dadi che mettevano la vita di cinque persone, me mio marito mia figlia il suo ragazzo e un bambino, nelle mani di un sedicenne.

A metà mattina mi è arrivato un messaggio gentile e rassicurante del fanciullo, che però sostanzialmente non differiva molto dalle ultime cose che ci si era detti.

Però alle cinque e un quarto ho mandato la Princi, ingrugnita e selvatica come al solito, al suo appuntamento con il Bimbominkia, e alle sei e mezza l'ho ripresa, e lei è salita in macchina con un'altra faccia, con gli occhi lucidi e il sorriso stordito e felice, e mi ha detto:

“Ti saluta L. Mi ha fatto un discorsone, oggi!”

E così ho capito che avevo fatto bene a informarlo.

Lui l'ha seduta lì, le ha detto “scusa lo so che abbiamo solo un'ora per stare insieme, ma ti devo dire delle cose e sono molto importanti” e le ha spiegato in lungo e in largo perchè ora devono stare molto attenti, e che lui vuole stare tranquillo, e che vuole la sua parte di responsabilità ma ci tiene a fare le cose con calma e serenità in un clima di fiducia, etc etc.

Dopodichè è sembrato che ogni nube nel cielo della Princi si fosse completamente dissipata. Un'altra persona. Luminosa, riflessiva, calma.

Siamo rimasti esterrefatti. Gli amici hanno inneggiato al Bimbominkia. La psicologa ha applaudito. Io ho giurato a me stessa che quel ragazzetto potrà contare su di me in qualsiasi momento della sua vita e l'ho riempito di messaggini di ringraziamento, stima e affetto. Lui era contento e imbarazzato al tempo stesso. L'Uomo ha deciso che probabilmente lei stava pensando a fare un figlio per legare il fidanzatino, convinta nel profondo che lui non potesse sul serio volerle bene perchè nessuno vuole bene a una come lei, e che ora sia a sua volta sollevata e rasserenata. In generale, il sole è tornato a splendere nelle nostre vite. Poi le sono anche venute le mestruazioni, quindi a maggior ragione, il cielo era blu e le piante fiorivano.

L'Uomo è andato via in gita e al ritorno ha trovato, invece di una pazza tremante, una moglie calma. La Princi ha persino capito il teorema di Pitagora, in questi giorni che abbiamo passato io e lei.
Che dire. E' solo una delle tante battaglie e la guerra non è certo finita. Ma insomma. Per il momento forse l'emergenza è rientrata.

Poi oggi, con la scusa della scuola che sta per finire e delle prove di recupero da preparare, l'ho rapita per mezza domenica alla comunità. E me la sono veramente goduta.

Speriamo bene, dai.

venerdì 16 maggio 2014

Sorci verdi


E' che poi, quando arrivano, i nostri non è che siano problemi normali.



Okay, reduce da un'entusiasmante (...) festa della mamma, provo a mettere giù in parole semplici quel che sta succedendo.



Punto uno, qua in questo momento di entusiasmante c'è poco.

Di colpo, senza motivi apparenti, due settimane fa la nostra bella, sorridente e affettuosa ragazzina dalla testa dura come il basalto è stata improvvisamente rapita dagli alieni e sostituita con una bella, scontrosa e agitatissima ragazzina. Dalla testa dura come il travertino.



Arriva il lunedì, di due settimane fa appunto, a pranzo, dopo aver combinato non si sa quale casino, e essere andata a scuola quasi all'ora di uscita. Sputa veleno sulla comunità, che è colpa loro che non l'hanno svegliata e poi che è ancora colpa loro che non l'hanno accompagnata. La versione della responsabile Saint Mary of the Orphans è un po' diversa, ovviamente.



Non riusciamo, da due settimane, a farci sputare il rospo.

Non si sa cosa sia successo, lei è cambiata.



Il martedì cerca di spiegare a sua madre, che sarei io, e che accidentalmente di mestiere fa la professoressa ed è sposata con un professore, che le giustificazioni delle assenze non sono necessarie e quindi niente diario e niente libretto. Ci scontriamo come ai bei vecchi tempi e finisce con lei che zitta e muta al pomeriggio viene da me accompagnata in comunità, dove fa saltar fuori diario e libretto misteriosamente dimenticati per settimane. Ma non è chiusa lì, e della scuola se ne ridiscute anche il lunedì successivo. E oggi. E a metà settimana scorsa. E via sms, bigliettini, etc. Il massimo si tocca quando lei decide di spiegarmi con aria di sufficienza che il fatto che settembre ottobre novembre siano stati mesi liscissimi, in cui non ha perso un giorno di lezione... beh, quello “era un periodo” della sua vita.

Questa me la segno. Le spiegherò in caso di bisogno che anche le vacanze dell'estate scorsa, il cellulare e vedere il fidanzato sono stati “un periodo”.



Prima medaglia del mese, guadagnata per non averle esploso la testa con un ceffone atomico.



Ma fossero solo questi i problemi. La Princi adesso ha regolare ricetta per pillola contraccettiva, che regolarmente assume. E regolare fidanzato, con cui pratica regolare attività copulatoria non si sa bene dove (siamo in attesa di scoprirlo da una telefonata dei carabinieri, temo). Non potendomi preoccupare proprio di tutto, avevo deciso di confidare che questi adolescenti non automuniti dispongano di posti adatti allo scopo, dove non si fanno beccare; comunque, per quanto lo zio Visconte (che ha un figlio adolescente maschio) abbia insistito, no, le psicologhe in coro (la sua e la mia) non sono d'accordo che lasciamo libera casa nostra o l'ufficio (dove peraltro abbiamo un'amica che riceve gente in studio, una Fata che va a pulire e una segretaria che ha le chiavi). E non è che noi ne avremmo molto piacere, del resto.



In ogni caso l'esistenza della pillola e la sua assunzione erano sufficienti a farmi dormire la notte. Infatti dormivo profondamente quando il fidanzatino Bimbominkia (che poi, più ci parlo e meno mi pare Bimbominkia, a parte l'abbigliamento) ci ha allertato via sms che la Princi fa strani discorsi di maternità e che lui teme che con la pillola non sia precisa. Volutamente.



Da allora la mia vita si divide in due come quella di Peter Parker, di Superman e degli altri personaggi che celano un'identità nascosta. Di giorno, quando lei è presente, sono la mamma, e affronto la scuola, le sigarette, i piccoli problemi organizzativi, le richieste di attenzione, etc. Di notte e ogni volta che lei non c'è, sono il ritratto della disperazione e ho segreti contatti con tutta l'équipe incaricata di prevenire le disgrazie apocalittiche che potrebbero capitarci tra capo e collo. Inoltre, messaggio segretamente con il Bimbominkia. E pratico un dolorosissimo, difficilissimo allenamento al distacco da questa personcina complicata e poco sana che ci siamo messi in casa.



Perchè è chiaro come il sole che questo voler essere la madre nella sua famiglia ideale è un aspetto patologico, che deriva dalla sua malatissima relazione con la famiglia di origine, e dobbiamo metterci nell'ottica che se, per qualche motivo, dovesse cercare di rovinarsi la vita con una gravidanza mentre è ancora minorenne e coi documenti incasinati, automaticamente farebbe saltare anche l'affidamento.



Oltre al fatto che nessuno ha preso in considerazione come reagiremmo noi, anche in assenza di problemi di tutela legale, a una cosa come questa.



E' difficile parlare di questa situazione, e naturalmente non mi metto qui a spiegare come e perchè certe idee possano prendere in qualche modo piede nel suo cervellino pieno di confusione. Né delle implicazioni legali, morali, affettive, personali, etc etc etc etc che avrebbe per noi il renderci conto di non avere più modo né tempo di farle avere quell'esperienza di essere figlia, accudita e educata, che le manca.



Ho parlato al singolare, sopra, ma l'Uomo c'è dentro fino al collo. Il punto che distingue me da lui è che lui, dopo la fuga di dicembre, aveva ridimensionato parecchio le sue aspettative nei confronti della Princi. Io no. Anzi. Quindi ho preso una doccia gelata da fermarmi il battito cardiaco.



Non è che non capisca che lei non lo fa con malizia, di coltivare desideri distorti, non è che la psicologa non fosse stata chiara sui danni che si porta dentro chi viene da una famiglia come quella che, purtroppo, la Princi ha avuto prima della comunità e di noi.



Non è neanche che sia tutto perduto. Il Bimbominkia mi rassicura dicendo che lei a volte parla tanto per parlare. La psicologa dopo il loro colloquio mi ha detto “brava, signora, complimenti” e non mi ha spiegato perchè, ma non credo fosse una battuta. L'assistente sociale ha fatto alla Princi un quadro preciso di cosa le succederebbe se “per sbaglio” iniziasse una gravidanza ora: comunità madre- bambino, figlio dato automaticamente in adozione, etc.



Purtroppo, però, come da disposizioni superiori dell'équipe, e per parare il fondoschiena al ragazzino, che ci ha chiesto di non dirle niente, di questo desiderio malatissimo di metter su famiglia subito non abbiamo ancora parlato io e lei (e forse da un lato sarebbe meglio non dover nemmeno arrivare a parlarne), né lei e l'Uomo. E io mi porto questo fardello e riesco incredibilmente anche a lavorare, mangiare e non aggredire la gente al supermercato o per la strada (ma non a dormire).



E io posso anche fare quella che si fida. Purtroppo non della Princi, ma dell'équipe che la segue. E di mio marito, che comunque sta cercando di tenere dritto il timone della nave, mentre io mi sporgo fuoribordo a vomitare anche l'anima, in mezzo ai marosi.



Però mi rendo conto che, per la prima volta da quando questa cosa è iniziata dieci mesi fa, ora realizzo che potrebbe davvero andare a finire male. Non come pensavo dopo dicembre, con gli assistenti sociali che ci levano la Princi. Ma proprio con noi tre che non riusciamo, non possiamo, non vogliamo andare avanti.



Non aiuta per niente il fatto che la Princi da qualche giorno dica platealmente a tutti (la psicologa, le assistenti sociali, il fidanzato, e oggi anche a me) che non ci racconta più tutto perchè non si fida come prima.

Né che reagisca con il solito cubo di travertino durissimo che ha al posto della testa a qualsiasi nostra richiesta che non le piaccia.



Né che, mentre noi con il cuore in mano la pregavamo di non tenerci fuori dai suoi problemi, ci abbia cacciato un sacco di palle. E sappia che noi lo sappiamo. E se ne sbatta.



Se ci mettete che per quattro giorni su cinque, questa settimana, siamo sole io e lei, e che lei, sebbene io ora sia più preparata di prima e più facile ad averla vinta, comunque quando non c'è l'Uomo mi fa ogni volta sputare litri di sangue impuntandosi sulle cose più semplici...



E, terrore nero, l'Uomo è via per tre giorni in gita scolastica, fuori Italia, il che significa che qualunque cosa succeda qui non torna fino a venerdì notte.



Se arrivo dall'altra parte della settimana senza che lei sia scappata di casa, senza che io le abbia girato la testa di 180 gradi con una sberla, senza che le abbia spiattellato che so tutto dei suoi malatissimi mezzi progetti di fregare se stessa, il fidanzato, noi e un povero neonato innocente, è tanta manna.



Se non ci arrivo, beh, sentite. Sono un essere umano. Sono un essere umano deluso, ferito, agitato e impotente. Lei è meravigliosa e apocalittica, e questo purtroppo lo sapevamo dall'inizio. Io ho un caratteraccio, e anche questa non è una sorpresa. Eccetera.



E comunque da ieri notte sto fantasticando che verso metà settimana, complici le palpitazioni, l'insonnia e la gastrite, io cada a terra fulminata da un malore e ciò mi permetta di 1) essere ricoverata 2) far tornare l'Uomo con il primo aereo e 3) tenere lei saldamente incollata al capezzale della madre moribonda per qualche ora, così almeno so dov'è.



Cristo. Che quadro.


sabato 10 maggio 2014

L'oggetto transizionale

L'oggetto transizionale è un riccio di peluche che è saltato fuori da chissà dove quando la Fata Romena, suo marito la Montagna Buona e suo figlio Bistecca di Drago sono venuti a darci una mano con l'imbiancatura.

La prima settimana ci dormiva insieme. La seconda se l'è portato dietro da una stanza all'altra. Persino sul terrazzo quando usciva a fumare.

Ora è già il secondo weekend che il riccio sparisce da casa e va a passarsi tre giorni in comunità.

Lo so, che ha quasi diciassette anni.

E' lei che non sa di averne sette. Purtroppo.

venerdì 9 maggio 2014

Magari fosse solo la mancanza di tempo.

Lo so. Non scrivo da tempo. E' che proprio non ce la faccio.

Abbiamo dei Problemi, con la P maiuscola.

E la settimana prossima l'Uomo parte per la Germania, e ogni nodo verrà al pettine mentre lui non ci sarà.


 

lunedì 28 aprile 2014

Alcune conquiste


Ha gli occhiali, nuovi nuovi. Ci vede, finalmente.
"Avevi ragione, sugli alberi!" dice contenta, perchè io le avevo detto di guardarli, che finalmente non avrebbe visto "della roba verde", ma foglie, rametti, germogli, infiorescenze.
La prima sera che rientriamo a casa, dopo l'acquisto a Genova dal mio ottico di fiducia, la trovo che legge un romanzo. Legge la conclusione, perchè "non c'ho sbatti di leggerlo tutto, è lungo". Ma legge, con gli occhiali sul naso, sdraiata in letto, prima di dormire, come noi. E' talmente epocale, questa cosa, che la fotografo.

Guadagna qualche soldino per le ore che fa in più dalla sua datrice di lavoro dello stage.
I primi li spende per regalare un cappellino al Bimbominkia, a Natale.
I successivi per un cellulare (uozzap-compatibile) che noi le avevamo appena negato perchè non si gestiva nemmeno gli sms in modo decente. Il quarto telefonino in cinque mesi.
Poi spende ottanta euro di extensions, che si fa tingere e tagliare il giorno stesso, tagliare ancora più corte due giorni dopo, e infine progetta di levarle, anche perchè si è fatta (di nuovo) rasare i due lati della testa e ha questo ciuffo di capelli in mezzo al cranio, e grazie a Dio almeno ora non sono più frisés. Nè tinti di verde. Io quando la accarezzo e mi impiglio con un braccialetto, o quando le levo le mollette, le dico: "Questi capelli che sto tirando... sei tu o è una sconosciuta signora indiana?"
Poi l'altro giorno dice: "Mi servono dei pantaloni, dei leggings." E io: "Te ne ho appena comprate due paia". "Ma me ne servono altri." "Hai dei soldi tuoi? Vai in centro con il fidanzato, no? quindi scegliteli."
Torna con tre paia di leggings, carini, per quindici o sedici euro.
Provo a chiederle qua e là un euro, cinquanta centesimi, per contribuire alla spesa, quando mi manca la moneta. Contribuisce, tutta fiera.
Tre giorni dopo siamo in centro e decide di spendere i restanti liquidi per tre magliette (a tre per due, tredici euro e qualcosa), poi si fa tentare da un'altra maglia. Io prendo una camicetta. Alla cassa scopre che anche la quarta maglia è scontata; si gira, afferra la mia camicetta e paga anche quella per farmi un regalo.

Oggi vado a dormire mezz'oretta dopo pranzo, poi mi alzo e la trovo che si fa i compiti da sola. Ci dà dentro per un'ora e mezza. Senza fiatare, sul suo letto.
Io correggo le ricerche di geografia della mia terza, l'Uomo i temi della sua, e lei si compila un questionario intero sul marketing, che poi io le correggerò.

Cazzo, sembriamo veri.

martedì 22 aprile 2014

Precipitare incoscientemente verso un magnifico disastro - parte prima


Porto fuori il cane per la prima volta alle 17.00. Povera bestia. Ormai si autogestisce pannolino, guinzaglio, cuscini per la cuccia, i suoi piccoli compiti della giornata come svegliare la Princi e andare a mettersi in cucina quando stiamo per uscire. Penso che di questo passo imparerà ad andare a comprarsi le pappe da sola, con tanto di tessera punti di Fortesan.

A casa, i letti sono ancora da fare, i piatti di ieri da lavare, oggi mi sono asciugata i capelli alla velocità della luce, ho preso caldo, freddo, pioggia, mangiato avanzi di ieri e fatto la spesa due volte ma devo uscire per la terza perchè mi sono dimenticata cose fondamentali, stasera devo partire per Genova dopo aver finito tutto quel che c'è da fare qui e domattina mettermi la sveglia per avere il tempo di correggere due o tre delle settantadue ricerche di geografia prima che mi arrivi addosso il resto della giornata.

Ho lanciato alla mia segretaria un pacco di cose da smistare senza nemmeno offrirle un caffè e mi sono involata. Ho dato disposizioni telefoniche ad altre tre o quattro persone con un'autorevolezza che neanche Daenerys Targaryen madredeidraghi natadallatempesta nonbruciata erededeisetteregni, ormai parlo fluentemente l'alto valyriano e, se è vero che valar morghulis: tutti gli uomini devono morire, è però chiaro che, prima, valar dohaeris: tutti gli uomini devono servire. Nella fattispecie, devono servire me, così io potrò succhiare fino in fondo il midollo di queste vacanze con la mia bambina e il principe consorte che, diciamocelo, sta attraversando un momento di notevole strizza all'idea di ficcarsi mani e piedi in questa cosa.
 
Fa cose come questa: ieri sera l'amico AB, reduce dalla stagione di lavoro per la televisione a Roma, doveva venire a salutarci con uova di Pasqua etc e lui tanto ha fatto e tanto ha detto che alla fine hanno spostato l'appuntamento in quel di Canelli a un'ora indegna tipo le 22,15 (la Princi massimo per le 22,40 sviene, e io ultimamente quando posso anche prima). A tavola, sottovoce, lei mi fa: “io però volevo vedere AB” e io le dico: “eh anche io, ma sai, forse l'Uomo è anche un po' geloso dei suoi amici... diciamo che credo stia vivendo una di quelle cose... di quei momenti... in cui hai paura che fare il genitore ti porti via tutto quello che facevi prima...”. Pare abbia capito. Lei. Lui invece, ancora stamattina, di fronte a me che gli chiedevo per l'amor di Dio di dirmi cosa pensa e come sta, svicolava abilmente su altri discorsi. Io allora, svicolare per svicolare, magari invece di parlare facevo anche altro, dato che, diciamocelo, la notte mi alzo io alle tre e venti per dare le pallette omeopatiche alla Princi che ha la tosse psicosomatica e non faccio una piega, ma, la mattina, insomma, sarebbero anche le mie ferie e anche a me piacerebbe non smettere di fare tutto quel che facevo prima, non so se mi spiego.

Peraltro io sono in stato di grazia e in fase di enorme, pericolosissimo ottimismo, su praticamente tutto. Perchè comunque il bilancio di questo rientro a casa della Princi è altamente positivo e pende molto a mio favore, rispetto a prima, quando io, dei due genitori, ero la stronza. Ora non è che lo stronzo sia lui, ma io ho la medaglia Mamma dell'Anno appuntata sul cuore. Mamma di qua e mamma di là, e mamma questo e mamma quello. E' parecchia manna se non mi segue anche al bagno. Durerà poco, temo, ma lasciate che me la goda, per l'amor del cielo. D'altronde lei ha coscienza di essere stata tanto stronza a sua volta. Noi abbiamo molto chiaro che il grosso delle stronzate lo hanno prodotto la comunità e i servizi sociali, ma a lei continuiamo, al bisogno, a ribadire che tutti abbiamo le nostre parti di responsabilità in quel casino che è successo a dicembre. Tutti vuol dire anche lei e anche il Bimbominkia, che comunque regge in carica e, presto, dovremo anche invitare a cena. Ecco, su questo potrei proprio perdere la mia calma zen e il mio olimpico stato di beatitudine. Ma è ancora presto per preoccuparsene.

Ora vado, che la cena non si prepara da sé, e almeno almeno prima della botta di stordimento delle nove e mezza devo azzeccare il pacco di ricerche da mettere in valigia, per affrontarle domani a Genova.

Sono drammaticamente, egoisticamente, e di certo molto stupidamente felice, come una Pasqua proprio.

Non me ne frega un cazzo se è piena di problemi, se ci distruggerà la vita. E' meravigliosa, ed è mia. Possono anche essere due concetti relativi, sia il meraviglioso che il mio. A me sta bene così.



mercoledì 26 marzo 2014

La sconosciuta

Chi sei tu, che se capace di intuire quando avrei voglia di piangere, anche se io tengo su la corazza e dico una battuta sarcastica?

Chi sei veramente?

Come fai a sapere quando puoi abbracciarmi, dato che io spesso sono un fascio di nervi, aculei e rughe di preoccupazione sulla faccia?

Come mai tu, che te ne strafotti di tutto quel che genitori affidatari, psicologi, educatori, assistenti sociali e professori cercano di dirti per il tuo bene, poi mi buchi l'anima con qualche ammissione perentoria di colpa?

Com'è possibile che tu legga a voce alta i fatti che accadono sfrondandoli di ogni giro di parole, e poi menta a te stessa e agli altri con una sicumera così assurda da spiazzare chiunque?

Chi sei tu che sei scappata da casa mia furente, che mi hai tenuta a distanza quando mi strappavo le viscere per riavvicinarmi, ma sapevi cosa pensavo e cosa facevo e ne parlavi con la psicologa in mia assenza, quando non ci vedevamo da settimane?

Perchè distruggi la tua vita e le opportunità che ti vengono offerte, e poi però cerchi il nostro amore e il nostro consenso con la stessa passione selvaggia che metti in qualunque cosa tu faccia?

Perchè sei così terribilmente scomoda e difficile da gestire di giorno, e poi però la sera ti addormenti sul divano nell'incavo della mia ascella, con la testa sulla mia tetta destra e le gambe intrecciate alle mie, e l'incastro è così perfetto che possiamo non cambiare posizione per ore?

Chi sei tu che rappresenti l'unico motivo per cui potrei mai dimenticarmi di mio marito e, al contempo, la cosa che più ha rafforzato il mio rapporto con lui?

Cosa ho fatto per meritare questo frontale di tutto il mio essere contro il tuo? Questa modifica del DNA?

Chi sei? Da che pianeta vieni?

E soprattutto: lo sai cosa stai facendo alla mia vita, tu?



So

So take my hands and come with me
we will change reality

so take my hands and we will pray
they won't take you away

mercoledì 19 marzo 2014

Da una stanza all'altra

Sono passati tre mesi, e io un pomeriggio sono in bagno a sciacquarmi le mani con la porta aperta e dalla cameretta arriva la sua voce: "...Mamma?"

Ecco.

Ecco perchè.

Vi voglio bene, lo sapete, e non pretenderò mai che la mia esperienza di maternità sia sul serio assimilabile a quella di una madre naturale, nè nel bene nè nel male, nè nel senso di superiorità nè nel senso di inferiorità. Vi voglio bene e mi fa piacere che i miei amici sappiano che possono esternare i loro dubbi e mettermi in guardia per cercare di proteggermi dalle fregature. 

Ma se non capite cosa ho provato nel sentirmi di nuovo chiamare così, giuro che ve lo dico con dolcezza, ma fottetevi.

venerdì 7 marzo 2014

Pronti a ripartire... credo


Riassumiamo.



Il 16 dicembre la Princi scappa di casa dopo un litigio con me.



Il 17 la recuperiamo e la comunità se la riprende.



Il 18 va dalla psicologa che decide di proibirci di sentirla e vederla.



Il 19 ce lo comunicano e le faccio l‘ultima telefonata.



Il 20 io porto in comunità le sue cose. Mi trasferisco a Genova.



Il 25 la sentiamo per Natale.



Il 31 le mando un messaggio per Capodanno.



Il 2 gennaio ci dicono che possiamo risentirla.



Dal 9 io e la Princi ricominciamo a parlare per telefono e via messaggio, con regolarità.



Dal 13 sono di nuovo al lavoro dopo il lutto e mi attivo per rivedere la Princi, il che mi riesce in tutto quattro volte, sempre da sola, nei successivi 52 giorni.



Ieri, 28 febbraio, si rivedono finalmente la Princi e l’Uomo.



Il 5 marzo la Princi deve incontrare le sue assistenti sociali.



Il 6 la psicologa ci chiamerà per dirci cosa hanno deciso, e avremo un calendario per vederci.



L’incubo pare stia finendo.



Forse ce l’abbiamo fatta.



E’ difficilissimo raccontare queste settimane. E’ praticamente impossibile riassumere le aspettative, le paure, i dubbi, le speranze per tutto quello che verrà di qui in poi.



Da otto giorni sono chiusa in casa per una congiuntivite grave, complicata da una reazione allergica a un collirio. Quando finalmente ho potuto faticosamente leggere, e cioè giovedì, ho riletto all’indietro il blog fino ad arrivare alle vacanze dell’estate scorsa. Un eone e mezzo fa, sembrerebbe.



Ho letto quanto siamo stati felici nelle piccole cose di tutti i giorni.



Non avevo più avuto il coraggio di rileggere quelle pagine, temevo di aver perso per sempre S., e anche me stessa e l’Uomo come eravamo l’estate scorsa. Ora il sollievo è così forte che potrebbe uccidermi.



Si apre un nuovo capitolo.





giovedì 20 febbraio 2014

Qualcosa è cambiato

Così mi immaginavo di fronte alla psicologa che doveva farci il colloquio iniziale per l'adozione, il 21 novembre del 2011.

Domani ci sarà il colloquio con lì'intero team per decidere che fare di noi e della Princi. Partecipanti: io e l'Uomo, la psicologa del tribunale, l'educatrice e l'assistente sociale, la responsabile della comunità.

Immagino all'incirca questa scena.

Solo che io NON SARO' Ripley con Newt in braccio. IO SARO' L'ALTRA.




sabato 1 febbraio 2014

Il mare di Cortés

Quando ero una ragazzina avevo un romanzo che amavo molto. Si intitolava “La ragazza del mare di Cortés”. La storia era quella di una ragazza messicana che viveva con il nonno, una specie di Heidi dall'altra parte del mondo, e si immergeva nell'oceano per pescare pesce, ostriche o altri molluschi, e fare lunghe nuotate in solitaria. Poi incontrava una manta gigante ferita da una rete da pesca, la curava, e diventavano amiche, l'enorme bestia le permetteva di nuotare vicina e la trasportava sulle proprie ali in viaggi meravigliosi.

Io ero una bambina solitaria, amavo sparire per ore nella natura e fare amicizia con animali improbabili, e al mare nuotavo fino a sfinirmi. Quel romanzo sembrava scritto per me. Ricordo interi brani quasi a memoria, per esempio quello in cui a Paloma viene un crampo fortissimo che le paralizza le gambe, mentre le correnti la trasportano lontano dalla riva, e lei mette in pratica tutto quello che sa sul mare e sul corpo umano per sopravvivere. Ricordo la luce del sole sulle acque scintillanti, il sale sulla pelle e la gigantesca ombra delle ali della razza, come se tutto quel che ho letto su quelle pagine mi fosse successo veramente. Ci penso spesso. E' uno dei miei luoghi dello spirito, che conosco pur non essendoci mai stata, come il Cile di Isabel Allende, il cortile di “Un albero cresce a Brooklyn”, il giardino segreto di Mary, le brughiere di Jane Eyre, il Kenya di Karen Blixen.

Stasera pensavo a quel che sto facendo adesso della mia vita, e mi è venuto in mente il mare di Cortés, perchè quel che sto facendo adesso è pescare perle.

Ci vuole la stessa pazienza, la stessa resistenza all'apnea. La stessa capacità di sopportare i tagli che i bordi delle ostriche fanno sulle mani mentre le stacchi dagli scogli, e il dolore del sale che li fa bruciare e guarire al tempo stesso. La stessa rassegnazione nell'aprire i gusci e trovarci a volte solo sabbia, o niente del tutto. La stessa cura nel mettere via le piccole perle lucidate.

Io il venerdì mi metto in macchina e guido, vado a parcheggiare in una strada brutta e grigia di Torino, e passo davanti alla casa dove la Princi viveva, alla scuola dove studiava, ai giardinetti dove giocava prima che la togliessero alla sua famiglia. Poi vado nel palazzo dell'ASL e mi siedo sulla stessa sedia su cui era lei due giorni prima, e a volte mi sembra di assomigliarle anche nel modo di stare seduta. E faccio colloqui di due ore, due ore e mezza, con la sua psicologa, e riporto indietro piccole perle irregolari, lucenti, che sono le poche cose che la psicologa mi dice di lei, di come sta, di cosa dice.

Oggi per la prima volta mi ha visto piangere. Ma le perle che ho portato a casa stavolta ha voluto vederle anche l'Uomo. Non è stata un'immersione a vuoto.

Poi il lunedì io trovo una scusa per mandare a Santa Maria degli Orfani o alle SS un messaggio e aggrapparmi a qualsiasi cosa. Una data. Una cosa da fare per la sua scuola. Un'informazione su dov'è e cosa fa. E tiro su gusci taglienti e vuoti, spesso.

Poi ogni tanto riesco a comunicare con lei. Via sms, di solito. E non posso scavare perchè lei tace appena non se la sente più. E io resto con il cellulare acceso e nella notte allungo la mano nel buio, per vedere se c'è la bustina del messaggio che aspetto.

E poi ogni tanto io e l'Uomo parliamo di lei. E ogni tanto parte da lui, e per me è un balsamo sulle ferite.

E poi io metto tutte queste piccole perle che ho preso in fila, quelle più grandi, quelle più piccole, quelle un po' storte, quelle un po' opache, e le guardo.

Mi immergerò anche domani.


domenica 26 gennaio 2014

Molto bene


Mi sono sbattuta come il latte del cocco per vederla, per poterla sentire, per parlare con lei, per parlare di lei, per parlare del suo futuro. Sono riuscita a riabbracciarla.



Ho parlato con la responsabile della comunità e dettato alcune regole io, e quando ha ripreso la solita solfa del “ma comunque, Castagna, stai serena” le ho ringhiato “guarda, sono tranquillissima, ma non sono tanto sorridente, no, e mi scuserai, ma siamo in un bel ginepraio.”



Ho fatto quel che stava in mio potere e l'ho fatto fino in fondo.



Ora, supponiamo per un attimo che io faccia tutto ciò, e dopo 48 ore scarse mi renda conto che non ci sarà per il momento, che non ci sarà forse mai, un secondo appuntamento per stare un po' insieme.

mercoledì 22 gennaio 2014

Check list

Telefonate a destra e a manca per chiedere di contattare e vedere la Princi XXXXXXXXXXXXXXX

Messaggi alla Princi per sondare il terreno XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

Ricerca info sull'iscrizione della Princi per l'anno prossimo XXXXXXXXX

Tentativi di parlare con l'Uomo della Princi e di noi come famiglia della Princi
XXXXXXXXXXXXXXXXXXX

Tentativi riusciti di parlare con l'Uomo della Princi e di noi come famiglia della Princi X X

Panciate di nervoso con l'educatrice del Tribunale dei Minori X X

Panciate di nervoso con la responsabile della comunità XXXX

Panciate di nervoso con l'assistente sociale NESSUNA (ella non comunica se non attraverso l'educatrice)

Colloqui estenuanti con la psicologa del TM X X (5 h totali)

Colloqui con la mia psicologa NESSUNO (gnaa facevo)

Discorsi seri sul futuro di questo affidamento con amici, conoscenti e parenti X X X X X X X

Discorsi seri sul futuro di questo affidamento da me non richiesti X X

Lutto e senso di solitudine 65%
Scazzo 27,5 %
Stanchezza 2%
Autoironia e sdrammatizzazione 3,5%
Speranza di cavare qualcosa di buono da questo periodo di merda 2%




Molto pieno, incredibilmente vuoto

Ricostruzione, per quanto possibile minuziosa, degli eventi intercorsi nelle ultime settimane, dal punto di vista di Castagna

Avvertenza: qui dentro ci sono i fatti, non i sentimenti. L’evoluzione avvenuta in me, nell’Uomo e nella Princi in queste settimane non è spiegabile in questa sede. E comunque è ancora in corso di svolgimento.

Dopo una giornata infinita e dolorosa, la sera dell’otto gennaio sono finalmente nel mio pied-à-terre di Genova, sola, e ho appena fatto un certo numero di telefonate personali, che mi hanno dato un minimo di energia, nonostante tutto.

Mi faccio forza e chiamo anche la Princi, che non sento da settimane salvo la telefonata tristissima di Natale e un sms di Capodanno (cui lei non ha risposto). Siamo autorizzati a sentirla, e lei a chiamarci, già da cinque giorni, ma non ce la siamo sentita, nessuno di noi. Le ho mandato forse uno o due messaggi, piuttosto cupi a dire il vero, facendomi un brutto autogol perché lei non ha mai risposto e io ho passato la notte a controllare il telefono.

Comunque, non ci sono santi, mio padre è morto e io glielo devo dire, di persona. Telefono. Lei lascia squillare senza rispondere. Ovviamente dopo non richiama.

Il giorno dopo arriva un sms dal Bimbominkia. Ti faccio le condoglianze per tuo papà, ti abbraccio, cuoricino. Io quasi svengo, per due ottimi motivi: il Bimbominkia sa che a casa nostra non lo vediamo niente bene, ma scrive lo stesso. E se lo sa lui, che mio padre è mancato, vuol dire che gliel’ha detto lei. Ergo, lei l’ha saputo da Santa Maria degli Orfani e non mi ha scritto neanche crepa.

Ringrazio di cuore il Bimbominkia, mentre il mio cervello elabora queste informazioni. Al che, il temerario quindicenne attacca a messaggiarmi. Che lei ci vuole bene e le manchiamo tanto ma è arrabbiata e confusa, che lei non ce la fa a fare il primo passo perché è orgogliosa, che la comunità non le fa bene e che lui vorrebbe tanto che lei stesse con noi. E non dirle che ti ho scritto per favore eh.

Risultato. Io chiamo il Bimbominkia e stiamo 40 minuti al telefono. A ricostruire che cazzo hanno combinato la notte del 16 dicembre, che passa per la testa alla Princi, che succede a noi che da “genitori affidatari” (nomignolo di fantasia, visto che i documenti, in Italia, si fanno sempre con calma) all’improvviso siamo diventati fin troppo realisticamente il signore e la signora Nessuno, e dobbiamo obbedire anche all’usciere dell’ASL e al passacarte del tribunale per ciò che riguarda nostra figlia.

Finiamo per salutarci con rispetto e gratitudine, e io, mettendo giù, resto sola con il pensiero che persino l’aborrito Bimbominkia ha più palle della Princi, che è arrabbiata (lei) e che mi lascia senza neanche un sms quando io perdo papà… alla faccia dell’arrabbiato…

Ma appena chiudo la telefonata, sotto trovo un messaggio. E’ la Princi che mi fa le condoglianze e mi dice che mi è vicina e mi vuole bene. Scrive da un telefono non suo. Io guardo l’ora, sta per entrare a scuola perché ha il pomeriggio, e le scrivo grazie, ti chiamo alla fine della scuola dopo il rosario di mio padre.

Cosa che poi faccio, corroborata da un non sono a scuola perché non sto bene (prova finale che il Bimbominkia mi ha davvero contattato di testa sua, e non era con lei che lo teleguidava per farci sapere le cose per interposta persona), chiama quando vuoi. Allora sotto gli alberi del parcheggio della casa di riposo la chiamo, rompiamo finalmente il ghiaccio, le racconto delle ultime brutte giornate, della De che è stata male, lei mi racconta dello stage, della comunità, della sua salute, chiude con ti voglio bene.

Passa una settimana e comunque lei ai messaggi, a questo punto quotidiani, che le mando, non risponde più. Finchè io le scrivo che dobbiamo sbloccare la cosa, che non possiamo rimanere così. Silenzio. Allora arrivo a scriverle: chiederò agli assistenti sociali di vederti. Ma tu vuoi vedere me?

Risposta: certo che voglio vederti.

Seguono due o tre giorni in cui:

- l’assistente sociale mi nega il permesso di vederla finchè non ho parlato con la psicologa

- mio marito mi dice che lui non vuole essere coinvolto

- la Princi prende coraggio e prova lei stessa a fissare un appuntamento

- io evito consapevolmente di parlare dell’Uomo e di parlare al plurale

- io evito consapevolmente di chiamare Santa Maria degli Orfani

- io cammino a un metro e mezzo da terra al solo pensiero di vederla

- io mi torturo perché temo che l’Uomo non voglia più saperne di lei e che io resti come già molte altre volte presa in mezzo a decisioni altrui sulla mia possibilità di avere dei figli

- io cerco di mantenere la calma, di non pressare l’Uomo che è veramente provato, e però di difendere i miei spazi, dicendo che se necessario trasformeremo il percorso da più o meno adottivo a solo affidatario e anche al singolare, ma che io non voglio lasciar perdere, almeno per parte mia.

Tutto questo, e MOLTO altro, viene raccontato da me alla psicologa del tribunale dei minori che mi tiene DUE ORE E MEZZO giovedì pomeriggio e, sostanzialmente, mi fa sentire capita, confermata nelle mie idee e scelte, e appoggiata. Mi si dice anche qualcosina del lavoro fatto nel frattempo con la Princi, ed è abbastanza rassicurante.

Poi ci torniamo insieme io e l’Uomo, il venerdì e sono ALTRE due ore e mezzo di colloquio, in cui si nota che per destrutturare le mie difese ci vogliono 30 minuti, per aprire una breccia nella maschera di sicura freddezza dell’Uomo ce ne vogliono 130. Praticamente solo nell’ultimissima parte del colloquio assisto affascinata al pieno trionfo della psicologa, che ha impacchettato l’Uomo in una ragnatela con le sue stesse parole e ora, con tutta serenità, gli pratica un’incisione da cui inizia a uscire la verità.

L’Uomo esce dal colloquio destrutturato alla grande, ai punti che non riesce neanche a formulare una frase intera su dove ha parcheggiato la macchina. Ma dai suoi occhi si vede che sta meglio.

Alla sera mi regalo una telefonata con la Princi. E finalmente lei trova il coraggio di mandare un messaggio affettuoso all’Uomo, come stai mi manchi ti vorrei abbracciare, e l’Uomo, udite udite, le risponde la verità, sono tanto stanco è tutto difficile mi fido della psicologa.

Mettiamola così. E’ un ginepraio di casini, ma almeno la psicologa c’è capitata davvero brava.

E forse anche noi siamo bravi, tutti e tre, forse avremo prima o poi un piccolo riconoscimento per essere sopravvissuti, tutti e tre, a questo mese.

venerdì 10 gennaio 2014

Straniamenti e chiarezze

Il signore pallido, con l’abito che gli sta grande, compostamente sdraiato nella bara di legno chiaro, NON E’ mio padre.

Mio padre ha le mani grandi e calde, ha gli occhi grigioverdi, lo sguardo intelligente. Mio padre, anche da invalido, ha un’espressione inconfondibile sul viso, quando pensa, e in questi giorni, in cui nemmeno parlava, io la leggevo. Mio padre è un uomo alto, elegante, che ama viaggiare per mare, sciare, studiare la storia. Mio padre è molto bello e molto vivo.

Quel signore lì che stanno caricando sul carro funebre NON E’ mio padre.

E la ragazzina che avrei tanto voluto vicino a me oggi, mentre guardavo gli uomini delle pompe funebri che maneggiavano il feretro, E’ mia figlia.

La Princi ha la pelle diversa dalla mia, ha un’età anagrafica e mentale di sedici anni e un’età emotiva di cinque, non legge, non studia, pensa in un’altra lingua. La Princi non è ancora affezionata a noi come genitori, la Princi non è nostra figlia sulla carta, non lo è nel DNA, non lo è nemmeno nelle abitudini o nell’educazione.

Ma io le ho messo in ordine la stanza e preparato gli esercizi di matematica, io le ho impilato con cura i regali di Natale che i parenti non hanno potuto darle, io oggi ho pranzato con la mia migliore amica e parlato continuamente di lei, perché io SONO sua madre.

La Princi è un problema con le gambe, la Princi potrebbe mettere in crisi tutta la nostra vita, la Princi non sta capendo gli errori che ha fatto, noi non abbiamo gli strumenti per gestire la Princi e lei non ha i mezzi per capire su che pianeta è finita. La Princi viene da un altro mondo, la Princi non è come ce l’eravamo immaginata, la Princi è pericolosa, e siamo in tempo a tirarci indietro.

Ma io queste settimane ogni santo giorno ho vissuto come se dovesse per forza tornare, come se fosse solo una pausa, come se non ci fosse altro possibile sbocco che riprendersela. Ogni giorno ho cesellato nel mio immaginario la cena che le darei e le lenzuola che le metterei e quando prenderei appuntamento con l’oculista e cosa le farei fare al pomeriggio e come mi comporterei con lei ora che so quali sono i problemi.

Ogni giorno dal 17 dicembre mi sono sentita come se respirassi con un polmone solo, come se mi mancasse un braccio. Perché io SONO sua madre e adesso, per quanto possa capire che no, non è detto che continueremo come prima, che sì, sono cambiate le carte in tavola, che no, non può essere una scelta di pancia ma dobbiamo seriamente chiederci come e se possiamo farla, questa cosa, io voglio quella ragazzina accoccolata nel letto della cameretta e la sua pelle fresca contro la mia quando ci abbracciamo e discutere con lei, stare in macchina con lei, truccarmi con lei, mangiare con lei, essere enormemente, stupendamente, disgraziatamente felice di averla lì, anche quando è un incubo.

Io però in tutto questo ho chiara una cosa sola. Mio padre non c'è più, mia figlia non c'è (più/ancora/momentaneamente), quello è/non è mio padre, lei è/non è nostra figlia, va bene: ma quell'uomo stanco e bellissimo che in questi giorni mi ha cullato come una bimba quando piangevo, quell'uomo che ogni volta che entra nella stanza mi fa venire voglia di spogliarlo integralmente e baciarlo tutto, quell'uomo che sta lottando con me e per me in tutte queste battaglie, E', senza la minima ombra di dubbio, straniamento o fraintendimento, mio marito.

E mentre questo blog è solo mio, e le sensazioni che ci scrivo sono solo mie, la decisione di essere genitori è una cosa che dobbiamo condividere io e lui, a qualsiasi prezzo, perchè solo insieme possiamo reggere la fatica e il rischio di continuare con la Princi, o il dolore e la delusione di smettere.

Non c'è altro da dire per adesso.




 

lunedì 6 gennaio 2014

Bel bilancio, non c'è che dire


E venne l'ultimo giorno delle più disastrate vacanze di Natale mai viste.

Bilancio. Siamo entrati in queste ferie con: la Princi riportata di peso in comunità dopo il suo grave colpo di testa, mio padre in fin di vita, il cane con un occhio glauco e gonfio. Usciamo da queste vacanze con: la Princi in comunità, mio padre in fin di vita, il cane senza un occhio.

Il periodo intermedio si divide in due. Prima del 2 gennaio, e dopo il 2 gennaio.

Inizialmente c'è stata solo la sensazione, fin troppo ovvia, che un uragano di sfiga in buona parte assolutamente gratuito si fosse appena abbattuto sulle nostre spiagge, e che fosse impossibile decidere le priorità da cui ripartire, in mancanza di un'unità di crisi funzionante. Questo è stato vero soprattutto per le prime giornate, in cui l'Uomo doveva ancora occuparsi di Hastiwood e io ero appena stata paracadutata di nuovo nell'incubo dell'andare e venire dal letto di mio padre al resto della mia vita.

Poi, almeno, io e l'Uomo eravamo insieme. E allora, prima del 2 gennaio, abbiamo fatto del nostro meglio per essere noi stessi la nostra unità di crisi, assumendo il mio metodo: eliminare più cose possibile, ridursi all'osso, curare la sopravvivenza da un'ora all'altra.

Devo dire che, dopo anni di manrovesci della sorte, soprattutto per quanto riguarda la salute di mio padre, sono abbastanza capace di cogliere i segnali di cedimento e prevenirlo, o tamponarlo se è inevitabile. Da cui le mie asserzioni, come: “Io non posso portare il cane a farsi operare. Perchè devono TOGLIERLE UN OCCHIO e io sono sicura che questa cosa per me sarà il colpo di grazia, con quello che già vedo ogni giorno in casa di riposo. Io non posso occuparmi di lei dopo l'intervento, perchè adesso per come sono messa già non mangio e non dormo, non posso anche svenire ogni volta che deve fare un'iniezione. Io NON VOGLIO essere presente quando questa cosa succede.”

Non penso che per l'Uomo sia stata una passeggiata, ma alla fin fine è andata proprio così: io sono rimasta a Genova a reggere mia madre che reggeva mio padre, lui è andato a Asti e ha retto intervento e convalescenza del cane. Io non ho sbroccato, lui nemmeno. Il cane è senza un occhio ma sta bene, e l'unica cosa che non ha funzionato è stata la decisione di lasciarla dormire sul divano. Butteremo via il divano, perchè, altro che di pipì di cane, il cuscino su cui ha dormito odora di pipì di cane imbottito di anestetico. Ma tanto dovevamo cambiarlo, e all'Ikea ci sono i saldi.

Il 2 gennaio sono successe le seguenti cose: mio padre è quasi soffocato, il cane è stato operato e dalla comunità ci hanno fatto sapere che possiamo riprendere a sentire e vedere la Princi.

Così c'è stato il dopo: mio padre ha avuto una strana e terribile ripresa, direi la terza o quarta da quando siamo entrati in questa situazione.

Mia madre, nel vedere la crisi di soffocamento e poi la ripresa, ha sbarellato, e come darle torto.

Il cane ha dormito due giorni, sorvegliato a vista dall'Uomo che cercava malamente di rimediare al danno sul divano.

Io ho vissuto 24 ore di intensa e profonda speranza, data dalla comunicazione che potevamo sentire la Princi. Salvo accorgermi che, tutto sommato, avrei di gran lunga preferito che chiamasse lei. E che, telefonandole io, non avrei saputo cosa dire di diverso da “come stai?/c'è qualcosa che vuoi dirmi?” che sono le mie battute tipo di inizio telefonata da quando è successo tutto il casino. E finchè lei risponde di no alla seconda domanda, per me il discorso può solo arenarsi.

Così ho posticipato, prima motivazione: la sera in cui me l'hanno detto venivo dalla giornata più pesante di tutte. La sera dopo ero sola e invece volevo prima parlarne con l'Uomo. E infine, la terza e quarta sera ero con l'Uomo, ma nessuno dei due se l'è sentita. Oggi ho finalmente chiamato Santa Maria degli Orfani. Come preludio a chiamare la Princi. Credo.

Non è facile prendere la decisione di chiamarla. Non è facile perchè non siamo sicuri di cosa può capire lei, da questa iniziativa. Non è facile perchè siamo in due e nessuno dei due vuol compromettere l'altro facendo o dicendo una cosa nella quale l'altro non si rispecchia. Non è facile perchè, essenzialmente, siamo davanti ad un bivio: dichiariamo fallimento e torniamo alla nostra vita di prima, o ci facciamo coraggio e riproviamo a fondare una famiglia con lei. E non siamo sicuri di cosa ce la sentiremo davvero di scegliere.

Domani però si ricomincia, si ricomincia tutto: la scuola, i contatti con i servizi sociali, gli affari, gli impegni. Il cane ha finito il ciclo di iniezioni, mio padre è sempre lì, a volte più di là che di qua, a volte più di qua che di là, mia madre sembra sia tornata in trincea, ed è giorno feriale. Non ci sarà modo di rimandare ulteriormente molte cose che ho detto a tutti di fare senza di me in questi venti giorni. E sarà necessario anche andare avanti con progetti a lungo termine, pur sapendo che da una settimana all'altra è praticamente impossibile fare previsioni, perchè prima o poi verrà sconvolto tutto, da un altro crollo di mio padre, da un altro crollo di mia madre, da una decisione dei servizi sociali, o da una perdita di tempo dei servizi sociali, da una frase della psicologa o della Princi o mia o dell'Uomo o della mia preside che, lo sappiamo tutti, spera nemmeno troppo segretamente che io torni dalle ferie orfana di padre, così non deve darmi altri permessi familiari.

Alla fin fine mi sembra di poter solo andare avanti ora per ora.

Con le poche e sconfortanti informazioni che ho da Santa Maria degli Orfani a proposito della Princi, di come sta, di cosa fa, di cosa dice, francamente, non so se riportare la sua presenza nelle nostre vite adesso sia una buona cosa, per noi e per lei. E questo, purtroppo, si deve decidere, senza viverselo ora per ora, ma scegliendo se rischiare o no.