Daisypath - Anniversary

Lilypie - Countdown to Adoption

venerdì 6 marzo 2015

Le unghie dei piedi

"Io non ci penso mai. Ma effettivamente esiste un'altra persona che lei chiama mamma oltre a me. E non credo di poter stare lì a guardare mentre lo fa. Se rivede sua madre, sono contenta per lei. Basta che io quel giorno sia dall'altra parte del pianeta. Sua madre ha fatto tre domande agli assistenti sociali. Voleva sapere se ha i capelli lunghi o corti, se fuma e se mangia carne di maiale. Ma se vuoi, guarda che ti dico anche se prende la pillola, se sta bene di salute, se è felice, cosa la fa piangere, i nomi dei suoi amici, se è fidanzata, e di che colore ha lo smalto sulle unghie dei piedi che IO le taglio."

Ore 18,45 banco freezer zona pesce,  supermercato di periferia, oggi, testuali parole.

mercoledì 28 gennaio 2015

Madrepensiero schizoide

Signore, ti prego. Sono stanca ho l'influenza ho un puttanaio di lavoro arretrato e la commercialista e mia madre che mi tampinano con altrettante cose da fare fuori scuola. Fa' che oggi non debba asciugare lacrime ascoltare frigne parlare per l'ennesima volta del Sagittario (la nuova fiamma, uno sportivone che nuota, scia e tira con l'arco) e della festa di sabato e fare espressioni con le potenze e ristudiare grammatica e ripetere i soliti 4 verbi spagnoli e il genitivo sassone e battagliare sulle sigarette e sul lasciare il bagno in ordine e sul non rispondere ai prof e sul contattare la sorellina tramite servizi sociali. Signore ti ricordi quando di pomeriggio studiavo? E quando ciondolavo per negozi? O semplicemente mettevo in ordine il registro in santa pace? Eh? Quando le sette di sera non arrivavano SUBITO dopo le 2 di pomeriggio? Eh? Uscivo anche a camminare col cane... Facevo lunghe telefonate... Te lo ricordi? Eh? 

Grazie Signore per la giornata di oggi. Grazie perché ho asciugato le sue lacrime ascoltato le sue frigne saputo tutto quel che c'è da sapere sulle piste da sci o le vasche o le gare del Sagittario e sui piercing della nuova amica e studiato il genitivo sassone e il congiuntivo e le potenze. Grazie perché alle sette di sera non posso già più dedicarmi ai cazzi miei dato che è l'ora di cucinare e anche questa giornata in cui ho tossito anche l'anima sta per finire. Grazie perché anche questa giornata finirà con lei che si addormenta stranamente avvoltolata con le gambe  nelle coperte e dopo un po' è tutta disarticolata come una Barbie caduta dal sedicesimo piano e non si capisce che angolo faccia con le anche, ma se si alza di scatto sicuramente si  frattura il naso e tutte e due le braccia perché è completamente incaprettata.

Non ne posso più Signore.
Non potrei chiedere di più Signore.  

martedì 25 novembre 2014

Io non ho (quasi più) paura


Il momento in cui ho capito di essere diventata fortissima è stato il giorno in cui ti hanno detto che il tribunale ha tolto la patria potestà ai tuoi genitori naturali.

Quel giorno hai pianto così disperatamente da spezzare il cuore a chiunque.

A noi lo avevano detto mezz'ora prima, in tua assenza. E avevamo tirato un sospiro di sollievo. Perchè per noi, togliere la potestà a loro è un'altra garanzia che non possano più farti del male, e che potrai restare con noi. Abbiamo guardato la data del provvedimento. Era stato emanato il giorno del nostro decimo anniversario di nozze. Ci ha fatto effetto. Erano anche passati 5 mesi esatti dal giorno in cui avevamo firmato per prenderti in affidamento.

Hai pianto con dei singhiozzi enormi. Ma stavolta, uscendo dall'incontro coi servizi sociali, hai pianto tra le mie braccia, e poi tra quelle dell'Uomo. Al ritorno, eri in auto con me. Abbiamo parlato cautamente, non volevo farti soffrire. Ma quando mi hai chiesto come l'avevamo presa noi, ti ho detto la verità. Mentre lo facevo, di colpo ho capito che ormai sono sicura al 1000% di cosa stiamo facendo, e di come lo stiamo facendo. Sicura e forte. E ho visto che hai capito anche tu. Hai sorriso.

Pochi giorni prima avevamo litigato e tu mi avevi insultata, spintonata, graffiata e mandata a fare in culo urlando. Mi avevi fatto spaventare, piangere e tremare. Avevi mollato un calcio al gatto. Avevi sputato dal terrazzo. Avevi fatto incazzare così tanto l'Uomo che alla fine persino lui ti aveva girato un manrovescio da staccarti la testa dal collo. Avevi dichiarato (e menomale che era solo una provocazione) che non saresti più andata a scuola, causandomi un dolore quasi fisico: perchè la tua scuola è il mio personale successo, io ci ho creduto contro tutti gli altri compreso l'Uomo, io ho insistito, io ho sposato la causa facendomi un culo negro dietro ai tuoi compiti, io ti ho prospettato le scelte possibili, io ti ho iscritta, io ti ho comprato i libri i quaderni lo zaino e tutto fino all'ultima matita, io ti ho sostenuta sempre nel tuo progetto. Tra mandarmi a fare in culo e dirmi che avresti lasciato la scuola c'era lo stesso divario che tra darmi un pizzicotto e aprirmi la pancia con una lama. Mi hai fatto male. Ci hai fatto male.  

Eppure quella sera, quando sei scoppiata in lacrime, noi eravamo lì per te. E io non avrei mai voluto essere altrove. Dirti con calma, cercando di non ferirti, che dal nostro punto di vista il decadimento della patria potestà era un passo avanti, era il mio modo di dirti che ormai posso farmi carico di ogni tuo dolore, anche quando lo manifesti nel modo sbagliato. Di dirti che noi comunque solo te vogliamo, e per sempre, e più sei una stronza patentata quando ti metti di traverso, più ci studiamo con ingegno come averti.

Quella stessa sera, parlando, ho provato a spiegarti come mi sento. Ti ho detto che quando una cagna allatta un gattino in mezzo ai suoi cuccioli, non puoi più spiegarglielo, che il gattino è di un'altra specie. Che a me non interessa da che gatto sei nata. Che hai preso il latte da me, adesso, e sei mia.
Mentre lo dicevo mi rendevo conto che non ci avevo mai pensato prima. E che non esisterà mai più un modo migliore di questo per spiegare come mi relaziono con la tua famiglia d'origine, e come ora tu fai parte della mia.



sabato 13 settembre 2014

24

24 sono le ore che mancano al primo giorno di scuola superiore vera della Princi.

E all'inizio della nostra seconda settimana di scuola.

24 ore.

E poi lei, a 17 anni, entrerà in prima superiore. Con in mano il diario e la biro per segnarsi tutto quel che c'è da sapere.

Ho paura.

mercoledì 6 agosto 2014

Mia madre si è sbagliata

Oggi alle cinque di pomeriggio mi sono rimessa in pigiama, perchè ne avevo fatte più che Carlo in Francia, compreso pagare 8800 euro tra bollette, multe e amministrazioni arretrate, e volevo un momento di pausa, con l'Uomo tornato finalmente da Genova e la Princi e Deliziosa, la sua amica che è ospite da noi, fuori con gli amici, giù al centro sportivo (collezioniamo multiple gite in farmacia per piccoli incidenti, il dito ammaccato da una schiacciata a beach volley, una pallonata in faccia a calcio, ma siamo passati da "oddio il dito sarà rotto? Ahia papàààà andiamo al pronto soccorso ho male ahia" a "aspetta me la faccio da sola la fasciatura, ho visto la volta scorsa come si fa, il Voltaren ce l'ho già messo").

Ho aperto il romanzo che stamattina mi ha dato mia madre, di Valeria Parrella, e sono precipitata nel terrore. Perchè è la storia di una madre che ha paura. E io in fondo,come madre, sono costruita interamente sulla paura.
La paura che mi portassero via la Princi. La paura di non saperla proteggere. La paura di non essere sulla stessa sintonia dell'Uomo quando interveniamo nella sua educazione.
La paura di chiederle troppo.
La paura di vederle imparare troppo poco.
La paura della droga. La paura della droga è seconda solo alla paura di una gravidanza precoce. La droga, le pasticche, gli spinelli, mi gettano nel terrore. Istintivamente la annuso e le guardo il colore della sclera ogni volta che la vedo rientrare in casa. E' pulita. Ma cosa faremmo se un giorno non lo fosse?

Poi in questi giorni sono successe alcune cose che mi hanno fatto riflettere.

Il primo luglio raggiungo l'Uomo, i suoi colleghi, i suoi alunni e la Princi alla festa di fine anno. Che lui organizza al mare, in un baracchino paradisiaco che fa il fritto di pesce sulla terrazza di legno davanti alla spiaggia, e poi si mette la musica e i ragazzini ballano. Essendo in riviera di Ponente, vengono a cena anche i suoceri, quelli liguri. Il Suocero Aggiunto va via prima di cena, perchè ha il Gigantesco Mostro Bavoso da portare a casa, lei invece si trattiene un po' di più e quando arrivo è ancora lì. Io vengo dai casini inenarrabili che sappiamo e da una grande stanchezza lavorativa, è il primissimo giorno senza impegni scolastici, e mi godo tantissimo l'essere lì, con un vestitino leggero, le scarpe aperte con il tacco, l'aria di mare sulla pelle, il buio, la musica. Arrivo, e non mi pare vero di sedermi in pace davanti alla Biosuocera, con mio marito vicino, e per prima cosa chiedo se la Princi ha mangiato, come sta etc. Ho voglia di parlare di lei, è il primo giorno che è sul serio nostra figlia anche sui documenti, sono elettrizzata dal senso di euforia che mi dà questa consapevolezza. La Biosuocera mi dà corda fino a un certo punto. Poi quando si alza per andarsene la accompagno alla macchina, approfitto per accendermi una sigaretta, e appena siamo fuori portata d'orecchio rispetto agli altri lei attacca, a bruciapelo:"E certo però che è grande, insomma, questa è una cosa a termine, tra un anno ha diciotto anni, ragazzi! Sicuramente può andar bene per fare un'esperienza, però non è, voglio dire, è grande..."
Lo ripete tre volte, tra lo stabilimento balneare e la macchina. Io non replico.
Mia figlia. Mia figlia va bene per fare un'esperienza. E menomale che mia suocera è una donna dolce e accogliente, che ha lavorato nel sociale tutta la vita, una che mai più mi sarei aspettata facesse un discorso del genere, e così il fattore sorpresa mi ha impedito di reagire a caldo. Ma ho passato un mese intero a coltivare uno sbalordito senso di offesa, talmente profondo che rischia di durare nei secoli.

Poi qui in montagna ne succede un'altra, di segno opposto.

La Princi sta tornando da uno dei suoi giri in paese, arriva lungo la stradina e incrocia mia madre, in vacanza nel palazzo di fianco al nostro. E mia madre, che mi aveva salutato un minuto prima, le dice: "Oh ciao. Tua mamma è appena salita in casa".
La Princi arriva su e mi riferisce, esterrefatta, questa frase. Io sono seduta con in mano spazzola e phon, lei mi sta raccogliendo tra le dita le ciocche da pettinare, e la sensazione che mi fa è quella che la stanza si sia letteralmente ribaltata, come per un terremoto. Una cosa tipo quelle onde che ti incappellano all'improvviso mentre stai nuotando e ti fanno fare un giro completo su te stesso.
"Ha detto così?"
"Sì...non me lo aspettavo."
"Nemmeno io."
"Mi ha fatto un effetto!"
"Sapessi a me."

Poi dopo un paio di giorni siamo a passeggio, io e mia madre, e io (che ormai parlo solo della Princi, in effetti) le racconto:
"Sai, l'altro giorno la Princi era con le ragazze che ha conosciuto qua, e una le dice: ma non vi assomigliate, tu e tua mamma. E un'altra: ma io l'ho vista con suo papà, non somiglia nemmeno a lui! E la terza interviene: no aspettate, vi spiego una cosa... Che scena, ma che ridere quando me l'ha raccontato. Io le ho detto: e tu stavi zitta? M'ha risposto: non sapevo cosa dire!"
Mia madre ride. E poi mi fa: "L'altro giorno mi sono sbagliata, l'ho incontrata e le ho detto: tua madre è in casa..."
"Sì, me lo ha raccontato, le ha fatto effetto."
"No sai, poi ho pensato che magari... cioè, non sapevo se potevo."
"Sì, che potevi" ho risposto. E poi, un po' tra i denti, ma forse non ha sentito perchè parlava già d'altro: "Più che altro, non sapevamo se volevi."

E dopo molti altri giorni non mi levo dalla testa il senso di vertigine che mi ha dato.

Passo il tempo a dire all'Uomo, e mica solo a lui, che non possiamo aspettarci che gli altri capiscano. Che non possiamo pretendere che si immedesimino. Ma poi mi rendo conto che dentro di me ci sono baratri bui, dove precipitano con un tonfo sordo le parole cattive o sbadate delle persone, come quelle di mia suocera, e altri nei quali all'improvviso si accende una fosforescenza sotterranea, quando succede una cosa come questa, una frase di mia madre che le scappa detta contro la sua volontà e rivela un riconoscimento a cui io avevo già rinunciato in partenza.

Così il libro della Parrella mi fa venire l'agitazione. Perchè è la storia di un figlio diverso dagli altri, che rende la madre diversa dalle altre. E del mondo alla rovescia vissuto da chi ha un figlio con un handicap. Chi muore di terrore anche quando va tutto bene. Perchè il suo tutto bene è sempre un tutto bene fuori dal normale, un tutto bene fatto di solitudine, che gli altri non conoscono. E tutto è sovvertito e le leggi di natura sono relative e la paura è sempre lì.

Diventare genitore di una persona che ha vissuto sedici anni senza di te è molto simile. Io la prendo quasi sempre bene. Ci scherzo sopra di continuo, e la scenetta delle tre amiche a cui non tornano i conti delle somiglianze mi ha fatto ridere di cuore. Ma la Princi vuole le lenti a contatto colorate, perchè sia io che l'Uomo abbiamo gli occhi verdi e lei è stufa di non avere niente in comune con noi.

E a me oggi è tornata in mente una scena di un due o tre anni fa, quando sono andata dal mio medico e gli ho chiesto delle sue figlie, tre meravigliose ragazze ormai grandi: due figlie naturali, e la più giovane adottiva. E lui mi ha detto, con tono afflitto, che a casa erano tutti un po' in crisi, perchè aspettavano un nipotino, e invece c'era stato un aborto spontaneo. E ci erano rimasti male.
"Ma Doc, c'è qualcosa di grave, o è stata una cosa così, di quelle che capitano, come è successo a me?"
"Ma no, è un incidente, non ha nessun motivo in realtà per non riuscire ad avere figli."
"E allora arriveranno, vedrai."
"Sì, lo so... ma è la figlia che abbiamo adottato in Brasile, sai, e allora... forse c'era un po' di, sai... aspettativa in più..."
E gli è venuto da piangere. Al mio Doc, che prende sempre per il culo tutto e tutti.
Capivo, allora, che ci fosse un investimento diverso, su di lei, rispetto alle altre due. Un desiderio ancora più grande di realizzare cose belle e buone, l'incredulità di fronte a successi inizialmente insperati. Ma adesso capisco molto meglio.
 

 
 

domenica 3 agosto 2014

Briefing et cetera


Oltre ad essere manesca, fedifraga e ovviamente inesperta, sembro, e probabilmente sono, una madre deplorevole anche per il fatto che non racconto più niente da mesi, su questo blog.



Il che va ascritto però non solo al mio stato di grandissima agitazione interiore dovuto alla disastrosa primavera, ma anche al fatto che le cose tra noi e la Princi in ogni istante cambiano, evolvono, e contemporaneamente si radicano e si innervano nella quotidianità.



In questi mesi la Princi ha terminato il suo corso da parrucchiera, con buoni risultati. Si è fatta dare il benservito dalla sua datrice di lavoro dello stage, che a più riprese le aveva proposto di restare come apprendista. Ha a sua volta dato il benservito al Bimbominkia, e per ora, sebbene mi abbia parlato di enne alla miliardesima bei ragazzi interessanti, non sembra averlo sostituito con un altro titolare. E' uscita definitivamente dalla comunità. Vive da noi. Ha fatto l'animatrice dei più piccoli al centro estivo della parrocchia di Paesino a Punta. E' stata arruolata come animatrice (ma non è stata per nulla utile in tal senso) al campo estivo della parrocchia medesima, dove si è portata anche me, in veste di mamma ad interim di 90 minorenni. Infine è partita con noi per la montagna.



Non penso siano queste le cose che contano, però. Penso che quel che importa siano tutti quegli indimenticabili attimi di cui non ho scritto sul blog, sebbene mi traversasse il cervello, veloce come una stella cadente, il pensiero che avrei dovuto immortalarli.

O, ancor di più, tutte le abitudini che ora contraddistinguono la nostra vita.

E i lunghi discorsi che facciamo.



Non si raccontano facilmente queste cose.



Come potrei trasmettere il momento in cui l'ho vista alla stazione che mi aspettava, la sera del giorno in cui è morta la mia collega, e il mio spirito completamente stravolto dal dolore improvvisamente ha registrato che la sua presenza nel mio campo visivo era meravigliosa e consolante, persino in una giornata come quella?



Come si racconta l'abbraccio che ci siamo scambiate, senza fiato, così forte da farci male, con le unghie piantate nelle spalle, il giorno che ci hanno finalmente fatto firmare l'affidamento?



Come si dice in parole la sensazione che provo quando io penso una cosa e lei un attimo dopo apre la bocca e non solo la dice, ma usa le parole che avrei usato io o a volte addirittura azzecca definizioni ancora più calzanti?



L'altro giorno mi ha chiesto: “Ma io vorrei sapere: tu, quando ti chiedono com'è tua figlia, cosa dici?”

Io ho pensato un attimo. Non le ho detto la prima risposta che mi è venuta in mente: “che sei una tigre, come me”.

Le ho detto: “Che mi assomigli moltissimo.”

Poi ho precisato: “Di solito, per prima cosa dico che sei grande, che hai diciassette anni. Poi che sei bella. E dopo, che hai un caratterino, che mi assomigli più di quanto sia credibile. E che la parola tranquillità è uscita dal nostro vocabolario, da quando ci sei tu.”



L'Uomo la guarda con un misto di tenerezza per tutte le sue piccole vittorie e di fastidio per tutti i suoi piccoli fallimenti, è spesso teso, si vede il bene che le vuole, ma anche la fatica che fa. E' preoccupato. Ma si occupa di lei con un'attenzione enorme e per lei non è mai stanco.

Lei lo guarda come se vedesse la cosa più bella dell'universo. Pende dalle sue labbra. Ha imparato a non chiedere perchè ha l'umore che ha. Ha chiesto a me, varie volte. Ha preso per buone le mie risposte. Lo rispetta, molto più di quanto rispetti me.



Io e lei ci diamo per scontate, molto spesso. Posso ancora giocare qualche volta la carta “ehhh... la mamma vede!” e stupirla, dichiarando che “secondo me” ci sono delle cose che non ci dice, e poi azzeccandole al millimetro. Il che la lascia a bocca aperta.



Io non so se l'Uomo stia registrando quanto è cambiata dall'anno scorso, o se veda solo che non sa la tabellina dell'otto e che non si sa regolare coi soldi. Io vedo tantissimi passi avanti.



Lavoriamo con un impegno maniacale al suo ingresso nella nuova scuola, a settembre. Studiamo inglese, storia, italiano e matematica. Fa progressi minuscoli che per me sono enormi, per il solo fatto di essere quotidiani. Acquisisce sicurezza e lessico, amplia le sue vedute. Parla di andare a fare le vacanze studio in Inghilterra. Da quando siamo in montagna, si è fatta raccontare qualche volta cosa leggiamo noi. Ha chiesto cose di ogni tipo, complice il fatto di avere tutti tanto tempo a disposizione:

Come lo prendono il sale dal mare?”

Com'è fatta una seggiovia?”

Chi è Giancarlo Giannini?”

Quello è un cervo?”

Quando è stata scritta questa storia? Ma è una storia vera?” (parlava di “Romeo e Giulietta” che le avevo appena raccontato)

Ma soprattutto, una volta al giorno, di sua spontanea volontà guarda un telegiornale e a volte lo commentiamo insieme. Questo non glielo ha proprio chiesto nessuno, nemmeno indirettamente. Eppure, di colpo, lo fa. Cerco di pensare quanti anni avevo io quando ho iniziato a seguire sistematicamente le notizie dal mondo e non solo i singoli flash. Forse avevo appunto la sua età.



E il fatto è che io ultimamente penso molto spesso “avevo appunto la sua età” quando lei fa o dice qualcosa, perchè sta, nel giro di poche settimane, bruciando tappe e raggiungendo traguardi che ricalcano i miei, i nostri.



Stasera l'ho portata a cena con Cavallino, la sorella grande di Cavallino e i loro rispettivi coniugi e figli. Età dei figli: sette Orsetto di Montagna, e dieci e tredici i due nipoti di Cavallino. Perciò il settenne e il decenne dopo un po' erano in braccio ai papà a giocare coi telefonini, mentre il tredicenne ascoltava rispettoso la conversazione delle mamme, e lei era coinvolta in questa, essendo appunto ormai una signorina. Cavallino, che mi conosce da venticinque anni e ha attraversato con me (o meglio, io ho attraversato a casa sua, delle sue sorelle e di sua mamma, professoressa di Lettere) appunto quell'età meravigliosa e tremenda dei diciassette, ricordava i nostri pomeriggi di studio. Il nipote tredicenne sta per iscriversi al classico nella nostra scuola e nella nostra sezione. La Princi parlava (anzi, rispondeva a domande! In mezzo a estranei!) della sua scelta della scuola superiore e intanto, discretamente, teneva d'occhio i due più piccoli e osservava di sottecchi il più grande, troppo bimbo per parlarci alla pari, troppo grande per trattarlo come gli altri due. E' stata una serata bellissima.






lunedì 30 giugno 2014

La differenza

La differenza tra un educatore e un genitore: cinque dita e tutto il palmo della mia famigerata mano sinistra.


(sì, beh, e poi tipo anche tutto il resto)