Daisypath - Anniversary

Lilypie - Countdown to Adoption

domenica 29 dicembre 2013

Reagire - 2

Reagire - 2

Non so se sto reagendo, mi sembrava di sentirmi un filo più leggera, ma forse era un'onpressione: nel dubbio, oggi ho fatto ancora per un giorno quel che mi sentivo.

Però con l’occhio all’orologio, che domani si parte per tornare a casa, anche se solo per poche ore.

Il pensiero di andare via da qui mi fa stare meglio. E intanto ho la mano sulla tastiera del telefono, e ogni poche ore inizio un messaggio, che poi non spedisco, che cancello a metà. Sentirmi un pochino meglio mi fa l'effetto di ricominciare a pensare e, quando penso, penso a cosa farei di testa mia. Non che poi lo possa fare però, anche perchè l'Uomo non sarebbe d'accordo. L'Uomo è del partito "io sono molto stanco e non so che cosa voglio fare con la Princi, se ci penso vado in blocco" (e come non capirlo, del resto). Io sono del partito "okay è durata abbastanza la fase in cui obbedivo a un tribunale del cazzo".

Non è proprio semplice, no.

Non è facile anche perché ora è calata la sera e io sono sola e se c’era una cosa che calmava gli attacchi di ansia, rabbia e inquietudine tra l’una e le tre di notte era potermi appendere a un braccio dell’Uomo, alla sua schiena.

Così scatta l’abbrutimento televisivo. E mi esce Marco Mengoni, non che io di solito senta le interviste di Deejay chiama Italia, ma stasera c’era Cher, voglio dire, Cher, no? E io lì a bermela. Che avevo anche rivisto Silkwood e ovviamente pianto sangue, oggi. Poi esce il Mengoni nazionalpopolare e io a momenti piango di più che a vedere Meryl Streep quando le portano via le foto dei figli. A proposito. Ma come la Frenci m'insegna, anche piangere peraltro è una reazione.

 

sabato 28 dicembre 2013

Reagire - 1


Che poi ovviamente arriva il momento in cui uno dice adesso basta, adesso reagisco.



Mi metto a fare le mie cose, come ha detto la psicologa. Mi metto a fare le mie cose e sto tranquilla.



E' lì che ti fai davvero male.



Perchè guardi “le tue cose” e non le riconosci.



Cioè, in condizioni normali le mie cose a questa stagione sarebbero state stare con l'Uomo, correggere prove, riposare, vedere un po' di parenti.



In condizioni normali, cioè prima della Princi.



Con la Princi, le cose normali sarebbero state invece farle fare tanta matematica, portarla in montagna, farle provare una o due lezioni di sci, stare insieme con calma, presentarle parenti e amici che non ha ancora incontrato.



Dopo i casini con la Princi, anche se tutti acciaccati, avremmo anche potuto provare a fare le nostre cose, non fosse altro per far passare il tempo.



Invece siamo qui bloccati, la giornata si divide tra le cure veterinarie (inefficaci) e quelle geriatriche (inutili). La stanchezza psicologica è tale che al ritorno dalla casa di riposo non riesco a fare niente, niente, devo fare tutto prima, tutto, lavare i piatti preparare da mangiare fare la spesa telefonare.



Ciononostante bisogna superare queste giornate di merda. In qualche modo.


giovedì 26 dicembre 2013

Stare fermi

Stare fermi è la consegna che la psicologa ci ha dato per queste settimane.

Non possiamo nemmeno chiamare la Princi.
E tra l'altro l'unica eccezione a questo divieto è stata la giornata di Natale, e sentirla non è che ci abbia reso le cose più allegre, no.

Stare fermi per me in questi giorni significa che non ho nemmeno fatto le telefonate di auguri di Natale. Che mangio tre cose in croce, non ho voglia di lavarmi i capelli, nè di uscire con il cane.

Che appena resto sola cerco di dormire. Che senza l'Uomo mi sveglio con gli attacchi d'ansia all'una e mezza di mattina, e con l'Uomo mi sveglio prima delle sei e non mi riaddormento più. E poi con l'uomo un pochino devo fingere di essere di buon umore e attiva, fare la spesa lavarmi i capelli cucinare, e così non posso rinchiudermi in camera sotto un metro di piumino a correggere prove o a leggere robe di storia medievali come palliativo.

Vacanze esaltanti eh.

Peccato però che, nel frattempo, mio padre stia arrivando in fondo alla corsa e quindi io viva dalle due alle sei ore al giorno segregata con mia madre nella sua stanzetta della casa di riposo. Dove peraltro il grosso di quel che facciamo è sentirci del tutto inutili.

E peccato che passi poi spesso, tornando, anche una mezz'ora da mia zia a prepararla con delicatezza alle imminenti brutte notizie.

E peccato che il cane abbia questo glaucoma che va peggiorando e ciò richieda visite, cure, medicazioni, etc.

E peccato che piova sempre.

Credo che tra un paio di giorni mollerò il colpo e tornerò a casa, perchè qui a Genova è troppo pesante l'aria che respiro, troppo piccola la casa, troppo scomodo sopravvivere. Ho bisogno del mio letto, del mio bagno, del mio divano.

Arrivata su, però, troverò la stanza della Princi vuota. E comincerà la trafila delle telefonate quotidiane con mia madre, che per forza di cose non avranno contenuto allegro. E l'incubo di dover saltare in macchina in un momento qualsiasi del giorno o della notte perchè papà si è aggravato.

Quando in tutto questo ieri l'Uomo si è reso conto di aver smarrito il portafoglio, con tutti i documenti dentro, c'è stato un momento di vero abbattimento, qui.

"Perchè mi succede tutto questo? cos'ho fatto?" gemeva lui, e io, pratica: "Ma non hai fatto niente, sono quelle fasi di sfiga ciclonica, vengono e poi passano."

Sì, lo dico per consolare l'Uomo. Però il sette di gennaio io devo rientrare al lavoro dopo queste "vacanze" e contemporaneamente inizieranno i colloqui con servizi sociali & Co. per stabilire che ne facciamo del nostro progetto di affidamento della Princi, e questo significa che non esisterà mai un minuto di riposo, di pace, di silenzio mentale, tutte quelle cose che tanto agognavo per queste vacanze, dopo aver corso e fatto acrobazie per mesi: contavo sul serio che avrei recuperato energie.

Lamentarsi, ovviamente, è inutile.

Ma hai voglia parlare d'altro.





Gran bel Natale

Insomma è la mattina di Natale e io sono in cucina a farmi un caffè, sola, alle sei meno dieci. Peraltro dopo essermi svegliata un’ora e mezza fa.

Di per sé, che sia Natale non potrebbe tangermi meno. Ma è che oggi dobbiamo sentire S.

Non è un pensiero rilassante.

Che si può dire a una ragazzina che, dopo un bel weekend passato con parenti appena conosciuti ma adorabili, quali la Cugina Bella e il Giornalista, con ragazzi simpatici quali Bistecca di Drago, Giovane Lupo e Elfo Gnocchissimo, con il Bimbominkia di propria (pessima) scelta, con due genitori molto indaffarati ma anche parecchio sorridenti, di colpo vede i suddetti genitori in difficoltà e li azzanna alla gola?

Che si dice a una ragazzina che ha visto di colpo girare il vento: la scarsa ma stabile salute di mio padre che improvvisamente cede, la mia macchina che mi molla per strada praticamente nello stesso minuto, l’Uomo travolto dall’ultima settimana di festival; e ne ha approfittato subito per impuntarsi e chiedere più cose, più permessi, più pazienza, più disponibilità, più attenzione di quanto normalmente già le viene dato?

Una ragazzina che dopo due giorni di richieste di stare un po’ buona, aspettare il suo turno e, magari, dare una mano, pianta su un casino per un appuntamento con il Bimbominkia (che comunque non le si faceva saltare, eh! Mai sia) e per avere garanzie su quel che potrà fare con suddetto Bimbominkia il giovedì successivo, mentre tu non sai se giovedì tuo padre sarà ancora vivo, se avrai fatto in tempo a vederlo, come farai a gestire questa emergenza e tutto il resto delle cose da fare senza la tua macchina, come gestirai lei e tutto quel che normalmente gestisci senza l’Uomo che sarà impegnato fuori ogni giorno?

Cosa si dice a una ragazzina che, sgridata per il suo comportamento inopportuno e il suo atteggiamento egoista, esce di casa per il suddetto appuntamento e non torna né si fa rintracciare fino alla mattina successiva?

Una ragazzina talmente incosciente da passare la notte con il Bimbominkia al freddo (-7°C) in un mal frequentato parco torinese, e poi talmente vigliacca da non affrontare nessuno al telefono e chiedere di essere ripresa in stazione dall’educatrice della comunità?

Una ragazzina che al ritorno si sente dire che andrà in comunità per decisione dei servizi sociali, e allora all’Uomo fa la scena dello strazio (non mandarmi via non mandarmi via), mentre quando passa da casa con l’educatrice a prendere i vestiti a me riserva solo un trattamento altezzoso, e sostiene ancora di non aver fatto niente di grave?

Detta ragazzina avrà senz’altro molte scusanti date dalla sua storia personale, noi avremo sbagliato alcune cose, ma rimane il fatto che inserirla nella nostra famiglia, ora lo vediamo, è un problema grosso, ma grosso. Molto più grosso di quanto ci eravamo immaginati in questi mesi.

Forse servirà a qualcosa il fatto che la mattina, esausta, stravolta, completamente fuori di me, io abbia strillato in faccia a chiunque fosse disponibile, educatrice, assistenti sociali, psicologa etc. che siamo stati seguiti pochissimo, che non si fa così, che non esiste che mi rimproverino (solo a me, tra l’altro: e l’Uomo dov’era?) di essere orgogliosa e non chiedere una mano, quando da luglio gli assistenti sociali sono riusciti a tirare dicembre senza a) vederci b) sentirci c) fornirci uno straccio di pezzo di carta d) verificare con un incontro d’équipe degno di questo nome come stessero andando le cose a casa nostra, e gli educatori hanno eluso le richieste di vedersi e capirsi un attimo adducendo la scusa a) adesso siamo pieni di problemi e la scusa b) tagliamo il cordone ombelicale. L’unica è stata la psicologa, che c’era la maggior parte delle volte, per S. e per noi, ma che vede sempre le cose in psicologovisione, cioè tanto trauma tanti problemi tanti agiti che denunciano sofferenza etc. E non dico che non abbia ragione, dico solo che nella quotidianità le regole andavano date, le richieste andavano fatte, e la Princi, che finchè va tutto bene è un amore, alla prima esigenza non sua, che non è quest’ultima emergenza di dicembre, ma è partita in novembre con la richiesta di capire che noi non siamo sempre in ferie ma, a tratti, abbiamo periodi di lavoro molto pesanti, ha fatto un gesto talmente sproporzionato e talmente grave da farci rimettere in discussione qualsiasi cosa abbiamo mai avuto in progetto di fare con lei.

Se dicessi che sono solo arrabbiata (no: furiosa) con lei per quel che ha combinato, mentirei. Sto male, e mi manca, e mi sono fatta miliardi di domande e ho paura per lei e per noi, e col senno di poi vorrei aver avuto un cazzo di foglio del tribunale, averla dovuta riprendere in stazione perché non c’era nessun altro che poteva riprenderla, essermela portata a casa e aver fatto, con l’Uomo, quel che NOI ritenevamo opportuno fare con una ragazzina che creava tale genere di casini. Sia in termini di curarla dalla botta di ipotermia quasi mortale che s‘è procurata, sia in termini di metterla in uno di quei castighi che durano mesi e che riguardano contemporaneamente telefono, uscite, fidanzatino, soldi per le piccole spese e regali. Nel senso che ognuna di queste cose avrebbe dovuto riguadagnarsela man mano, dopo aver dimostrato di avere capito, e bene, cosa può e cosa non può permettersi di fare a casa nostra una ragazzina, per quanto difficile e traumatizzata da un brutto passato.

Al tempo stesso, penso, e con l’Uomo ce lo siamo detti molte volte, che sia un bene che la comunità se la riprenda per un po’, che sia un bene che gli assistenti sociali e la psicologa rivedano tutta la situazione nel complesso, che sia un bene che noi due, e anche lei, siamo consapevoli che potremmo anche avere fallito definitivamente nel mettere in pratica il nostro progetto di famiglia.

Ma rimane il fatto che siamo sotto uno choc tale che non so se, come, e quando, potremo mai riprendere questo rapporto con S.

Gli assistenti sociali e gli educatori si sono fatti un bel mea culpa e si sono detti che ora fermiamo tutto; e la psicologa, molto umana, dixit: non ci si può nemmeno telefonare, tranne che a Natale… minchia: a Natale? Che senso ha, chiamarla a Natale, se non posso sentirla ogni giorno e sapere come sta, cosa fa, se mangia, se ci pensa, se piange? Peraltro fino a metà settimana scorsa, quando è stata decretata questa simpatica punizione, l’ho sentita, ed è stato come essere presi a colpi d’ascia.

E l’Uomo?

Ecco, l’Uomo è il peggiore dei miei problemi, in questo momento.

Sta di merda. Ma soprattutto, sta diverso da me. Traduco. Io i primi giorni ero furibonda, ai limiti del pericoloso. Peraltro stavo ore al telefono con tutti i soggetti coinvolti nella vicenda affidamento e chiamavo la Princi una volta al giorno, per dire poche, inutili e sofferte parole. Lui era straziato. Peraltro non chiamava nessuno, forse perché non se la sentiva, forse perché non era mai da solo.

Poi la psicologa ha detto che non posso sentire la Princi nemmeno per telefono, e la cosa s’è ribaltata: io ho iniziato a piangere come una fontana e non ho smesso per giorni, lui si è inferocito e ha dichiarato che non vuole neanche sentirla nominare, quella piccola stronza.

Poi siamo venuti a Genova. Ora io vivo tra casa mia, dove cerco di eludere gli auguri e gli inviti natalizi, e la casa di riposo dove mio padre scende, piano piano, verso il distacco definitivo, svegliandosi ogni giorno per meno minuti, mangiando ogni giorno meno cucchiaini di pappe frullate, usando ogni giorno meno farmaci perché, tanto, non fanno più effetto.

E oltretutto c’è la tempesta di Natale e piove e io voglio solo dormire, ma non ci riesco, di giorno sono triste, di notte incazzata. L’Uomo ha finito il festival ed è tornato così stanco e stressato che gli gira la testa ogni poco, e quindi tra le rare cose utili che realmente faccio cerco di nutrirlo e di stare accoccolata con lui sul divano davanti a film degli anni Ottanta, ma ho paura, perché non vuole, o non può, parlare con me della Princi e del nostro futuro, e io non so cosa pensa e ci sto di merda.

Direi che con questo 2013 è legittimo richiedere di essere definitivamente esonerati dal festeggiare il Natale. Dall’anno prossimo dirò a tutti che, essendo ormai buddhista da mo’, è del tutto inutile che io partecipi a un festa cristiana. E siccome l’anno prossimo sono i 40 dell’Uomo, forse daremo inizio anche a una tradizione nuova per quanto riguarda il suo compleanno. Perché non crediate che, pur sepolta nel mio duplice dolore, io non abbia notato che stasera, con la scusa che “in trentanove anni sarebbe la prima volta che non festeggiamo insieme il tuo compleanno”, mia suocera comunque lo fa salire in auto e andare fino a Arenzano, con la tempesta, e mollandomi da sola a casa, grazie, la sera di Natale, quello stesso Natale che a tutti sembra così importante festeggiare in famiglia.

Diciamo che il mio proposito per l’anno del Signore 2014 si potrebbe anche un attimo individuare nella frase “direi che voi non vi fate tanti problemi a calpestare il prossimo quando volete qualcosa, no? Beh, nemmeno io” e questo si applicherà con particolare ferocia alle donne della mia famiglia: e io che credevo fosse solo mia madre, quella che mi prevaricava. Qui ci si fa pisciare in testa dalle sedicenni maltrattate e anche dalle suocere notoriamente vittimizzate da tutti. E anche basta, grazie, che se un giorno vi sfanculassi io davvero e smettessi di soffrire come un cane per voi, vorrei vedere chi ci mettereste al mio posto.

 

 

 

 

mercoledì 18 dicembre 2013

Non so come dirlo

Per cui mi limiterò alla cronaca.

L'ho sgridata.
Lei è uscita, come era previsto per il pomeriggio. Non è rientrata, però. L'ha presa la Polfer alle 9 del mattino dopo. Che, in effetti, stava rientrando in città.

NON ESISTE NESSUNA FRASE IN GRADO DI DESCRIVERE COME STIAMO IN QUESTI GIORNI.

Però oggi mi è successa una cosa. Sono rientrata al lavoro. Depressa, senza voce, con le mani che mi tremano, mi limito alla sopravvivenza.

Non ho detto niente ai ragazzi. Non hanno idea che il mio stato di prostrazione sia dovuto alla Princi. Ma Bimbo Transfert mi ha portato i libri in sala prof.e la conversazione lungo il corridoio è stata la seguente:
"Allora vuole adottare un bambino, prof?"
"Sì Ale, la sto già adottando, lo sai. Ma diciamo... che ultimamente abbiamo avuto... qualche problemino."
"Cos'è successo?"
"Che è complicato. Che non è facile."
"Lo dice anche mia madre" 
"Sai, devi essere molto gentile con la tua mamma. Perchè fare il genitore è difficile, ma in alcuni casi è più difficile ancora."
"Io a mia madre le dico sempre: mi hai voluto? e adesso mi tieni!"
"Eheh. Questo è vero per tutti i figli!"
"E lei mi risponde: io ti tengo trenta volte."
"Ha ragione. Ha ragione."

Poi l'ho abbracciato.


sabato 7 dicembre 2013

E poi viene quel giorno

Che tutto fosse così facile avrebbe di per sé dovuto generare qualche sospetto, sì.

Ad un certo punto tutti e tre ci siamo trovati di fronte a quel che non ce la sentivamo di fare, dire, ammettere, promettere, cambiare.

Tutti e tre CONTEMPORANEAMENTE.

Non è uno scherzo quando succede una cosa così, e ogni minuto che passi con tua figlia ti accorgi che nei suoi occhi, invece della magnifica luce di gioia e fiducia che ci vedevi prima, ora ci sono dolore, dubbio, angoscia e rabbia.

E' necessario molto coraggio per non scappare urlando "non ce la faccio non ce la faccio", come il pontefice di "Habemus papam".

L'altro giorno, davanti alla psicologa che segue la Princi, il mio più grande desiderio era afferrarla per un braccio e implorarla di aiutarci.

Non è semplice mantenere lo sguardo fermo e la calma nella voce, avendo a che fare con una Princi in rivolta.

Questa bambina a orologeria. Manca una manciata di secondi al suo diventare una donna, e nessuno sa esattamente quanti siano. E mancano così tanti pezzi al suo essere una ragazzina, al suo essere stata una bambina, e nessuno sa come restituirglieli.

Io come madre sono enormemente, vanagloriosamente, stupidamente felice. Felice quando la presento a qualcuno, felice quando le compro un pigiama nuovo, felice quando mi accorgo che le chiedo se vuole "la carnina" o "la fruttina" invece di dire carne e frutta, e mi sfotto da sola. Felice quando la guardo dormire, felice quando le parlo, felice quando mi stringe la mano.

Felice che mi assomigli così tanto anche nei difetti. Non in tutti grazie a Dio.

Ma lei non sta bene, adesso, e io sto malissimo. E l'Uomo a sua volta ha l'espressione di uno che caga chiodi, se mi permettete la sublime metafora in stile aulico.

E la cosa brutta è che non esista da nessuna parte un interruttore per schiacciare off. Viene quindi il momento del "mio Dio voglio scendere" che fa automaticamente sentire così in colpa.

Però. Siamo realisti. Tutti e tre vorremmo scendere, solo che adesso non ci sono più i posti dove andare che esistevano prima. E' inutile infiorettare questa cosa, chiamarla con un altro nome.

Deve esistere un modo per andare avanti.

Dopo l'incontro con la psicologa di S., ho cercato di essere presente come figura rassicurante in modi diversi. Ho parlato con la Princi, le ho comprato cose che le servivano, l'ho accompagnata a destra e a manca, le ho spalmato la crema sulle macchie della pelle, le ho lasciato bigliettini in ogni dove, le ho mandato messaggini. L'ho tenuta abbracciata. Come due naufraghe, ci siamo abbracciate.

Lei ci sta mettendo molto del suo. L'altra sera io ero visibilmente stravolta dalla tensione ed è stata lei a venire a coccolarmi. Cerca di stare alle regole, anche se non le capisce e non le condivide. Si vede lo sforzo enorme che fa per non farsi paralizzare dalla paura, per non cadere nella depressione.

Uso chiunque e qualunque mezzo, lo zio Phil, lo zio Giò, le sigarette, i Fonzies alla paprica, litri di tè alla pesca, la seduta dall'estetista, lo sgombero progressivo degli spazi nella sua camera, per permetterle di sentirsi meglio.

Ma non posso accelerare la lancetta dei secondi. Quindi dovremo tutti e tre avere la fermezza di restare saldi ancora un po' in questo casino.

Ho paura.














giovedì 5 dicembre 2013

Come i cani

Nel senso che, come i cani, prendi le botte, hai male, e l'unica cosa che desideri è stare vicino alla persona che ti sta causando questo dolore e non lasciarla mai.

martedì 3 dicembre 2013

Segnatevi queste cosucce

1) Il primo mese dopo esservi portati a casa il figlio adottivo/affidatario, vi verranno delle mestruazioni da chiamare il 118. Come fossero le prime dopo un parto, esatto.
2) Il primo mese dopo esservi portati a casa il figlio adottivo/affidatario, ad un certo puntovi scoprirete a sentirvi totalmente espropriati della vostra libertà di dormire, mangiare, cagare e telefonare a orari che vi comodano. Come viveste con un neonato, esatto.
3) Il secondo mese sarà peggio. Il secondo mese vi verrà il baby blues.


Menomale che ci sono le amiche.

giovedì 28 novembre 2013

Vicino a te 2 - Cose da imparare

Per il prossimo quadrimestre, le attività della famiglia saranno organizzate in modo da farti imparare

...a apparecchiare e sparecchiare sempre e senza fartelo chiedere, visto che io cucino e l'Uomo lava i piatti

...a togliere (porcaccia zozza) TUTTO dalle tasche dei vestiti PRIMA di metterli a lavare, compresi: accendini, monete, anelli, orecchini

...a non tappare il wc con gli assorbenti interni

...a girare sugli autobus senza prenderli a caso, ma azzeccando la linea e la direzione giuste

...a gestire i soldi

...a gestire i no

...un minimo di matematica, inglese e scienze

...a non far trasparire sulla faccia in modo inequivocabile che pensi peste e merda di qualcuno

...a metterti la sveglia

...a usare il telecomando di Sky

...a riferire delle indicazioni in modo chiaro

...a chiamarmi quando hai paura

...ad addormentarti con la luce spenta

...a non credere sempre che ci sia qualcuno sotto il letto, soprattutto perché ci vuole un contorsionista cinese di quelli bravi per nascondersi in un cassetto Ikea

...a perdonare le cazzate delle tue amiche

...a stroncare i tipi che non sono in grado di offrirti una relazione decente

...a non giocare al divide et impera con me e l'Uomo

...a conoscere il resto di questa strana, non sempre biologica famiglia

Vicino a te 1 - Sì no sì no no sì

No non puoi fumare più di cinque sigarette al giorno e
sì una sigaretta girata con tabacco fortissimo vale almeno due sigarette normali quindi
no per stasera hai fumato abbastanza

Sì puoi uscire con Chico Bimbominkia ma
no non puoi evitare che io ti faccia presente che è un idiota e
sì l'abbiamo notato tutti che se non lo chiami tu il coglione non ti si fila nemmeno con un sms

No non puoi avere Facebook perché per te è rischioso e
sì potrai avere WhatsApp ma solo se sarà ancora possibile parlarti e guardarti negli occhi senza doverti abbaiare di spegnere la chat

Sì ti ricarico il telefonino ma
no non ti pago un'altra promozione finchè non ti gestisci bene quella che hai

No non ti porto in comunità a salutare ma
sì puoi chiamare i tuoi educatori con il mio cellulare per raccontare che il tuo primo giorno di stage è andato bene

Sì puoi tagliarti i capelli come un guerriero masai ma
no non puoi chiedere a papà di essere d'accordo e
no non credo che la tua assistente sociale apprezzerà ma
sì voglio che tu possa esprimerti


domenica 24 novembre 2013

Emigranti


Ci sono situazioni, quando sono sola, che sono deputate a rimuginare sulle cose dolorose.

Per esempio, i viaggi in macchina sono il momento giusto per elaborare lutti, separazioni, amicizie e amori che non sono più, amori che non furono mai, liti con il consorte, rabbie varie. Possono servire allo stesso scopo anche cucinare, farsi la doccia, pulire il terrazzo, portare il cane. Cioè, non che io pensi sempre e solo a cose buie o mediti vendetta ogni santo giorno, ma per dire, se ci sono questioni difficili, ognuna si trova il suo momento. Portare il cane e riflettere su eventuali falle del rapporto coniugale. Farsi la doccia e sciogliere nel sapone lo sporco e anche il lutto.

Lavare i piatti, da sempre, è inesorabilmente associato alle grane con la famiglia d'origine. Credo che questo spieghi perchè assolutamente mi rifiuto di farlo, a meno dei seguenti casi: 1) totale assenza del marito per più di un giorno 2) malattia del marito per più di un giorno 3) prolungato soggiorno in casa di vacanza lontano dalla famiglia medesima.

Di recente i piatti li ho lavati un po' più spesso, non fosse altro perchè siamo diventati tre, a volte mangiamo in orari diversi l'uno dall'altro, e sporchiamo molto di più.

E ogni santa volta mi sono stupita di come mi tornasse in mente, proprio appena insaponato il primo bicchiere, tutto un ordine di problemi e di questioni che ormai, nelle mie giornate, non ha assolutamente più spazio.

Dire, adesso, che ho vissuto schiava per anni, sembra come raccontare la storia di un'altra donna. Schiava in presenza, schiava a distanza, schiava quando non riuscivo a dormire o a godermi una domenica a casa, schiava quando passavo tutte le ore libere in autostrada, schiava ogni volta che ho mangiato una brioche stantia o un rettangolo di focaccia al posto del pranzo o della cena, schiava ogni volta che ho fatto benzina, schiava delle decisioni prese senza voler sentire pareri, schiava dei ricatti psicologici, schiava dei bisogni reali, schiava delle molte e molte emergenze. Schiava di un sistema ben oliato e organizzato, che da febbraio scorso è esploso. Perchè io mi sono sottratta. E pensare che, a rigor di termini, io mi sarei potuta sottrarre in tanti altri momenti: quando sono andata a stare da sola, quando sono andata a stare con l'Uomo, quando ho cambiato città, quando mi sono sposata, quando l'Uomo ha iniziato a fare due mestieri. Quando ho capito di dovermela cavare da me se avevo un problema, perchè il rapporto ormai aveva cambiato segno, non sarebbe più stato dare e prendere, ma solo dare. O decidere di non dare più. Che è quel che ho fatto a febbraio.

Adesso ci vogliono quelle rare volte in cui insapono bicchieri per pensare a tutto questo e domandarmi se è successo davvero: eppure ne ho ancora intorno i segni. Sul contachilometri della macchina. Nella tiroide danneggiata. Nelle centinaia di euro spese in colloqui psicoterapeutici. Nel rapporto ancora difficile e spesso lacunoso con l'Uomo, che oggi, passate le troppe emergenze, mi rinfaccia tutto quel che prima, con parenti in punto di morte, gente da accudire in ospedale, devastazioni varie, non poteva farmi notare. Ora non me ne passa una, esagera, lo sappiamo bene entrambi, ma tant'è.

Certo, ora sono state stabilite con chiarezza distanze, posizioni, priorità. O almeno, io ce le ho chiare e sono quelle di una donna adulta che non può continuamente voltarsi indietro, perchè la sua presenza, la sua lucidità e tutte le sue migliori risorse servono, qui e ora, per preparare i prossimi passi in avanti: quelli della Princi, come figlia, come studentessa, lavoratrice, donna; e i nostri, come famiglia, come coppia, come genitori. 

Non voltarsi, come tutte le scelte, ha un prezzo. Ed è a quel prezzo che penso sciacquando pentole. Ma è pazzesco come il detersivo sulle mani, la spugnetta, le bolle, il rumore dell'acqua, tutto concordemente gridi, canti, armonizzi in una sinfonia lo stesso concetto: che potrei essere con le mani immerse nel sapone e il suono delle stoviglie da un'altra parte del pianeta, per esempio in Germania dove mi potrei essere trasferita per lavoro, in Spagna dove potrei essermi trasferita per amore, in Nepal ove potrei essermi trasferita per motivi religiosi, in Mali dove potrei essermi trasferita per andare a lavorare in missione, in Gran Bretagna dove potrei essermi trasferita perchè avevo trovato lavoro per caso alla fine di una vacanza. E in tutti questi casi sarebbe mio pieno, riconoscibile diritto aver messo tra me e tutto quel che rappresenta il passato tantissimi chilometri, oceani, aeroporti, lingue e mondi, e continuare il mio percorso umano là dove mi trovo.

Che i chilometri tra me e la vita che comunque avrei dovuto smettere di fare siano meno di centoventi non dovrebbe rendermi meno libera di lasciare il passato indietro e smettere di voltarmi. Che mia figlia abbia la pelle diversa dalla mia e sia arrivata in questa casa con le sue gambe, con le sigarette in tasca e iscritta a una scuola superiore, nemmeno. Lei è già stata una figlia, sì, ma non in questa famiglia, e noi siamo comunque appena passati al ruolo di genitori, tanto quanto lo saremmo se fosse uscita dal mio corpo cinque mesi fa. 

Mia madre vuol festeggiare il Natale, e quest'anno anche io ho degli ottimi motivi, non solo legati all'arrivo della Princi, per volerlo fare. Quindi lo festeggeremo, di comune accordo. Solo che saremo in due pieghe spaziotemporali distinte. Io qui, adesso. Lei allora. O, forse, lei avanti. In un futuro che finalmente riguarda solo lei. E che io, fin da tempi assolutamente non sospetti, le avrei augurato meno solitario. Ma si vede che anche lei doveva partire per qualche suo Nepal, attraversare qualche suo oceano, e non voltarsi.
 
Se non fosse per la Princi, lo troverei veramente molto giusto.

martedì 19 novembre 2013

Proteine

Che poi dici c'ha i problemi alimentari e chissà che cazzo di figlia bulimica le viene su.

E tutti a dire che c'è la componente genetica e... no, direi di no, perché dovrei pensarlo, visto che mia nonna, mia madre e io, tutte uguali? Naaa ma figurati, al massimo è la componente ambientale.

Eh. Quella poi.

Boh.

Capisco poco di quel che succede, la psicologa dice che non ci devo pensare perché per me è normale incasinarmi su queste cose, comunque mi aspettavo di avere molti problemi e invece, eccoci qua, io stasera ho mangiato: formaggino, pezzettino di focaccia, e molte carote. Lei: formaggino, due mucche tritate non troppo cotte (il nostro macellaio ha un concetto di "piccolo" "sottile" "poco" che credo vada bene nella terra dei Titani, da cui gli hamburger farciti alti come torte nuziali). E pochissime carote.

E mi sono sorpresa a guardarla addormentata e pensare con gioia a tutte quelle piccole proteine rosse che si trasformano nei suoi muscoli, nella sua pelle di seta e nel suo sangue giovane.

E a dirmi che forse ho spezzato la catena.

The way


IL PROBLEMA

Tutto è cominciato con un sms.

Che ho letto di corsa mentre attraversavo un corridoio della scuola, ed a cui ho risposto tornando indietro per lo stesso corridoio, tant’è vero che la controrisposta che mi è arrivata l’ho scorsa velocemente, mentre ritornavo indietro lungo il corridoio ovest, e non me la ricordo assolutamente, perché come al solito qualcuno deve avermi parlato, e io devo aver dribblato altre due o tre persone mentre camminavo a passo di carica verso la sala prof.

Non so più cosa avevo scritto alla Frenci, ma lei mi ha risposto: “pensati come una donna che ha avuto un bambino, cosa le diresti di fare?” e io: “di riposarsi, e di fare le cose coi suoi tempi più che può… ma lei avrebbe il congedo maternità”.

E ANCH’IO LO AVREI.

Se solo mi avessero fatto firmare qualche foglio.

Invece, siccome non c’è niente di firmato, e i nostri nomi esistono solo in qualche relazione a Torino, che i giudici non hanno ancora visto, eccoci qua, a novembre, noto mese di merda per i docenti, che corriamo tutto il giorno, tutta la settimana, tutto il mese, senza più nemmeno levarci le scarpe tornati a casa, perché tanto poi dobbiamo uscire. Per la Princi e per tutto il resto.

Esemplifico. Questa settimana:

Lunedì, io: scuola - prendere Princi a scuola - spesa - pranzo - corso aggiornamento - casa cucinare - portare Princi in piscina - altro pezzo di spesa - portare Princi a recitazione - casa cena con Uomo - prendere Princi a recitazione - casa cena Princi. E avrei avuto un appuntamento a 40 km da Asti alle 19, ma è saltato.

Sempre lunedì, Uomo: portare Princi a scuola - scuola - casa pranzo lavoro su festival - Genova assemblea di condominio - rientro cena - lavoro su festival.

Domani: io scuola 3 ore prima dell’orario consueto e Uomo due. Pomeriggio io in ufficio e lui a Torino. Princi solo a cena.

Mercoledì: io scuola e gruppo lavoro di tre ore al pomeriggio e Fata Bionda. Princi scuola e psicologa a Torino, perciò treno, incrocio con l’Uomo che la porta a Torino, la riporta indietro, poi casa, poi piscina io e lei.

Giovedì: Uomo in radio, io e Princi a Genova.

Venerdì: provate a cagarmi il cazzo dopo la scuola e vi stermino la famiglia.

Sono settimane che andiamo avanti così e oltre al ciclo normale, lavoro casa spesa bucato mangiare lavarsi, ci incastriamo Genova, Torino, Milano, Casale, le visite mediche della Princi, le visite veterinarie del cane, i gruppi di lavoro, la commercialista, i progetti pomeridiani, le feste di compleanno degli amici della Princi, il cambio delle gomme per l‘inverno, una cena feriale fino alle due di notte (per carità, era una roba fighissima dell'Upper Hastiwood) e questo e quell‘altro.
 
Dopo l’sms della Frenci però io ho dato i primi segni di cedimento. Ho fatto un’influenza di stomaco senza mai fermarmi, e buttandoci pure dentro un bel fritto misto alla piemontese coi parenti. Che, arrivata all'amaretto fritto, sono andata sotto il tavolo a nascondermi tra le zampe affettuose di Gigantesco Mostro Bavoso N.3.

Più di recente, ho fatto un‘abbuffata di wafer al cacao come non ne facevo da quando avevo l‘età della Princi.

L’insonnia di notte, e la narcolessia sempre e ovunque di giorno.

Una strillata al telefono in mezzo a una corsia del supermercato.

Un paio di scoppi di pianto.

Litigate con chiunque.

E per finire, un attaccone di panico forza nove, di quelli in cui perdi ogni pudore, e ti aggrappi al marito ansimando hopaurastomalehopaurahopaurastomalestomaleaiutostomale,
e alla fine lui ti deve cambiare la maglietta come a un bambino, perché sei sudata come se avessi fatto la maratona di New York.

Eccoci qua.

Alla frutta.

E, sì, il congedo maternità ha il suo perché. Averlo e non averlo non sono la stessa cosa.

Che poi io correrei lo stesso tutto il giorno eh. Ma almeno i corsi di aggiornamento, almeno le riunioni extra, almeno le ore di progetto si potrebbero rimandare a tempi più leggeri. E magari non sarebbe necessario bruciarsi la mattina libera del martedì, per andare un pomeriggio ad accompagnare la Princi alla visita specialistica. 

E che dire dei due giorni per stare a Genova a farsi fare visita e occhiali dall’oculista e dall’ottico di fiducia, e intanto vedere i parenti e qualche amministratore, ma con calma.

E del dentista, dato che il prossimo dente che si rompe è per forza davanti, perché quelli dietro sono già sbriciolati.

Okay.

Ieri ho accettato il fatto che no, non sono una pessima madre, sono solo stanca. Morta.

L’ho detto alla Princi: “Mi spiace che in questo momento mi sembri tutto così faticoso. Passerà.”

Poi ho corso. Fino ad aver male dappertutto.

Non posso fermarmi, e non mi fermerò.


LA SOLUZIONE

Mi dispiace ripetermi, la soluzione è sempre la stessa. Un bel mavaffanculo.

Ieri: due ore di corso di aggiornamento talmente inutili e ritrite che avrei potuto io in tre minuti e mezzo riassumere quel che in novanta minuti ha detto il docente, e senza le sue pallosissime slide?
Ottimo, ho letto un capitolo del mio libro sulla cultura religiosa del Medioevo.

Stamattina dovevo lavarmi i capelli prima di occuparmi di tutta la tribù e oggi, invece che alle 12,30, devo entrare alle 09,50. Che non è bello, visto che uscirò comunque alle 16,45. E' suonata la sveglia alle sette?
Mi sono abbarbicata al cuscino e ho dormito altri dieci minuti sodi. Poi s'è svegliato il marito e, oh meraviglia, anche lui aveva sfanculato qualcuno: la sua vicepreside, che voleva mettergli due ore di supplenza dalle otto alle dieci, quando lui entrerebbe alle 9,45 il martedì. Iera era arrivato alle 21 da Genova, la richiesta di coprire la supplenza era arrivata alle 22, e lui con saggezza aveva risposto: "ma io domattina parto da Genova, non so a che ora arrivo". Così stamattina i venti minuti dopo la sua sveglia li abbiamo dedicati a sfanculare ulteriormente il resto del mondo in modo assai gradevole, tanto la Princi al mattino c'ha il sonno di un rinoceronte morto.

Dopodichè siamo andati a farci le rispettive docce, i rispettivi caffè e a svegliare la Princi. E io mi sono ficcata una pinza nei capelli ancora umidi, un cappotto sopra la tuta da ginnastica con cui avevo dormito e hop, portata la Princi a scuola, ora son di nuovo qua che mi asciugo i capelli con calma, e tento di ricordarmi chi fosse quella prima attrice troppo figa che, durante la maternità, s'era fatta beccare dai fotografi dei tabloid mentre, in pigiama e con la pinza nei capelli, andava a comprare il latte allo store. Natalie Portman? Katie Holmes? Aiutatemi.

Come in passato stava scritto accanto allo specchio del mio bagno, "ricorda: anche Julia Roberts OGNI TANTO è stanca e ha lo scazzo".

E ho deciso di prendere così ogni altro aspetto di queste tremende settimane, laddove sia possibile.

Vaffanculo is the way. Remember.





























sabato 16 novembre 2013

Fisicamente

Leggevo poco fa questo post sulla nudità negli spogliatoi in piscina, della mia come al solito molto sensata e assai poco bacchettona amica Noisette.

Riflettevo sulla fisicità. Una figlia che ti entra in casa ormai quasi donna ti fa pensare.

La Venere nera che abbiamo in casa, vabbè proprio nera no ma insomma, con padre e madre così bianchi potrebbe pure essere una somala, in un paio di occasioni mi ha dato fugace visione delle sue abbondanti bellezze. In verità erano occasioni non peregrine: in un caso trattavasi di depilazione, in un altro di visita medica.

Con l'Uomo ovviamente è un'altra cosa, stanno attentissimi a non invadere i reciproci spazi, le porte per cambiarsi e lavarsi si chiudono accuratamente e lui, se non è al mare, non si lascia nemmeno vedere a torso nudo, purtroppo quasi neppure da me. Lei, in mutande e reggiseno, presente lui non l'ho mai vista passare.

Io a casa giro in mutande, canottierine, reggiseni e babydoll, a volte scollatissimi, praticamente sempre, faccio eccezione giusto il giovedì, giorno in cui spesso l'Uomo entra in casa alle ore meno prevedibili seguito dal Granduca. Che peraltro è un uomo di una tale finezza che sarebbe capacissimo di farmi un complimento non allupato né esagerato, ma gradevole e indimenticabile, senza nemmeno mettermi in imbarazzo, e poi parlare serenamente d'altro.

Ma nuda no.

Nuda non me la sento, no.

Cioè. Noi parliamo. Parliamo molto e senza inibizioni. Abbiamo dovuto a più riprese affrontare i temi della sessualità, della contraccezione. Ne dovremo parlare ancora a lungo. Dobbiamo andare dalla ginecologa insieme. Intendendo due diverse ginecologhe, la mia e la sua, e mi sono detta che, se per rassicurarla sulla procedura è il caso che lei sia presente alla mia visita, per me sta bene. Lo decideremo sul momento, ma conoscendola sono sicura che vorrà sapere, vorrà vedere, vorrà capire, perché lei è così, lei deve sapere le cose prima per stare tranquilla (chissà di chi è figlia?).

Però
a) non mi sono mai posta il problema dei bambini in spogliatoio, devo dire peraltro che finora non ho mai visto bimbi di sesso maschile nello spogliatoio delle donne, ma molto spesso ho patito l'esibizionismo di quante girano con la sgnassa all'aria e si spalmano per delle mezz'ore olii e creme senza il minimo bisogno di girarsi di là. Io trovo che quando ti sei lavata e deodorata puoi vestirti e il resto delle operazioni è puro show, insomma io non mi nascondo dietro un armadietto per levarmi il costume e non ti chiederei mai di farlo, ma magari se non ti massaggi le tette per dieci minuti in mia presenza preferisco
b) poiché l'igiene è igiene e il cloro non fa bene, lavarsi senza costume è necessario, e sia io che la Princi preferiremmo poterlo fare in box doccia singoli, invece abbiamo la stanza docce tutta aperta e ciò ci disturba abbastanza
c) non è ancora capitato che io e la Princi andassimo a lavarci nella stanza docce nello stesso momento, e non so se ne ho voglia.

Questa è una di quelle cose che un po' mi fanno tristezza, dell'avere preso a vivere con noi una ragazza così grande: sono certa che se avessi avuto una figlia piccola avremmo fatto fior di bei bagni in vasca insieme, con la schiuma e lo shampoo e le coccole e le paperelle e la pelle d'oca e il profumo del talco.

Per questo sono molto grata alla Princi, che tende ad attirarmi nel suo letto a una piazza quando ha voglia di un bell'abbraccio, perché è una cosa che io non avrei avuto il coraggio di fare se non l'avesse proposta lei più volte, e mi piace tanto, quando la sbaciucchio tutta forte forte sul collo e lei mi fa i grattini sulla schiena, che, di solito, immediatamente dopo mi addormento di botto, come se la bimba fossi io.

Della fisicità c'è bisogno, tra genitori e figli, e sono molto fortunata a essere la mamma e non il papà. Perché anche lui prende e regala abbraccioni e bacioni, ma più spesso a lui tocca la lotta, e la Princi è cresciuta praticamente sola per le strade di Torino e poi s'è fatta due anni di comunità, perciò quando mena a volte fa male sul serio, anche se sta scherzando. Io di solito sono in un'altra stanza quando cominciano, e se sento ridere, strillare e suon di man, non mi avvicino, un po' per lasciare che questi momenti siano una cosa loro, un po' perché mi fa sempre un filino paura vedere l'Uomo, grande e grosso, che la spintona avanti e indietro sul letto o sul divano come una bambolina di pezza.

Non riesco a immaginare cosa deve essere per lei, con tutte le botte vere che ha preso prima, fidarsi così tanto adesso, ridere fino a restare senza fiato e ad avere le lacrime che scorrono sul viso acceso, ridiventare bambina per recuperare quel che s'è persa da piccola.

Chissà se lo sa, il bene che fa a noi poterla avvicinare così tanto, preparati come eravamo a metterci in casa un groviglio di problemi e paure, e testati per la prima volta su A. che aveva i nervi a fior di pelle pressoché sempre.



Anche i ricchi piangono



La Princi è nella mia vita dal 22 giugno e la mia vita è cambiata tantissimo. Decisamente in meglio.



Ma.



Io resto io. E non sono scema, le cose le vedo.



Abbiamo un sacco di problemi da risolvere, il primo è che il Chico Bimbominkia le continua a ronzare intorno e che lei da quando lui è rientrato nella sua vita non capisce più niente. Niente. Tipo che si fissa che vuole un permesso per vederlo e tu le dici no, a quell'ora e in quel posto no, e le proponi un'altra ora e un altro posto, e lei non capisce che le stai dando un'alternativa perchè è già partita in quarta.



E vuole discutere di questo a mezzanotte e quaranta.



E del cellulare, anche, vuole discutere, e lo vuole fare la sera che tu sei rientrata alle sette e devi ancora lavarti i capelli, asciugarli, cucinare, mangiare, darle da mangiare, vestirti truccarti uscire e essere a teatro alle nove per l'unica sera in cui esci con tuo marito. E ne ha discusso poche ore prima con il papà, solo che lei usa ancora la tecnica del divide et impera che funzionava bene con gli educatori della comunità. Che con noi non funziona. Ma siccome tu questa settimana non ti sei fermata un attimo e dai visibili segni di cedimento strutturale, ci riprova con te, e alza pure la voce.



E il secondo problema è che io sono alla frutta. E' il secondo weekend che ho un crollo verticale delle forze. La volta scorsa sono scappata in montagna da sola. Stavolta sono da sola qua e loro sono in montagna. E non è che fosse precisamente questo il piano di battaglia, quando abbiamo detto “facciamoci una famiglia”.

Per carità, domattina li raggiungo eh. Ma insomma.



Poi ci sono un sacco di altre cose, o forse dovrei dire di altre persone: la Princi di tre anni che deve essere coccolata, quella di sette che deve essere accompagnata al primo giorno di corso di nuoto, quella di sedici che non si rende conto di assumere un tono da far prudere le mani a un santo, quella di ventinove che ragiona in modo maturo sulle cose, quella di dieci che ride come una pazza, quella di cinque che “mamma ho fame”, quella di dodici che “non so cosa mi sta succedendo”.



E ci sono questi due quasi quarantenni che si arrabattano per starle dietro e non trattarla comq una seienne su cose che deve ormai gestire da sola, né come una ventenne su cose che non ha mai fatto prima e che la spaventano.



Okay ve lo dico, tanto ne sapete certamente qualcosa: è bellissima questa avventura, ma sono del tutto schiantata dalla fatica, e lo è anche l'Uomo, e in più, quando non siamo esauriti, siamo nostalgici e anche un po' rancorosi. Tipo “ti ricordi quella volta in Toscana che non ci siamo persi cercando il ristorante?”, tipo sforzarsi di non pensare a quando la domenica pomeriggio la passavamo a letto, tipo “tu non mi corteggi più” e tipo “tu sei sempre stanca”.



Non si dice che era meglio prima, che non vediamo l'ora di un dopo. Si dice solo che è molto difficile, delicato e faticoso adesso.



La sintesi sta nella frase che io ho detto stamattina asciugandomi le guance dopo abbondante pianto: “Io adesso non me la posso permettere mezza giornata in cui sto al buio perchè ho l'emicrania, perchè in quella mezza giornata devo esserci, essere operativa per mettere dei paletti, stabilire delle abitudini, evitare degli errori, e lo devo fare ORA perchè poi sarà troppo tardi”.



Insomma, quel che si passa normalmente coi figli, in varie fasi, direi. Ma concentrato in poche settimane, e con tutte queste figlie di età così diverse che ci girano per casa.



Poi va beh, grazie a Dio ci sono le sere del corso di nuoto.



C'è andato l'Uomo questa settimana, tanto io ero devastata da una massiccia perdita ematica che non ha per nulla aiutato a tenere botta durante le corse settimanali, e la sua reazione è stata uguale alla mia: passare quarantacinque minuti a palpitare d'orgoglio e non perdersi un gesto, mentre il nostro pesciolino color rame diventa inesorabilmente bravissimo. Nonché, aggiungerei, stare seduti quarantacinque minuti in un posto dove si sente rumore d'acqua, c'è abbastanza silenzio, non bisogna fare niente e non si possono usare i telefoni. All'incirca il paradiso.

venerdì 8 novembre 2013

Promemoria sempre utile

Poiché
non ho ancora capito cosa sono esattamente
poiché
sono stata un'amica nanofree per tanti anni e se continua così lo sarò per tutta la vita, dato che gli unici pannolini entrati nella mia vita con S. sono degli Obi super
poiché
sono stata quella che poteva uscire e decidere all'ultimo di non rientrare per cena, mentre le amiche erano in cucina a girare pappine per bimbi di varia taglia
poiché
sono stata quella che veniva invidiata per le sue vacanze al mare nanofree quando avrebbe tanto voluto devastarsi di smagliature e ragadi
poichè
non so assolutamente cosa pensino di me le mie amiche senza figli, con figli in età di pannolino, con figli in età di capriccio, con figli in età di primi compiti delle vacanze, ora che io sono alle prese con cose che loro devono ancora vedere tipo cellulari, lunghezza delle minigonne, ragazzi e sigarette,

ritengo sia in ogni caso bene divulgare una riflessione intelligente:
http://tiasmo.wordpress.com/2013/11/08/10-cose-che-prometto-di-non-fare-a-una-amica-senza-figli/#comments
...e soprattutto, leggete i commenti.


mercoledì 6 novembre 2013

Genetici e acquisiti

La migliore accoglienza alla vostra ragazzina in affidamento/al vostro bimbo adottato non la farà mai la vostra amata madre, né il papà che vi porta in palma di mano da quando eravate bambini o il fratello o la sorella con cui siete cresciuti. Scordatevi le scene strappalacrime tipo film.
Il commento più gettonato sarà: "Ah". Non è detto che sia pronunciato in tono scontento o ostile. Ma non saranno probabilmente molto loquaci.

Per vedere una scena di grande impatto emotivo, vi conviene invece provare a rivolgervi, in ordine sparso, a:
- secondi mariti / mogli
- zii veri o finti, tra cui annotiamo anche eventuali primi/e mariti/mogli di parenti che tutti detestano ma voi continuate segretamente a frequentare perché vi trovavate bene
- cugini di sedicesimo grado
- amici
- dipendenti
- colleghi
- medici di famiglia
- fidanzati di parenti che non si sa quanto dureranno

E tenete ben fermo che la migliore chiacchierata sugli aspetti più profondi dell'adozione la farete senz'altro con un conoscente occasionale o addirittura un compagno di scompartimento nella tratta Milano Centrale - Venezia Santa Lucia.

Intorno alla Princi si sta formando una famiglia bellissima, quasi tutta di gente che non è per un cazzo nostra consanguinea.

Tipo lo Zio Granduca.
Che era seduto sul nostro divano il giorno in cui sono tornata a casa e l'Uomo mi aspettava per dirmi che sarebbe iniziato il percorso di preaffidamento. Cioè quando ancora io e la Princi non ci eravamo mai incontrate. E poi era presente al suo compleanno. E poi in vacanza in montagna. E poi le porta i regali dai suoi viaggi. Lo Zio Granduca non lo conosciamo nemmeno da due anni interi, ma è come un fratello. E ha un figlio maschio che potrebbe essere il fratello minore di S., e si vede tanto che lui sarebbe stato un ottimo paparone per una ragazzina. La adora. Ricambiato. Allo stato attuale delle cose, se io e l'Uomo domani fossimo spazzati via dalla caduta di un meteorite, sarebbe opportuno dare la Princi in affidamento a lui.

Tipo lo Zio Giò, che altri non è che Sanguedelmiosangue, e lui sì che è della famiglia in senso stretto, ma è anche così tanto della famiglia che gli sta stretta la definizione di cugino e quindi si è autonominato mio fratello. In effetti secondo me se facessimo l'esame del DNA scopriremmo che si somigliano di più i nostri due che il suo e quello di sua sorella. E lui e la Princi si amano tanto, dopo le gare di rutti in montagna, che lei ha deciso autonomamente che cugino è troppo poco e quindi è uno zio.

Tipo la Zia Diavolessa e lo Zio Manzo. Che, essendo alla porta accanto, costituiscono per me la magnifica sicurezza che, se un giorno perdiamo le chiavi di casa, o la Princi arriva da sola e io ho bucato una gomma da qualche parte nel Monferrato, per lei ci saranno comunque sempre un piatto caldo, un tetto sopra la testa e un televisore puntato su tutti quei programmi che io e l'Uomo non le facciamo assolutamente vedere. Tipo "Cucine da incubo", "Malattie imbarazzanti" o "Sedici anni e incinta". La Diavolessa crede fermamente che parlare con i figli sia l'antidoto perfetto a qualunque cosa, e le bimbe stan venendo su bene, quindi ha sicuramente ragione lei: ma io non ho voglia di parlare proprio di "Sedici anni e incinta", né con la Princi né con nessuno.

Tipo il Suocero Aggiunto. O il Chitarrista. O la Fata Romena. Tutte quelle persone che gravitano intorno alla nostra vita e, vuoi perché sono adottati pure loro in qualche modo, vuoi perchè non hanno aspettative tipo rivedere le fossette della zia, il taglio d'occhi di papà o il naso del nonno in un nipote o un cugino, si illuminano di gioia quando parliamo di S.

Il sangue è importante, lo so. Lo sento anche io il buco, l'assenza del legame molecolare, quando guardo mia figlia, che è bellissima e non mi assomiglia per niente. E lo butto lì come battuta (da quando l'altra sera, povera gioia, sosteneva che mamma Demi Moore e figlia Miley Cyrus in un film "sembriamo proprio noi due" - e grazie mille per aver detto che "sembro proprio" Demi Moore, forse dopo che ha mangiato trenta chili di gommapiuma ed è stata investita da un SUV): "Che bella che sei. Come ho fatto a fare una figlia così bella?"

Però l'altra sera ha fatto la sua prima lezione di nuoto. E io la guardavo dalla tribuna e pensavo ai miei allenamenti di nuoto da ragazzina. E vedendola prendere confidenza con l'acqua e coi movimenti mi è uscito mentalmente un "ma guarda com'è portata, come le piace... e' tutta mia figlia..." che mi ha fatto venire giù dei lacrimoni grossi così. E menomale che ero l'unica presente sulla tribuna della piscina dei principianti.

A me piace essere una mamma acquisita. Non so come sia essere una mamma genetica. Ma per il momento non me ne potrebbe fregare di meno. Non credo che se fossero sedici anni che vive con me, se fosse uscita dal mio corpo, mio marito adesso certe sere ci troverebbe addormentate in letto abbracciate strette.




















martedì 15 ottobre 2013

United colors


Ospedale, sportelli delle prenotazioni.

Luuuuuuunghiiiiissssimaaaa aaaaaatteeeeeeesaaaaaa.

Passa una tipa della mia età, bianca. Con un bimba di tipo due anni, nera, per mano. Io guardo la pupetta coi ricciolini, tutta fiera nella sua tutina rosa, e dico:

“Oddio, ma quant'è bella?”

La Princi dice, con tono schifato: “Non è sua figlia.”

Io la guardo, ha quell'espressione cinica e sprezzante che solo un'adolescente annoiata a morte riesce ad avere.

Belo una cosa come: “Va beh...Anche noi due, se ci guardi, non...”

E lei: “Ma figurati, io ti somiglio, scusa: ho i tuoi occhi!!!”




venerdì 11 ottobre 2013

E adesso

Non ve lo immaginereste mai, ma quando il team di psicologi - assistenti sociali – responsabili della comunità dice la fatidica parola trasloco, praticamente vi restano ventisei ventisette secondi di lucidità prima che il tempo si ripieghi su se stesso, si concentri e imploda.




Verrete sputati fuori dall'altro lato della settimana, prima che possiate dire “oh”, e saranno già successe cose incredibili. Seguono esempi.




INSTAURARSI DI ABITUDINI




Alle sette di sera lei si siede in cucina. Che piova o ci sia il sole. E io, che magari sono appena arrivata e sarei anche propensa a svaccarmi una mezz'ora sul divano, lavarmi i capelli o fare una telefonata del più e del meno, invece mi fiondo in cucina a preparare, perchè è il NOSTRO momento della giornata.

A volte parliamo.

A volte no, perchè lei è stanca, io indaffarata.

L'altra sera lei scriveva sul suo diario al tavolo di cucina (ha voluto il diario segreto con il lucchettino a forma di cuore. Lo giuro) e io avevo già preparato tutto per cena, ma pur di non perdermi il momento mi sono lavata tutti i piatti che doveva lavare l'Uomo.




CAMBIAMENTI DEL COMPORTAMENTO NELLA FAUNA LOCALE




Il cane, alla frase “bisogna svegliare S.”, parte e va a svegliarla. Ma il punto è che per una buona mezz'ora la porta della camera della Princi è magari già stata spalancata e il cane non ci ha messo piede.




Il gatto ha deciso, dopo circa due giorni e mezzo, che anche la Princi è sotto la sua responsabilità, adesso. Ora non la molla un attimo. Le sta vicino, facendo le fusa tipo motore di Lamborghini, quando lei si siede sul letto e mi spiega cosa ha fatto a scuola. Le salta in braccio mentre è seduta in cucina. Le tiene compagnia quando esce sul terrazzo a fumare. Ma soprattutto, adora il fatto che lei al mattino abbia una ripresa lentissima, perchè così, tra quando noi la chiamiamo e quando lei si alza, lui si fa fare una sessione di coccole violente. Siamo perdutamente orgogliosi del nostro piccolo genio buono che ci protegge tutti, e gelosi marci perchè eravamo abituati ad avere il gatto sempre addosso.




La gatta si mantiene diffidente e sta più volentieri con noi. Ma l'altra sera, che faceva molto freddo e S. era andata a letto presto, quando abbiamo dato un'occhiata in camera sua, abbiamo scoperto la micia raggomitolata in fondo al suo letto, con un'espressione un po' colpevole.







POTENZIAMENTO DELLA CAPACITA' DI DIALOGO




Stiamo imparando a parlare.

Stasera eravamo al solito bar degli aperitivi davanti al cinema e abbiamo dovuto prendere una decisione che ci riguardava tutti e tre, e mentre il mondo vedeva tre persone intente a parlare a bassa voce e sorseggiare un'acqua tonica, un Crodino e un Estathè, noi in realtà avevamo l'anima di cristallo e ci leggevamo attraverso l'uno con l'altro. Sentire l'Uomo ammettere a voce alta di avere paura di un suo sentimento è stato qualcosa di notevole.




MODALITA' GIUNGLA: ON




Come era prevedibile, l'aspetto della salute della Princi tocca a me.

All'Uomo chiaramente non è richiesto di parlare di assorbenti interni, né di accompagnarla a visite mediche che prevedano svestizioni. Peraltro l'Uomo sobbalza e sbianca ad ogni suo colpo di tosse, quindi non è molto adatto a rassicurare né lei, né me. In compenso le rompe i coglioni per farle mangiare la verdura, sostituendosi egregiamente alla figura materna che ti controlla l'alimentazione che, chissà come mai, io non gradirei proprio impersonare.

Ma, con questo sistema, l'unico genitore presente, quando lei è entrata in panico perchè la dottoressa della mutua le ha preso la pressione e sentito il respiro con il fonendoscopio, ero io.

Così ho visto che il mazzo di richieste con cui siamo uscite (dermatologo, oculista, ginecologo, elettrocardiogramma per l'attività sportiva) preludeva a una serie di momenti per lei molto complicati. E io, che notoriamente adoro tutto ciò che è legato al mondo dell'ospedale... sono entrata in modalità giungla.

Una cosa tipo “lei è la mia bambina e d'ora in poi per riuscire a visitarla dovranno prima convincermi a metterla giù perchè me la terrò appesa addosso come una madre gorilla fa col suo cucciolo, e reagirò nello stesso modo di una madre gorilla se qualcuno prova a togliermela e lei strilla di paura”. Quindi le prossime settimane saranno caratterizzate da una serie di incontri con medici e personale tecnico dell'ospedale, nel corso dei quali io entrerò per prima battendomi il petto, saltando in cerchio e menando pugni sui lettini, e solo dopo, annusando diffidente l'aria, farò entrare lei e sorveglierò a sei centimetri di distanza qualunque umano le si avvicini, scoprendo i denti e ringhiando ogni volta che la vedo a disagio.




STRANE VISIONI




Stamattina ero così contenta e così appagata che per un attimo mi sono vista a allargare ancora la famiglia. Capitemi, il fatto è che i bambini delle comunità a volte sembrano messi lì da un'agenzia che ha fatto i casting con il preciso obiettivo di far aumentare la prolattina a qualsiasi adulto. E ricordatevi che, come si era già ampiamente visto alla casa dei Bimbi Sperduti dove fa volontariato mia madre, le tossiche, le pazienti psichiatriche, le baby prostitute che fumano venticinque sigarette al giorno fanno figli non belli: splendidi. E simpatici, pure. Quindi se volete fare un figlio, acido folico, alimentazione sana e vitamine. Ma se volete un figlio spettacolare, drogatevi per tutta la gravidanza e poi datelo in affidamento. In questo momento c'è un certo gruppo di fratellini molto piccoli, alla Casa di Pony, che stamattina fantasticavo di adottare in massa, e avevo anche già mezzo risolto il problema di cambiare casa per starci in cinque. Poi ho preso il caffè e sono tornata lucida.




PUNTI DI ROTTURA




Abbiamo assodato che io riesco a mantenere l'aplomb davanti alla parola mamma. Ma scoprire, poche ore fa, che nella rubrica del cellulare di S. io sono “Mammina:-)” è stato come fare quel famoso piccolo buco con il trapano in quel punto preciso della diga da cui parte la crepa che la fa crollare tutta.




Mammina:-)




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sabato 28 settembre 2013

Datemi un piano d'appoggio

Ve lo devo dire. Io credo che come zia avrei creduto di essere molto più presente, ma fino a un certo limite penso di non essere stata un’amica di merda per le mie conoscenze che sono diventate genitori negli ultimi nove anni (partiamo da Nipotina, che è la più “vecchia” tra i figli di amiche strette). Sicuramente avrò detto delle ingenuità, delle banalità o anche qualche cattiveria involontaria dettata dall’inesperienza, ma ho ascoltato molti sfoghi cercando di tenere presente che crescere un figlio comporta un dispendio di energie terrificante, molte preoccupazioni, tante domande su se stessi e sul resto del mondo. Ho cercato di non sottovalutare la stanchezza fisica accumulata dalle amiche nel corso di migliaia di notti in bianco, dato anche il fatto che tra i loro figli contiamo alcuni asmatici, diversi intolleranti a cibi vari e almeno due creature che non hanno dormito una notte intera per oltre un anno e mezzo, per motivi da accertare; quindi alcune mie amiche si sono sparate dei periodi molto lunghi di calvario, oltre alla normale trafila di influenza, varicella, bronchite, mal di pancino, tosse, vomitino, incubo, mamma ho paura, mamma ci sono i tuoni, mamma giochiamo? nel cuore della notte che ovviamente i genitori si sparano di default anche con il bambino più in forma e più dormiglione della storia. Ma perché dico ciò? No, perché adesso molti bimbi sono grandicelli. Nipotina, Coccodrillo, Orsetto, il Titti vanno già a scuola, laPulce e ilPulcino comunque sono cresciuti, e insomma la maggior parte delle mie amiche ha recuperato la capacità di rendersi presentabile con un normale correttore per le occhiaie, invece delle tre mani di stucco che ci volevano qualche anno fa. Inoltre hanno ripreso a fare sport, a uscire la sera, a mettersi i tacchi, insomma, sono rinate e avranno in parte dimenticato le faticacce del passato. Sono persone magnifiche, mi vogliono un bene dell’anima e sicuramente mi hanno perdonato le frasi idiote che posso aver detto. Ma vorrei che sapessero che sto attraversando quella fase in cui ogni divano – letto – poltrona – sedia – sedile – mensola - termosifone – stipite – nastro trasportatore del supermercato cui io mi possa appoggiare mi tenta irresistibilmente. Vorrei che sapessero che tra ieri e oggi ho rubato pisolini letteralmente ovunque tranne che a scuola e nello studio della commercialista (dove però mi sono seduta due minuti lungo la scala) e che ogni volta che ho messo le chiavi nella porta di una casa (ieri erano tre case diverse) ho fatto il calcolo di quanti minuti potevo spendere dormendo, quante cose potevo rimandare a dopo aver dormito e quante probabilità c’erano che suonasse il telefono mentre dormivo. E ogni singola volta ho pensato a loro e ho attribuito medaglie invisibili per tutto lo sbattimento a tutte le mamme (e per essere onesti anche a qualche papà) di cui ho seguito le vicende negli anni scorsi. Se penso che mia figlia si veste – lava – nutre – sposta – organizza anche da sola, e io sono completamente prosciugata lo stesso, mi viene voglia di chiamare ogni amica per chiederle scusa delle volte in cui non l’ho completamente capita. Ora scusatemi, ma l’Uomo e la Princi sono allo stadio, per cena ho già preparato e sono sola. Vado a letto.

domenica 22 settembre 2013

Tigri


“E' malata, la mamma!”

Con questa perentoria affermazione (che ha fatto saltare sul divano il mio corpo febbricitante) la Principessa ha accolto l'Uomo in casa, l'altra sera.

Uomo che, peraltro, ieri è stato definito “papino”, il che penso gli abbia sciolto completamente via le ossa.

Ho il raffreddore. A parte le continue emicranie, di cui sono certa che sono un aspetto costante dell'essere genitore che le amiche mi avevano prudentemente taciuto, e le mestruazioni da campionato, che io attribuisco al resettarsi degli ormoni in modalità mamma, è la prima piccola magagna che mi viene da quando S. è entrata nella nostra vita.

Lei mi tiene d'occhio inquieta: “Guarisci...” mi prega.
“S., amore, è un raffreddore, eh, non una malattia mortale, almeno credo. Stai serena.”

Io so esattamente perchè ho preso questo virus che girava in classe e a scuola da qualche giorno.

Perchè posso permettermelo.

Questa settimana, da alcune telefonate della sera e da una chiacchierata in cucina, ho capito che S. è cresciuta, che adesso ha inserito una cosa nuova nel nostro rapporto: ha deciso di prendersi lei cura di noi, come noi ci prendiamo cura di lei.

E inoltre ho capito che mi fido di lei. In quanto femmina. E in quanto ragazzina sveglia. E in quanto mia figlia.

Mi sono sentita come se dopo ere di vagabondaggio nella neve e nel ghiaccio mi si fosse spalancata la porta di una baita riscaldata dal camino. Il tepore che mi si è diffuso nel midollo mi ha detto che questo miracolo supera di molto le mie aspettative relative alla maternità, all'affidamento, diciamo pure alla vita tout court.

Sissignore, io, la traumatizzata a vita da un rapporto problematico con la figura materna, posso avere una figlia femmina, ma soprattutto posso pensare che sono CONTENTA di avere una figlia femmina.

Perchè è femmina nel senso in cui lo intendo io, e perchè io e lei in quanto donne ci siamo riconosciute e abbiamo già fatto squadra. E questo, traumi o non traumi, è quello che ho imparato a fare da mia madre e dal resto della sua famiglia, dove il matriarcato è chiaramente l'unica vera legge e dove si allevano amazzoni da generazioni.

Non s'era ancora vista una piccola guerriera così, in questa famiglia. Ma è evidente che l'Uomo le combattenti se le sceglie con cura.

Non so se saprò mai spiegargli quanto sono sbalordita dal fatto che sia riuscito a portare in casa non solo una figlia, ma la figlia, forse la sola figlia, che, per pregi e difetti, si può praticamente considerare perfetta per come sono fatta io.
 
A questo proposito vorrei dire una cosa che molti amici stretti sanno già.
 
Sarà perché io sono una combattente, perché ho un carattere di merda o perchè sono del Capricorno, che ne so. Comunque, io ho capito che l'Uomo era giusto per me la prima volta che abbiamo litigato. Ci muovevamo su due semicerchi invisibili intorno al tavolo, al centro della cucina, come due tigri che si studiano per attaccarsi, e nessuno dei due cedeva. Una parte di me ha osservato questa scena come se la vedesse dall'esterno e ha annuito: "Sì, lui va bene." Capivo che tenevamo duro entrambi non per orgoglio o per principio, ma perchè eravamo convinti allo stesso modo di essere nel giusto, e ho saputo allora che nessuno dei due avrebbe mai fagocitato l'altro.
 
Ecco, diciamo che per ora c'è uno squilibrio di forze, S. è un tigrotto che strilla e sputacchia ma non coordina le unghiate, e io un animale adulto che può intimorirla soffiando e tenerla a terra con una zampa. Ma vedo la potenza muscolare in crescita sotto la morbida pelliccia della mia piccola belva, e sono certa che, un giorno, sarà capace di tenermi testa su qualcosa che per lei sarà veramente importante, che se avrò torto mi impedirà di prevaricare su di lei, e che la stimerò per questo.

Sono cinica? non lo so. Al di là delle metafore, io penso che siamo animali, nel profondo. Ognuno di noi cerca di proteggere la specie, imparando a muoversi nella giungla, scegliendosi un compagno adatto alla lotta, e sa di aver raggiunto lo scopo quando uno dei suoi piccoli riesce a dimostrarsi più forte di lui.

Il DNA della coppia, tra l'altro, in natura è importante, ma non quanto la sopravvivenza del branco. Da cui la bellezza di alcuni accostamenti casuali. Come me e S. in piscina insieme.


 
 

 
 
 

giovedì 19 settembre 2013

E intanto

Bisognerebbe anche stare un po' attenti a non lasciare che il blog serva solo per sfogarsi, altrimenti poi tra qualche tempo quando guarderò queste pagine non troverò traccia di tutti i momenti belli e dei grossi traguardi e dei piccoli successi e delle gioie inaspettate, solo della fatica, delle difficoltà e del dolore.

Quindi, tagliamola corta oggi con le lagne: diciamo solo che è una di quelle giornate in cui le dinamiche delle procedure pre-affidamento mi prendono a calci, e io sto come uno preso a calci. Questo per la fatica e le difficoltà con la Principessa, gli educatori, i responsabili, gli assistenti sociali e tutto il fantastico circo dell'affido familiare.

Per quanto riguarda il dolore, il dolore nella mia vita in questo momento ha gli occhi azzurri di A. (ex Evento Cosmico, detto anche Gabbiano, o più recentemente, nella rubrica del mio cellulare, Spilungone, perchè tutti i nomi che iniziano per A devono essere modificati per non passare davanti all'Uomo nell 'elenco). Ma dopo molte settimane di patimento, abbiamo la cura palliativa. Io NON DEVO ASSOLUTAMENTE ricevere telefonate da A. dopo le sette di sera.
Perchè se lui chiama nel pomeriggio, come ieri, che mi ha beccato tra un lavoro in casa e una riunione a scuola, e io dopo aver parlato con lui esco e faccio altre cose impegnative per ore, va bene. Se lui chiama quando la giornata è finita e io ormai devo solo ritirarmi in cucina, mi devasta, perchè ho già posato la maschera e la corazza e la sua voce mi prende a rasoiate dove non ho scaglie né spine per difendermi. Poi sono cazzi di chi deve passare la serata con me, se io ho lo sguardo nel vuoto, o anche se, invece di cucinare, sparisco per una guidata nei boschi.

Fine. Parliamo di cose belle.

Tipo la borsina frigo blu a piccoli pois bianchi che preparo per S. la mattina, quando a scuola è di lunga. Ho appositamente comprato dei post-it a forma di fiorellino per metterci i miei saluti dentro.
Ho vissuto per quarantotto ore nell'alone di felicità che mi ha dato prepararla la prima volta.

Tipo lo shopping duro che abbiamo fatto l'altro giorno: entrate, piombate sul reparto nuoto, scelto costume cuffia accappatoio borsa, provato, cambiato taglia, preso, pagato, fuori. E' la mia anima gemella, io DETESTO fare shopping con chi si attarda e non si decide. Io entro, guardo e esco. Poi un'altra volta entro, compro, pago e esco. E lei e Sanguedelmiosangue sono gli unici che fanno altrettanto. Li adoro entrambi. Lei, se io non l'avessi interpellata tre volte per un parere rapido e non l'avessi per fortuna obbligata a provare il costume, avrebbe sistemato le sue compere e le mie in quattro minuti. Zan: questo sì, zan zan anche questo, zan: questo no, zan zan: ecco questo va bene per te, e hop, finito.

Peraltro ho finito di preoccuparmi di cosa mettermi. Ci pensa lei. Questo sì questo no, mettiti quello con quell'altro. Presto penserà anche al mio taglio di capelli. Il trucco me l'ha già modificato quest'estate e direi che ci ho solo guadagnato.

Altre cose belle: la prima mattina lavorativa in cui ci siamo svegliati tutti insieme, e siamo usciti, io sparata alle sette e mezza, l'Uomo placido alle sette e quaranta, e infine lei. Ognuno alla sua scuola, e, io almeno, con la sensazione che sia sempre stato così. L'espressione di sincera gioia sul volto della tutor di S., che ha saputo di noi da me il primo giorno di scuola, e ha già ricevuto l'Uomo per parlare del suo rendimento e dei suoi prossimi impegni di stage etc.

Le piccole cose: “Visto, che mi sono tagliata le unghie dei piedi?”, “Questo come funziona?”, “Guarda i miei pettini professionali”, “Che brutto questo cinghiale nella foto” (era un ippopotamo, abbiamo riso fino alle lacrime). Accompagnarla dal medico, dal dentista. Andarla a prendere a scuola. Interpellare perfetti sconosciuti su questioni di tatuaggi. Molestare le commesse dei negozi con richieste impossibili. Tenerla stretta e, in una memorabile occasione, dormire schiena contro schiena con lei. Aspettare di essere in un bar o in un negozio dove nessuno mi conosce per buttare lì un “mia figlia” in un discorso.

Come dicevo alla Frenci, disastri e miracoli a getto continuo.