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domenica 3 agosto 2014

Briefing et cetera


Oltre ad essere manesca, fedifraga e ovviamente inesperta, sembro, e probabilmente sono, una madre deplorevole anche per il fatto che non racconto più niente da mesi, su questo blog.



Il che va ascritto però non solo al mio stato di grandissima agitazione interiore dovuto alla disastrosa primavera, ma anche al fatto che le cose tra noi e la Princi in ogni istante cambiano, evolvono, e contemporaneamente si radicano e si innervano nella quotidianità.



In questi mesi la Princi ha terminato il suo corso da parrucchiera, con buoni risultati. Si è fatta dare il benservito dalla sua datrice di lavoro dello stage, che a più riprese le aveva proposto di restare come apprendista. Ha a sua volta dato il benservito al Bimbominkia, e per ora, sebbene mi abbia parlato di enne alla miliardesima bei ragazzi interessanti, non sembra averlo sostituito con un altro titolare. E' uscita definitivamente dalla comunità. Vive da noi. Ha fatto l'animatrice dei più piccoli al centro estivo della parrocchia di Paesino a Punta. E' stata arruolata come animatrice (ma non è stata per nulla utile in tal senso) al campo estivo della parrocchia medesima, dove si è portata anche me, in veste di mamma ad interim di 90 minorenni. Infine è partita con noi per la montagna.



Non penso siano queste le cose che contano, però. Penso che quel che importa siano tutti quegli indimenticabili attimi di cui non ho scritto sul blog, sebbene mi traversasse il cervello, veloce come una stella cadente, il pensiero che avrei dovuto immortalarli.

O, ancor di più, tutte le abitudini che ora contraddistinguono la nostra vita.

E i lunghi discorsi che facciamo.



Non si raccontano facilmente queste cose.



Come potrei trasmettere il momento in cui l'ho vista alla stazione che mi aspettava, la sera del giorno in cui è morta la mia collega, e il mio spirito completamente stravolto dal dolore improvvisamente ha registrato che la sua presenza nel mio campo visivo era meravigliosa e consolante, persino in una giornata come quella?



Come si racconta l'abbraccio che ci siamo scambiate, senza fiato, così forte da farci male, con le unghie piantate nelle spalle, il giorno che ci hanno finalmente fatto firmare l'affidamento?



Come si dice in parole la sensazione che provo quando io penso una cosa e lei un attimo dopo apre la bocca e non solo la dice, ma usa le parole che avrei usato io o a volte addirittura azzecca definizioni ancora più calzanti?



L'altro giorno mi ha chiesto: “Ma io vorrei sapere: tu, quando ti chiedono com'è tua figlia, cosa dici?”

Io ho pensato un attimo. Non le ho detto la prima risposta che mi è venuta in mente: “che sei una tigre, come me”.

Le ho detto: “Che mi assomigli moltissimo.”

Poi ho precisato: “Di solito, per prima cosa dico che sei grande, che hai diciassette anni. Poi che sei bella. E dopo, che hai un caratterino, che mi assomigli più di quanto sia credibile. E che la parola tranquillità è uscita dal nostro vocabolario, da quando ci sei tu.”



L'Uomo la guarda con un misto di tenerezza per tutte le sue piccole vittorie e di fastidio per tutti i suoi piccoli fallimenti, è spesso teso, si vede il bene che le vuole, ma anche la fatica che fa. E' preoccupato. Ma si occupa di lei con un'attenzione enorme e per lei non è mai stanco.

Lei lo guarda come se vedesse la cosa più bella dell'universo. Pende dalle sue labbra. Ha imparato a non chiedere perchè ha l'umore che ha. Ha chiesto a me, varie volte. Ha preso per buone le mie risposte. Lo rispetta, molto più di quanto rispetti me.



Io e lei ci diamo per scontate, molto spesso. Posso ancora giocare qualche volta la carta “ehhh... la mamma vede!” e stupirla, dichiarando che “secondo me” ci sono delle cose che non ci dice, e poi azzeccandole al millimetro. Il che la lascia a bocca aperta.



Io non so se l'Uomo stia registrando quanto è cambiata dall'anno scorso, o se veda solo che non sa la tabellina dell'otto e che non si sa regolare coi soldi. Io vedo tantissimi passi avanti.



Lavoriamo con un impegno maniacale al suo ingresso nella nuova scuola, a settembre. Studiamo inglese, storia, italiano e matematica. Fa progressi minuscoli che per me sono enormi, per il solo fatto di essere quotidiani. Acquisisce sicurezza e lessico, amplia le sue vedute. Parla di andare a fare le vacanze studio in Inghilterra. Da quando siamo in montagna, si è fatta raccontare qualche volta cosa leggiamo noi. Ha chiesto cose di ogni tipo, complice il fatto di avere tutti tanto tempo a disposizione:

“Come lo prendono il sale dal mare?”

“Com'è fatta una seggiovia?”

“Chi è Giancarlo Giannini?”

“Quello è un cervo?”

“Quando è stata scritta questa storia? Ma è una storia vera?” (parlava di “Romeo e Giulietta” che le avevo appena raccontato)

Ma soprattutto, una volta al giorno, di sua spontanea volontà guarda un telegiornale e a volte lo commentiamo insieme. Questo non glielo ha proprio chiesto nessuno, nemmeno indirettamente. Eppure, di colpo, lo fa. Cerco di pensare quanti anni avevo io quando ho iniziato a seguire sistematicamente le notizie dal mondo e non solo i singoli flash. Forse avevo appunto la sua età.



E il fatto è che io ultimamente penso molto spesso “avevo appunto la sua età” quando lei fa o dice qualcosa, perchè sta, nel giro di poche settimane, bruciando tappe e raggiungendo traguardi che ricalcano i miei, i nostri.



Stasera l'ho portata a cena con Cavallino, la sorella grande di Cavallino e i loro rispettivi coniugi e figli. Età dei figli: sette Orsetto di Montagna, e dieci e tredici i due nipoti di Cavallino. Perciò il settenne e il decenne dopo un po' erano in braccio ai papà a giocare coi telefonini, mentre il tredicenne ascoltava rispettoso la conversazione delle mamme, e lei era coinvolta in questa, essendo appunto ormai una signorina. Cavallino, che mi conosce da venticinque anni e ha attraversato con me (o meglio, io ho attraversato a casa sua, delle sue sorelle e di sua mamma, professoressa di Lettere) appunto quell'età meravigliosa e tremenda dei diciassette, ricordava i nostri pomeriggi di studio. Il nipote tredicenne sta per iscriversi al classico nella nostra scuola e nella nostra sezione. La Princi parlava (anzi, rispondeva a domande! In mezzo a estranei!) della sua scelta della scuola superiore e intanto, discretamente, teneva d'occhio i due più piccoli e osservava di sottecchi il più grande, troppo bimbo per parlarci alla pari, troppo grande per trattarlo come gli altri due. E' stata una serata bellissima.






sabato 10 maggio 2014

L'oggetto transizionale

L'oggetto transizionale è un riccio di peluche che è saltato fuori da chissà dove quando la Fata Romena, suo marito la Montagna Buona e suo figlio Bistecca di Drago sono venuti a darci una mano con l'imbiancatura.

La prima settimana ci dormiva insieme. La seconda se l'è portato dietro da una stanza all'altra. Persino sul terrazzo quando usciva a fumare.

Ora è già il secondo weekend che il riccio sparisce da casa e va a passarsi tre giorni in comunità.

Lo so, che ha quasi diciassette anni.

E' lei che non sa di averne sette. Purtroppo.

mercoledì 26 marzo 2014

La sconosciuta

Chi sei tu, che se capace di intuire quando avrei voglia di piangere, anche se io tengo su la corazza e dico una battuta sarcastica?

Chi sei veramente?

Come fai a sapere quando puoi abbracciarmi, dato che io spesso sono un fascio di nervi, aculei e rughe di preoccupazione sulla faccia?

Come mai tu, che te ne strafotti di tutto quel che genitori affidatari, psicologi, educatori, assistenti sociali e professori cercano di dirti per il tuo bene, poi mi buchi l'anima con qualche ammissione perentoria di colpa?

Com'è possibile che tu legga a voce alta i fatti che accadono sfrondandoli di ogni giro di parole, e poi menta a te stessa e agli altri con una sicumera così assurda da spiazzare chiunque?

Chi sei tu che sei scappata da casa mia furente, che mi hai tenuta a distanza quando mi strappavo le viscere per riavvicinarmi, ma sapevi cosa pensavo e cosa facevo e ne parlavi con la psicologa in mia assenza, quando non ci vedevamo da settimane?

Perchè distruggi la tua vita e le opportunità che ti vengono offerte, e poi però cerchi il nostro amore e il nostro consenso con la stessa passione selvaggia che metti in qualunque cosa tu faccia?

Perchè sei così terribilmente scomoda e difficile da gestire di giorno, e poi però la sera ti addormenti sul divano nell'incavo della mia ascella, con la testa sulla mia tetta destra e le gambe intrecciate alle mie, e l'incastro è così perfetto che possiamo non cambiare posizione per ore?

Chi sei tu che rappresenti l'unico motivo per cui potrei mai dimenticarmi di mio marito e, al contempo, la cosa che più ha rafforzato il mio rapporto con lui?

Cosa ho fatto per meritare questo frontale di tutto il mio essere contro il tuo? Questa modifica del DNA?

Chi sei? Da che pianeta vieni?

E soprattutto: lo sai cosa stai facendo alla mia vita, tu?



venerdì 7 marzo 2014

Pronti a ripartire... credo


Riassumiamo.



Il 16 dicembre la Princi scappa di casa dopo un litigio con me.



Il 17 la recuperiamo e la comunità se la riprende.



Il 18 va dalla psicologa che decide di proibirci di sentirla e vederla.



Il 19 ce lo comunicano e le faccio l‘ultima telefonata.



Il 20 io porto in comunità le sue cose. Mi trasferisco a Genova.



Il 25 la sentiamo per Natale.



Il 31 le mando un messaggio per Capodanno.



Il 2 gennaio ci dicono che possiamo risentirla.



Dal 9 io e la Princi ricominciamo a parlare per telefono e via messaggio, con regolarità.



Dal 13 sono di nuovo al lavoro dopo il lutto e mi attivo per rivedere la Princi, il che mi riesce in tutto quattro volte, sempre da sola, nei successivi 52 giorni.



Ieri, 28 febbraio, si rivedono finalmente la Princi e l’Uomo.



Il 5 marzo la Princi deve incontrare le sue assistenti sociali.



Il 6 la psicologa ci chiamerà per dirci cosa hanno deciso, e avremo un calendario per vederci.



L’incubo pare stia finendo.



Forse ce l’abbiamo fatta.



E’ difficilissimo raccontare queste settimane. E’ praticamente impossibile riassumere le aspettative, le paure, i dubbi, le speranze per tutto quello che verrà di qui in poi.



Da otto giorni sono chiusa in casa per una congiuntivite grave, complicata da una reazione allergica a un collirio. Quando finalmente ho potuto faticosamente leggere, e cioè giovedì, ho riletto all’indietro il blog fino ad arrivare alle vacanze dell’estate scorsa. Un eone e mezzo fa, sembrerebbe.



Ho letto quanto siamo stati felici nelle piccole cose di tutti i giorni.



Non avevo più avuto il coraggio di rileggere quelle pagine, temevo di aver perso per sempre S., e anche me stessa e l’Uomo come eravamo l’estate scorsa. Ora il sollievo è così forte che potrebbe uccidermi.



Si apre un nuovo capitolo.





mercoledì 22 gennaio 2014

Molto pieno, incredibilmente vuoto

Ricostruzione, per quanto possibile minuziosa, degli eventi intercorsi nelle ultime settimane, dal punto di vista di Castagna

Avvertenza: qui dentro ci sono i fatti, non i sentimenti. L’evoluzione avvenuta in me, nell’Uomo e nella Princi in queste settimane non è spiegabile in questa sede. E comunque è ancora in corso di svolgimento.

Dopo una giornata infinita e dolorosa, la sera dell’otto gennaio sono finalmente nel mio pied-à-terre di Genova, sola, e ho appena fatto un certo numero di telefonate personali, che mi hanno dato un minimo di energia, nonostante tutto.

Mi faccio forza e chiamo anche la Princi, che non sento da settimane salvo la telefonata tristissima di Natale e un sms di Capodanno (cui lei non ha risposto). Siamo autorizzati a sentirla, e lei a chiamarci, già da cinque giorni, ma non ce la siamo sentita, nessuno di noi. Le ho mandato forse uno o due messaggi, piuttosto cupi a dire il vero, facendomi un brutto autogol perché lei non ha mai risposto e io ho passato la notte a controllare il telefono.

Comunque, non ci sono santi, mio padre è morto e io glielo devo dire, di persona. Telefono. Lei lascia squillare senza rispondere. Ovviamente dopo non richiama.

Il giorno dopo arriva un sms dal Bimbominkia. Ti faccio le condoglianze per tuo papà, ti abbraccio, cuoricino. Io quasi svengo, per due ottimi motivi: il Bimbominkia sa che a casa nostra non lo vediamo niente bene, ma scrive lo stesso. E se lo sa lui, che mio padre è mancato, vuol dire che gliel’ha detto lei. Ergo, lei l’ha saputo da Santa Maria degli Orfani e non mi ha scritto neanche crepa.

Ringrazio di cuore il Bimbominkia, mentre il mio cervello elabora queste informazioni. Al che, il temerario quindicenne attacca a messaggiarmi. Che lei ci vuole bene e le manchiamo tanto ma è arrabbiata e confusa, che lei non ce la fa a fare il primo passo perché è orgogliosa, che la comunità non le fa bene e che lui vorrebbe tanto che lei stesse con noi. E non dirle che ti ho scritto per favore eh.

Risultato. Io chiamo il Bimbominkia e stiamo 40 minuti al telefono. A ricostruire che cazzo hanno combinato la notte del 16 dicembre, che passa per la testa alla Princi, che succede a noi che da “genitori affidatari” (nomignolo di fantasia, visto che i documenti, in Italia, si fanno sempre con calma) all’improvviso siamo diventati fin troppo realisticamente il signore e la signora Nessuno, e dobbiamo obbedire anche all’usciere dell’ASL e al passacarte del tribunale per ciò che riguarda nostra figlia.

Finiamo per salutarci con rispetto e gratitudine, e io, mettendo giù, resto sola con il pensiero che persino l’aborrito Bimbominkia ha più palle della Princi, che è arrabbiata (lei) e che mi lascia senza neanche un sms quando io perdo papà… alla faccia dell’arrabbiato…

Ma appena chiudo la telefonata, sotto trovo un messaggio. E’ la Princi che mi fa le condoglianze e mi dice che mi è vicina e mi vuole bene. Scrive da un telefono non suo. Io guardo l’ora, sta per entrare a scuola perché ha il pomeriggio, e le scrivo grazie, ti chiamo alla fine della scuola dopo il rosario di mio padre.

Cosa che poi faccio, corroborata da un non sono a scuola perché non sto bene (prova finale che il Bimbominkia mi ha davvero contattato di testa sua, e non era con lei che lo teleguidava per farci sapere le cose per interposta persona), chiama quando vuoi. Allora sotto gli alberi del parcheggio della casa di riposo la chiamo, rompiamo finalmente il ghiaccio, le racconto delle ultime brutte giornate, della De che è stata male, lei mi racconta dello stage, della comunità, della sua salute, chiude con ti voglio bene.

Passa una settimana e comunque lei ai messaggi, a questo punto quotidiani, che le mando, non risponde più. Finchè io le scrivo che dobbiamo sbloccare la cosa, che non possiamo rimanere così. Silenzio. Allora arrivo a scriverle: chiederò agli assistenti sociali di vederti. Ma tu vuoi vedere me?

Risposta: certo che voglio vederti.

Seguono due o tre giorni in cui:

- l’assistente sociale mi nega il permesso di vederla finchè non ho parlato con la psicologa

- mio marito mi dice che lui non vuole essere coinvolto

- la Princi prende coraggio e prova lei stessa a fissare un appuntamento

- io evito consapevolmente di parlare dell’Uomo e di parlare al plurale

- io evito consapevolmente di chiamare Santa Maria degli Orfani

- io cammino a un metro e mezzo da terra al solo pensiero di vederla

- io mi torturo perché temo che l’Uomo non voglia più saperne di lei e che io resti come già molte altre volte presa in mezzo a decisioni altrui sulla mia possibilità di avere dei figli

- io cerco di mantenere la calma, di non pressare l’Uomo che è veramente provato, e però di difendere i miei spazi, dicendo che se necessario trasformeremo il percorso da più o meno adottivo a solo affidatario e anche al singolare, ma che io non voglio lasciar perdere, almeno per parte mia.

Tutto questo, e MOLTO altro, viene raccontato da me alla psicologa del tribunale dei minori che mi tiene DUE ORE E MEZZO giovedì pomeriggio e, sostanzialmente, mi fa sentire capita, confermata nelle mie idee e scelte, e appoggiata. Mi si dice anche qualcosina del lavoro fatto nel frattempo con la Princi, ed è abbastanza rassicurante.

Poi ci torniamo insieme io e l’Uomo, il venerdì e sono ALTRE due ore e mezzo di colloquio, in cui si nota che per destrutturare le mie difese ci vogliono 30 minuti, per aprire una breccia nella maschera di sicura freddezza dell’Uomo ce ne vogliono 130. Praticamente solo nell’ultimissima parte del colloquio assisto affascinata al pieno trionfo della psicologa, che ha impacchettato l’Uomo in una ragnatela con le sue stesse parole e ora, con tutta serenità, gli pratica un’incisione da cui inizia a uscire la verità.

L’Uomo esce dal colloquio destrutturato alla grande, ai punti che non riesce neanche a formulare una frase intera su dove ha parcheggiato la macchina. Ma dai suoi occhi si vede che sta meglio.

Alla sera mi regalo una telefonata con la Princi. E finalmente lei trova il coraggio di mandare un messaggio affettuoso all’Uomo, come stai mi manchi ti vorrei abbracciare, e l’Uomo, udite udite, le risponde la verità, sono tanto stanco è tutto difficile mi fido della psicologa.

Mettiamola così. E’ un ginepraio di casini, ma almeno la psicologa c’è capitata davvero brava.

E forse anche noi siamo bravi, tutti e tre, forse avremo prima o poi un piccolo riconoscimento per essere sopravvissuti, tutti e tre, a questo mese.

venerdì 10 gennaio 2014

Straniamenti e chiarezze

Il signore pallido, con l’abito che gli sta grande, compostamente sdraiato nella bara di legno chiaro, NON E’ mio padre.

Mio padre ha le mani grandi e calde, ha gli occhi grigioverdi, lo sguardo intelligente. Mio padre, anche da invalido, ha un’espressione inconfondibile sul viso, quando pensa, e in questi giorni, in cui nemmeno parlava, io la leggevo. Mio padre è un uomo alto, elegante, che ama viaggiare per mare, sciare, studiare la storia. Mio padre è molto bello e molto vivo.

Quel signore lì che stanno caricando sul carro funebre NON E’ mio padre.

E la ragazzina che avrei tanto voluto vicino a me oggi, mentre guardavo gli uomini delle pompe funebri che maneggiavano il feretro, E’ mia figlia.

La Princi ha la pelle diversa dalla mia, ha un’età anagrafica e mentale di sedici anni e un’età emotiva di cinque, non legge, non studia, pensa in un’altra lingua. La Princi non è ancora affezionata a noi come genitori, la Princi non è nostra figlia sulla carta, non lo è nel DNA, non lo è nemmeno nelle abitudini o nell’educazione.

Ma io le ho messo in ordine la stanza e preparato gli esercizi di matematica, io le ho impilato con cura i regali di Natale che i parenti non hanno potuto darle, io oggi ho pranzato con la mia migliore amica e parlato continuamente di lei, perché io SONO sua madre.

La Princi è un problema con le gambe, la Princi potrebbe mettere in crisi tutta la nostra vita, la Princi non sta capendo gli errori che ha fatto, noi non abbiamo gli strumenti per gestire la Princi e lei non ha i mezzi per capire su che pianeta è finita. La Princi viene da un altro mondo, la Princi non è come ce l’eravamo immaginata, la Princi è pericolosa, e siamo in tempo a tirarci indietro.

Ma io queste settimane ogni santo giorno ho vissuto come se dovesse per forza tornare, come se fosse solo una pausa, come se non ci fosse altro possibile sbocco che riprendersela. Ogni giorno ho cesellato nel mio immaginario la cena che le darei e le lenzuola che le metterei e quando prenderei appuntamento con l’oculista e cosa le farei fare al pomeriggio e come mi comporterei con lei ora che so quali sono i problemi.

Ogni giorno dal 17 dicembre mi sono sentita come se respirassi con un polmone solo, come se mi mancasse un braccio. Perché io SONO sua madre e adesso, per quanto possa capire che no, non è detto che continueremo come prima, che sì, sono cambiate le carte in tavola, che no, non può essere una scelta di pancia ma dobbiamo seriamente chiederci come e se possiamo farla, questa cosa, io voglio quella ragazzina accoccolata nel letto della cameretta e la sua pelle fresca contro la mia quando ci abbracciamo e discutere con lei, stare in macchina con lei, truccarmi con lei, mangiare con lei, essere enormemente, stupendamente, disgraziatamente felice di averla lì, anche quando è un incubo.

Io però in tutto questo ho chiara una cosa sola. Mio padre non c'è più, mia figlia non c'è (più/ancora/momentaneamente), quello è/non è mio padre, lei è/non è nostra figlia, va bene: ma quell'uomo stanco e bellissimo che in questi giorni mi ha cullato come una bimba quando piangevo, quell'uomo che ogni volta che entra nella stanza mi fa venire voglia di spogliarlo integralmente e baciarlo tutto, quell'uomo che sta lottando con me e per me in tutte queste battaglie, E', senza la minima ombra di dubbio, straniamento o fraintendimento, mio marito.

E mentre questo blog è solo mio, e le sensazioni che ci scrivo sono solo mie, la decisione di essere genitori è una cosa che dobbiamo condividere io e lui, a qualsiasi prezzo, perchè solo insieme possiamo reggere la fatica e il rischio di continuare con la Princi, o il dolore e la delusione di smettere.

Non c'è altro da dire per adesso.




 

lunedì 6 gennaio 2014

Bel bilancio, non c'è che dire


E venne l'ultimo giorno delle più disastrate vacanze di Natale mai viste.

Bilancio. Siamo entrati in queste ferie con: la Princi riportata di peso in comunità dopo il suo grave colpo di testa, mio padre in fin di vita, il cane con un occhio glauco e gonfio. Usciamo da queste vacanze con: la Princi in comunità, mio padre in fin di vita, il cane senza un occhio.

Il periodo intermedio si divide in due. Prima del 2 gennaio, e dopo il 2 gennaio.

Inizialmente c'è stata solo la sensazione, fin troppo ovvia, che un uragano di sfiga in buona parte assolutamente gratuito si fosse appena abbattuto sulle nostre spiagge, e che fosse impossibile decidere le priorità da cui ripartire, in mancanza di un'unità di crisi funzionante. Questo è stato vero soprattutto per le prime giornate, in cui l'Uomo doveva ancora occuparsi di Hastiwood e io ero appena stata paracadutata di nuovo nell'incubo dell'andare e venire dal letto di mio padre al resto della mia vita.

Poi, almeno, io e l'Uomo eravamo insieme. E allora, prima del 2 gennaio, abbiamo fatto del nostro meglio per essere noi stessi la nostra unità di crisi, assumendo il mio metodo: eliminare più cose possibile, ridursi all'osso, curare la sopravvivenza da un'ora all'altra.

Devo dire che, dopo anni di manrovesci della sorte, soprattutto per quanto riguarda la salute di mio padre, sono abbastanza capace di cogliere i segnali di cedimento e prevenirlo, o tamponarlo se è inevitabile. Da cui le mie asserzioni, come: “Io non posso portare il cane a farsi operare. Perchè devono TOGLIERLE UN OCCHIO e io sono sicura che questa cosa per me sarà il colpo di grazia, con quello che già vedo ogni giorno in casa di riposo. Io non posso occuparmi di lei dopo l'intervento, perchè adesso per come sono messa già non mangio e non dormo, non posso anche svenire ogni volta che deve fare un'iniezione. Io NON VOGLIO essere presente quando questa cosa succede.”

Non penso che per l'Uomo sia stata una passeggiata, ma alla fin fine è andata proprio così: io sono rimasta a Genova a reggere mia madre che reggeva mio padre, lui è andato a Asti e ha retto intervento e convalescenza del cane. Io non ho sbroccato, lui nemmeno. Il cane è senza un occhio ma sta bene, e l'unica cosa che non ha funzionato è stata la decisione di lasciarla dormire sul divano. Butteremo via il divano, perchè, altro che di pipì di cane, il cuscino su cui ha dormito odora di pipì di cane imbottito di anestetico. Ma tanto dovevamo cambiarlo, e all'Ikea ci sono i saldi.

Il 2 gennaio sono successe le seguenti cose: mio padre è quasi soffocato, il cane è stato operato e dalla comunità ci hanno fatto sapere che possiamo riprendere a sentire e vedere la Princi.

Così c'è stato il dopo: mio padre ha avuto una strana e terribile ripresa, direi la terza o quarta da quando siamo entrati in questa situazione.

Mia madre, nel vedere la crisi di soffocamento e poi la ripresa, ha sbarellato, e come darle torto.

Il cane ha dormito due giorni, sorvegliato a vista dall'Uomo che cercava malamente di rimediare al danno sul divano.

Io ho vissuto 24 ore di intensa e profonda speranza, data dalla comunicazione che potevamo sentire la Princi. Salvo accorgermi che, tutto sommato, avrei di gran lunga preferito che chiamasse lei. E che, telefonandole io, non avrei saputo cosa dire di diverso da “come stai?/c'è qualcosa che vuoi dirmi?” che sono le mie battute tipo di inizio telefonata da quando è successo tutto il casino. E finchè lei risponde di no alla seconda domanda, per me il discorso può solo arenarsi.

Così ho posticipato, prima motivazione: la sera in cui me l'hanno detto venivo dalla giornata più pesante di tutte. La sera dopo ero sola e invece volevo prima parlarne con l'Uomo. E infine, la terza e quarta sera ero con l'Uomo, ma nessuno dei due se l'è sentita. Oggi ho finalmente chiamato Santa Maria degli Orfani. Come preludio a chiamare la Princi. Credo.

Non è facile prendere la decisione di chiamarla. Non è facile perchè non siamo sicuri di cosa può capire lei, da questa iniziativa. Non è facile perchè siamo in due e nessuno dei due vuol compromettere l'altro facendo o dicendo una cosa nella quale l'altro non si rispecchia. Non è facile perchè, essenzialmente, siamo davanti ad un bivio: dichiariamo fallimento e torniamo alla nostra vita di prima, o ci facciamo coraggio e riproviamo a fondare una famiglia con lei. E non siamo sicuri di cosa ce la sentiremo davvero di scegliere.

Domani però si ricomincia, si ricomincia tutto: la scuola, i contatti con i servizi sociali, gli affari, gli impegni. Il cane ha finito il ciclo di iniezioni, mio padre è sempre lì, a volte più di là che di qua, a volte più di qua che di là, mia madre sembra sia tornata in trincea, ed è giorno feriale. Non ci sarà modo di rimandare ulteriormente molte cose che ho detto a tutti di fare senza di me in questi venti giorni. E sarà necessario anche andare avanti con progetti a lungo termine, pur sapendo che da una settimana all'altra è praticamente impossibile fare previsioni, perchè prima o poi verrà sconvolto tutto, da un altro crollo di mio padre, da un altro crollo di mia madre, da una decisione dei servizi sociali, o da una perdita di tempo dei servizi sociali, da una frase della psicologa o della Princi o mia o dell'Uomo o della mia preside che, lo sappiamo tutti, spera nemmeno troppo segretamente che io torni dalle ferie orfana di padre, così non deve darmi altri permessi familiari.

Alla fin fine mi sembra di poter solo andare avanti ora per ora.

Con le poche e sconfortanti informazioni che ho da Santa Maria degli Orfani a proposito della Princi, di come sta, di cosa fa, di cosa dice, francamente, non so se riportare la sua presenza nelle nostre vite adesso sia una buona cosa, per noi e per lei. E questo, purtroppo, si deve decidere, senza viverselo ora per ora, ma scegliendo se rischiare o no.

sabato 7 dicembre 2013

E poi viene quel giorno

Che tutto fosse così facile avrebbe di per sé dovuto generare qualche sospetto, sì.

Ad un certo punto tutti e tre ci siamo trovati di fronte a quel che non ce la sentivamo di fare, dire, ammettere, promettere, cambiare.

Tutti e tre CONTEMPORANEAMENTE.

Non è uno scherzo quando succede una cosa così, e ogni minuto che passi con tua figlia ti accorgi che nei suoi occhi, invece della magnifica luce di gioia e fiducia che ci vedevi prima, ora ci sono dolore, dubbio, angoscia e rabbia.

E' necessario molto coraggio per non scappare urlando "non ce la faccio non ce la faccio", come il pontefice di "Habemus papam".

L'altro giorno, davanti alla psicologa che segue la Princi, il mio più grande desiderio era afferrarla per un braccio e implorarla di aiutarci.

Non è semplice mantenere lo sguardo fermo e la calma nella voce, avendo a che fare con una Princi in rivolta.

Questa bambina a orologeria. Manca una manciata di secondi al suo diventare una donna, e nessuno sa esattamente quanti siano. E mancano così tanti pezzi al suo essere una ragazzina, al suo essere stata una bambina, e nessuno sa come restituirglieli.

Io come madre sono enormemente, vanagloriosamente, stupidamente felice. Felice quando la presento a qualcuno, felice quando le compro un pigiama nuovo, felice quando mi accorgo che le chiedo se vuole "la carnina" o "la fruttina" invece di dire carne e frutta, e mi sfotto da sola. Felice quando la guardo dormire, felice quando le parlo, felice quando mi stringe la mano.

Felice che mi assomigli così tanto anche nei difetti. Non in tutti grazie a Dio.

Ma lei non sta bene, adesso, e io sto malissimo. E l'Uomo a sua volta ha l'espressione di uno che caga chiodi, se mi permettete la sublime metafora in stile aulico.

E la cosa brutta è che non esista da nessuna parte un interruttore per schiacciare off. Viene quindi il momento del "mio Dio voglio scendere" che fa automaticamente sentire così in colpa.

Però. Siamo realisti. Tutti e tre vorremmo scendere, solo che adesso non ci sono più i posti dove andare che esistevano prima. E' inutile infiorettare questa cosa, chiamarla con un altro nome.

Deve esistere un modo per andare avanti.

Dopo l'incontro con la psicologa di S., ho cercato di essere presente come figura rassicurante in modi diversi. Ho parlato con la Princi, le ho comprato cose che le servivano, l'ho accompagnata a destra e a manca, le ho spalmato la crema sulle macchie della pelle, le ho lasciato bigliettini in ogni dove, le ho mandato messaggini. L'ho tenuta abbracciata. Come due naufraghe, ci siamo abbracciate.

Lei ci sta mettendo molto del suo. L'altra sera io ero visibilmente stravolta dalla tensione ed è stata lei a venire a coccolarmi. Cerca di stare alle regole, anche se non le capisce e non le condivide. Si vede lo sforzo enorme che fa per non farsi paralizzare dalla paura, per non cadere nella depressione.

Uso chiunque e qualunque mezzo, lo zio Phil, lo zio Giò, le sigarette, i Fonzies alla paprica, litri di tè alla pesca, la seduta dall'estetista, lo sgombero progressivo degli spazi nella sua camera, per permetterle di sentirsi meglio.

Ma non posso accelerare la lancetta dei secondi. Quindi dovremo tutti e tre avere la fermezza di restare saldi ancora un po' in questo casino.

Ho paura.














giovedì 28 novembre 2013

Vicino a te 2 - Cose da imparare

Per il prossimo quadrimestre, le attività della famiglia saranno organizzate in modo da farti imparare

...a apparecchiare e sparecchiare sempre e senza fartelo chiedere, visto che io cucino e l'Uomo lava i piatti

...a togliere (porcaccia zozza) TUTTO dalle tasche dei vestiti PRIMA di metterli a lavare, compresi: accendini, monete, anelli, orecchini

...a non tappare il wc con gli assorbenti interni

...a girare sugli autobus senza prenderli a caso, ma azzeccando la linea e la direzione giuste

...a gestire i soldi

...a gestire i no

...un minimo di matematica, inglese e scienze

...a non far trasparire sulla faccia in modo inequivocabile che pensi peste e merda di qualcuno

...a metterti la sveglia

...a usare il telecomando di Sky

...a riferire delle indicazioni in modo chiaro

...a chiamarmi quando hai paura

...ad addormentarti con la luce spenta

...a non credere sempre che ci sia qualcuno sotto il letto, soprattutto perché ci vuole un contorsionista cinese di quelli bravi per nascondersi in un cassetto Ikea

...a perdonare le cazzate delle tue amiche

...a stroncare i tipi che non sono in grado di offrirti una relazione decente

...a non giocare al divide et impera con me e l'Uomo

...a conoscere il resto di questa strana, non sempre biologica famiglia

martedì 19 novembre 2013

Proteine

Che poi dici c'ha i problemi alimentari e chissà che cazzo di figlia bulimica le viene su.

E tutti a dire che c'è la componente genetica e... no, direi di no, perché dovrei pensarlo, visto che mia nonna, mia madre e io, tutte uguali? Naaa ma figurati, al massimo è la componente ambientale.

Eh. Quella poi.

Boh.

Capisco poco di quel che succede, la psicologa dice che non ci devo pensare perché per me è normale incasinarmi su queste cose, comunque mi aspettavo di avere molti problemi e invece, eccoci qua, io stasera ho mangiato: formaggino, pezzettino di focaccia, e molte carote. Lei: formaggino, due mucche tritate non troppo cotte (il nostro macellaio ha un concetto di "piccolo" "sottile" "poco" che credo vada bene nella terra dei Titani, da cui gli hamburger farciti alti come torte nuziali). E pochissime carote.

E mi sono sorpresa a guardarla addormentata e pensare con gioia a tutte quelle piccole proteine rosse che si trasformano nei suoi muscoli, nella sua pelle di seta e nel suo sangue giovane.

E a dirmi che forse ho spezzato la catena.

domenica 1 settembre 2013

Nottatine

Pensavo di regalare all'Uomo e a me stessa una collezione di t-shirt, felpe e maglie a maniche lunghe con la scritta
 
 
Siamo una
FAMIGLIA AFFIDATARIA:
di annoiarci abbiamo finito, mi sa
 
Abbiamo fatto la conoscenza di un pronto soccorso nuovo. Oltre che di diversi livelli di incazzatura, spavento, incredulità.
 
La Principessa proprio le sta mettendo sul piatto tutte per farci defecare sanguinando, se mi passate l'elegantissima espressione, del resto ho studiato nel miglior liceo classico della mia città natale, non posso non essere lessicalmente puntuale, vi pare?
 
L'altra sera, si è fatta venire una sincope. Ospedale di cittadina sconosciuta, l'imbarazzo di spiegare chi siamo e cosa ci facciamo lì, di dover attendere fuori, di nuovo puzza di vomito da lavare via dai capelli, come quella volta con A. (è un must, nella maternità? credevo succedesse solo con gli infanti dediti al rigurgito acrobatico, e invece...) e strade di campagna avanti e indietro , con tanto di nebbia, anabbagliante che non funziona, serbatoio in riserva spinta e cinghiale morto in mezzo alla carreggiata, fino alle 01,30. Minchia.
 
Il giorno dopo, misteriosamente, pur avendoci invocati al suo capezzale nel momento del bisogno, decide di non vederci. Io subodoro.
 
Poi ieri sera.
La voce completamente alterata dalla rabbia. Il pugno nel vetro della finestra, roba da tornare al pronto soccorso a gran velocità a farsi dare dei punti, ma lei no, lei se la cava con un graffio. Però la finestra è rotta, e non abbiamo ancora discusso con lei di quanto è CRETINO rischiare di svenarsi o recidersi un tendine picchiando un pugno nella finestra. Discorsi deliranti, simulazioni di malessere, i carabinieri con la voce grossa, atteggiamenti privi di qualsiasi senno, altri chilometri in collina nel cuore della notte per raggiungerla, e lei poi se la coniglia perché sa che se viene a casa da me l'aspetta una bella strigliata. L'Uomo, quando è tornato da Ca' di Lupo, dove era salito invano per prenderla, era FURIBONDO. Io ero così incazzata che fluttuavo placida nell'aere al di là della mia stessa incazzatura, insieme ad un certo numero di divinità irate della mitologia tibetana, quelle vestite con il gonnellino di teschi, avete presente?
 
 
 
Il punto non è che ha sedici anni. Il punto non è che i sedicenni facciano, pensino e dicano cazzate in modi che sembrano quasi surreali. Il punto non è che povera bambina ha avuto una vita tanto difficile. Il punto non è che la comunità non è il posto migliore del mondo per mantenere l'equilibrio mentale.  
 
Il punto che vorrei discutere qui con voi è la distanza. Perché se tua figlia fa una riga di cazzate come questa, ed è nella sua stanza bianca con il copriletto verde mela, la stanza di fianco alla tua, tu puoi fare le seguenti cose:
 
- parlarle
- gridarle
- abbracciarla
- tenerla ferma prima che si faccia male
- farle una tisana
- mollarle due ceffoni
- prenderle una mano
- mandarla a dormire senza cena
- darle cena a un'ora assurda, dopo che si è calmata
- rimboccarle le coperte
- darle le gocce calmanti
- controllare che dorma
- svegliarla
- parlarle
- gridarle
- abbracciarla
etc.
 
Se invece sei a casa, è notte e lei è a trentacinque chilometri di curve da te, insieme a
- alcuni ospiti della comunità che non c'entrano niente
- altri ospiti della comunità che invece hanno montato su la rivolta con lei
- educatori
- carabinieri
e tu non puoi fare altro che fartela passare al telefono (che lei peraltro tenta di riattaccarti in faccia - e sarà la prima e ultima volta che lo fa, poverina, bisogna passargliela, non ha mica ancora capito con chi ha a che fare, qua)
 
... allora capisci la distanza siderale che separa QUESTA esperienza di genitorialità dalle altre.
 
E ti senti proprio un po' male.
 
Stamattina molto presto mi sono svegliata da un brutto sogno e avevo l'Uomo addosso, accoccolato stretto dietro la mia schiena. Non saprei quando possa essere datata l'ultima volta che, nel sonno, ha cercato conforto nella mia presenza in questo modo. Mi sa che anche lui si sentiva proprio un po' male.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


sabato 3 agosto 2013

Mi fa impazzire

"C'è dell'acqua, altrimenti il succo di mirtilli, ma ci metto il ghiaccio se lo vuoi perché non era in frigo."
"Va bene il succo."
Pausa.
"Cosa sono i mirtilli?"
L'Uomo: "Sai quei fruttini piccoli, blu, che crescono nel sottobosco?"
"Ah ho capito."
Io: "Sì crescono in montagna, su da noi li raccogli freschi, nei boschi"
"Ma veramente?"

sabato 13 luglio 2013

Incoming family




Che dire.



Ci siamo dentro fino al collo. Sudato, il collo.



Tentiamo di farla felice, e in effetti sembra contenta. Questa settimana abbiamo festeggiato il suo compleanno. Due volte. Una tra di noi (famiglia allargata composta anche dal Visconte, da Registino Diciottenne, con il quale comunque la situazione non si definisce, e dalla migliore amica di S., Deliziosa). E una seconda organizzata da lei nella saletta dell'oratorio, con la gente di Paesino a Punta e un paio di ragazze della comunità.



Mentre penso e ripenso a ogni dettaglio di quel che organizziamo, e ogni giorno mi stupisco di quante cose si riescano a fare in 39 ore (il giorno di 24 ore è stato abolito da una recente riforma del calendario, non ve ne siete accorti? Si è deciso di fare a meno dei consueti parametri astronomici e di concentrarsi sulla produttività...), mi rendo conto che stiamo cercando di sviluppare il rapporto lungo due assi principali.



Uno è l'aspetto “casa”. Imparare ad avere confidenza con noi, con il nostro modo di vivere, i nostri spazi. Osservo tutto quel che succede per la prima volta: S. che si sdraia sul suo letto per fare una telefonata a Vassilissa, S. che va in cucina a prendersi la merenda, Bontcho che sale in braccio a S., Matilda che lecca lo yogurt dalle sue dita, noi che facciamo le cose normali tipo lavarci cambiarci mettere a posto casa.



Qua e là,una frase di S. sottolinea gli eventi anche minimi che contribuiscono a farle fare il nido, a farle mettere radici: “E' la prima volta che apro il frigorifero!” E così capiamo che questi aspetti del quotidiano, che pian pianino diventeranno automatici, hanno tanto significato.



Io rinforzo, rinforzo il tutto, più che posso, con un paziente lavoro di cesello: “Stanotte ho dormito sul TUO letto perchè l'Uomo aveva caldo”, le dico, e lei gongola.



L'altro versante è l'aspetto sociale. Nella sua giornata già così piena di emozioni, ogni tanto spunta una faccia nuova. Per esempio, l'altro giorno, frastornatissima, ha conosciuto per caso un mio collega, due bidelle della mia scuola, la Fata Romena, la Diavolessa, Grande Manzo, Bibi e Pallina, e tutti sembravano sapere chi era, alcuni anche che era il suo compleanno, e l'hanno riempita di auguri. E poi si è vista arrivare la sua torta elegantemente servita a tavola dal cameriere, con candeline, decorazioni, calice di moscato e tutto l'ambaradàn, e ho visto sul suo faccino, che cambiava espressione ogni pochi secondi, e a volte pareva sgomento, che sta veramente succedendo tantissima roba tutta insieme nella sua vita. Oggi diceva stupefatta: “Come sono stanca! Perchè sono così stanca?!” e io le ho detto che in effetti sono state giornate emozionanti e piene di cose da fare... oltre che afosissime, ahimè. Chissà che faccia farà quando scoprirà che mia madre le ha comprato un regalino senza nemmeno averla mai incontrata.



E intanto anche noi iniziamo a mettere piedi fuori nel mondo in tre e non in due, e come si può immaginare è una cosa sconvolgente.

C'è tutto un gioco di rimandi e di specchi, vediamo riflesso nel comportamento degli altri quel che sta succedendo nella nostra vita.

Le persone che ci chiedono di lei. Gli educatori che sanno i dettagli di casa nostra perchè S. parla di noi continuamente. I ragazzi della comunità che ormai ci considerano parte integrante del loro panorama quotidiano. Il Visconte che si è autoeletto zio, e l'altra sera prima ha fatto venire la lacrimuccia a me, perchè si è ricordato di portarle un regalo, e poi se l'è fatta venire lui, quando la principessa lo ha baciato per ringraziarlo. Sanguedelmiosangue che frigge per conoscerla, la Zia Buona che mi dice “Poi portamela, eh”, mia madre che le compra il regalo e cerca il significato del suo nome su Internet.



Si sta creando una rete.



Oggi è anche successa una cosa bellissima, per me. S. ha detto che ieri A. è passato dalla comunità, ma a volo radente, per poi tornare da sua madre, e così non è venuto alla festa, però l'ha abbracciata forte forte. E lo diceva con tanta nostalgia del suo amico e confidente, che di nuovo considera con gli occhi di prima ora che è meno agitata all'idea che le rubi il posto qui da noi. Allora mi sono permessa di suggerirle che possiamo invitarlo a uscire con noi quando vogliamo. E sembrava dell'idea. Per un attimo ho avuto una visione di quello che potrebbe rappresentare cotanta grazia ed abbondanza per me e l'Uomo, e mi hanno ceduto le ginocchia.



Ma non siamo ingordi, e non corriamo, che c'è ancora tanto ma tanto da costruire, qui.


lunedì 8 luglio 2013

giovedì 4 luglio 2013

Ufficialmente sulla pista dell'adozione nazionale

Ce la siamo presa abbastanza bassa, e solo a settembre del 2011 sono partiti i documenti:

E ora si comincia.

Il tribunale ha la nostra domanda completa di allegati.

Ora, pronti a sviscerare salute, situazione economica, motivazioni, problemi psicologici, etc. con chi di dovere.

Per certi aspetti sono beata, serafica, naturale e quasi sicuramente incosciente.

Per altri, se mi metto seriamente a pensarci, mi vien da dire che forse era più semplice passare alle selezioni per Miss Italia.

L'Uomo è nervoso.

Io non lo so.

mercoledì 3 luglio 2013

L'incubo delle crocette

...se per caso qualcuno tra quanti leggono fosse in procinto di intraprendere il percorso dell'adozione, sia chiaro: io qui esprimo solo le mie idee (che, come si vede da questo e da altri post, non sempre coincidono con quelle del marito medesimo con cui mi sono messa su questa via, figuriamoci se posso spacciarle come verità universali) e non voglio scoraggiare nessuno. Come si vedrà dal seguito, nella vita c'è tempo per cambiare idea molte e molte volte, sulle cose serie, mentre sul proprio gusto di gelato preferito, sulla birra bionda o rossa, sulla marca di preservativi e di sigarette si può essere adamantini e irremovibili per diverse reincarnazioni. Però sappiate che le crocette sul modulo vi perseguiteranno per settimane, da svegli e da addormentati. Soprattutto da addormentati.

Qui siamo al 27 febbraio 2011.

Adozione, giustamente ci diceva oggi l’assistente sociale, da un punto di vista strettamente etimologico vuol dire scelta. Scelta vuol dire che una coppia sceglie di dichiararsi famiglia per un figlio e che, più tardi, di solito nell’adolescenza, il figlio sceglie se si sente realmente parte di questa famiglia o no.

Le crocette sul modulo saranno il nostro pensiero più importante nei prossimi mesi, ora che il corso è finito. I punti da crocettare sono i seguenti: fascia d’età del bambino, adozione di un bambino solo o di più fratelli, disponibilità ad accettare il rischio sanitario.

E già su questi punti, c’è da discutere per minimo sei mesi.

Ma a casa Castagna il casino è ancora a monte di tutto questo. Perché la domanda è di adozione nazionale e/o internazionale.

E, diciamolo chiaro, tanto questo è il mio blog, io dell’adozione internazionale più ne sento parlare meno mi fido. L’ultima è di oggi: la coppia che ci ha portato la sua testimonianza, peraltro con grande calore e entusiasmo, è andata in Perù a prendere un bambino che sulla carta era sano, “con una prevalenza dell’uso del braccio sinistro rispetto al destro”. Arrivati in Perù, il piccino si è mostrato subito francamente emiplegico sul lato destro. Portandolo in Italia, con esami approfonditi è emerso il problema di una scarsa mobilità anche di un piedino, sempre sul lato destro, ed è saltato fuori il motivo: una bella cisti cerebrale, del tutto inoperabile. Poi è emersa una difficoltà respiratoria, ed è venuto fuori che era necessaria un’operazione al cuore per chiudere un foro tra i due atri. Nel frattempo, a lei è scappato detto che il bambino va dal logopedista, il che fa pensare a un altro ordine di problemi di cui non ci hanno nemmeno parlato.
Ecco, io penso che in Italia non sia possibile prendere un bambino con una cartella clinica palesemente incompleta, quando non volutamente falsata. Certo, alcune cose come il buco nel cuore si possono scoprire solo ad un certo punto dello sviluppo, e questo vale tanto per un figlio naturale quanto per uno adottato. Ma cazzo, prevalenza di uso di un arto e emiplegia sono due cose diverse. Io non sono scema e so che intorno a una cisti cerebrale può venire, per mille motivi, un’infiammazione, che probabilmente darebbe gli stessi sintomi di un tumore al cervello. E se è già stato detto che questa cisti non si può operare, vorrebbe dire cose graziose come terapia antiepilettica, valvola di drenaggio nel cranio, eventuali altri danni temporanei o permanenti, magari di tipo cognitivo, alterazioni della personalità o della capacità di parlare, scrivere, etc.

E che cazzo, non puoi scrivere sulla scheda che un bambino così è sano. O forse puoi farlo, ma proprio solo in un Paese dove ad un bambino che è evidentemente emiplegico non viene fatta nemmeno
una TAC.

Oggi credo di aver vinto la battaglia (ma, temo, non la guerra) facendo presente all’Uomo due punti:
1) LUI non ce la farebbe a reggere l’ansia di una patologia grave, di un ricovero con intervento, di una serie di esami medici. E quindi io dovrei reggere per due.
2) IO ho abitato tutta la vita in mezzo ai medici e so benissimo che io NON sono tagliata per un certo tipo di cose. Per carità, quando c’è un’emergenza si fa fronte come si può, ma qualcuno di voi sa come posso sconvolgermi al pensiero che una persona della quale io mi occupo personalmente, come mio marito, entri in un pronto soccorso o in un reparto ospedaliero anche solo per una stronzata (si veda l‘onfalite dell‘Uomo l‘anno scorso).

Mi sono messa mentalmente nella situazione della coppia di stamattina e ho capito che io sarei stata sommersa dall’ansia, ma avrei dovuto far fronte alla paura del bambino, alla mia e a quella di mio marito, praticamente da sola. E credo altresì che, appena avessi avuto un momento libero, sarei andata fino in Perù a prendere a calci chi aveva compilato la scheda e chi si era occupato del bambino fino al nostro arrivo.

MA STIAMO SCHERZANDO?

Certo, la presentazione dei bambini a rischio di mezzo mondo che stamattina ci hanno propinato, con tanto di filmati dalle tematiche rasserenanti (bambini di tre anni che fabbricano munizioni, ragazzini di dieci con i kalashnikov in mano, piccoli vietnamiti in un orfanotrofio spoglio, ballerini di strada e mendicanti rom cinquenni, brasiliani scalzi e soli addormentati per terra, e chi più ne ha più ne metta) potrebbe indurmi a sentirmi una merda. Beh, io ho appena sentito la vera storia della famiglia di Giovane Lupo da una collega con cui non ne avevo mai parlato, e sapete cosa vi dico? Sono più che mai del parere che in Italia siamo pieni di bambini che andrebbero tolti alle famiglie naturali e dati a qualcuno in grado di amarli e proteggerli, senza stare a scomodare i kalashnikov, l’HIV, i meninos de rua e compagnia bella.
Cazzo, lavorate un anno con una baby prostituta ex tossicodipendente di quindici anni, o con la figlia di un alcolista manesco, o con un bambino che ha visto il padre ammazzare la madre: poi mi dite se, per fare una cosa buona, c’è bisogno di prendere l’aereo e andare a farsi coglionare da gente che si fa dare delle mazzette mica da ridere, ti ricatta a suon di documenti che non vanno bene e di permessi che devono essere oliati se no non arrivano, e per premio poi ti falsa le cartelle cliniche. Lo so, che non è colpa dei bambini. Ma mi pare di andare a alimentare un sistema di merda, oltre che di ficcare me e la mia famiglia in una situazione potenzialmente gravissima senza le dovute informazioni.

Direi che i dubbi che avevo con oggi hanno trovato sufficiente conferma.
Ora vediamo, quando si tratta di presentare la domanda, se bisogna discuterne ancora con l’Uomo e come.

E poi avremo tempo per pensare alle altre crocette.

Sulle quali, statene certi, le occasioni di nottata insonne non mancheranno. Anche perchè lo stesso Uomo che, due settimane fa, tirava a escludere categoricamente i bambini sopra i tre anni, stasera, alla domanda sul limite massimo d'età "crocettabile" ha dichiarato il numero quattordici. E lì io, solita pragmatica più realista del re, a fargli notare che un ragazzino di quattordici anni nel giro di sei mesi ti va alle superiori, gira da solo con le chiavi di casa etc. Che forse, ma solo forse, eh? è meglio fermarsi nei dintorni dei dodici, quando un ragazzino ti lascia ancora un paio d'anni per arrivare a certi traguardi (meditavo cupamente sulle mie ultime conversazioni in fatto di sessualità preadolescenziale con una mia alunna di terza, mentre gli dicevo ciò, ma anche sugli spacciatori di hashish appostati fuori dalle scuole, sul patentino per il ciclomotore, e cose del genere). Cioè, ma possibile che a parità di età e esperienza lui non si figuri che grana gigantesca è diventare da un giorno all'altro la famiglia di un bambino altrui? Lo devo anche prendere in un'età in cui, se non faccio in tempo a instaurare un po' di rapporto confidenziale e a dare due linee educative anche minime quello mi si droga o mi ingravida la fidanzatina? E chi siamo, i Fantastici Quattro, o solo due sfigati trentacinquenni senza figli?

Mah.
Stasera sono un po' ipercritica, mi rendo conto.
Ma mettetevi nei miei panni. Prima mi porta a vedere la casa della mia vita, poi ritiene che non sia il caso di comprarla. Prima mi dice che l'adozione è una roba complicata e che non se la sente di crocettare il sì per il rischio sanitario, e poi mi riempie la casa di adolescenti provenienti da varie parti del mondo con schede immaginarie che non corrispondono alle loro condizioni reali.

Sono alla seconda tazza di tisana allo zenzero e non c'è verso che io digerisca la cena di stasera, ahimè.

Appunti e osservazioni durante il corso

Questi i miei appunti durante il corso informativo sull'adozione, febbraio 2011:

1) Torino è insopprimibilmente BRUTTA. Non me ne ricordo mai perchè l'anno in cui ci lavoravo vedevo solo il centro, che è elegante, e perchè lavorare al liceo mi ha lasciato ricordi entusiasmanti. Stavolta eravamo al confine tra Moncalieri e Nichelino e, Gesù, non solo è BRUTTA, ma CONTINUANO a costruire roba BRUTTA.

2) Non, ripeto NON, andate mai a sentir parlare per tre ore un pediatra a proposito di adozioni internazionali se vi fanno senso le malattie, le malattie infettive, le malformazioni, le parassitosi e in generale l'idea di tenere la mano a un bambino mentre gli fanno degli esami medici.

3) Non IMMAGINATE neanche di potervi avvicinare all'IDEA dell'adozione internazionale se quel che vi preoccupa di più è avere un figlio con un ritardo mentale.

3) A questo mondo c'è tanta, tanta, tanta bella gente. Che pensa ai bisogni degli altri e si sbatte per trovare soluzioni, Il pediatra neonatologo che ci parlava. oltre a essere un padre adottivo, è stato per anni giudice del tribunale dei minori e insieme ad altri ha organizzato un protocollo sanitario per dare a tutti i bambini che arrivano dall'estero "accoglienza sanitaria", cioè non solo controlli, diagnosi e cure, ma un modo di esaminarli e curarli che non terrorizzi nè loro appena arrivati, nè le loro famiglie adottive.

4) Il Piemonte è all'avanguardia come legislazione sull'adozione e sull'accoglienza sanitaria. Bene.

5) Il corso è per una ventina di coppie. I gruppi di lavoro sono di sei o sette coppie, e in gruppo con noi ci sono quattro persone con le quali probabilmente dovremo dividere il percorso intero, compresi gli incontri di supporto e sostegno nelle varie fasi: due ragazzi di un paesino vicino a Asti, gli unici più giovani di noi, e una coppia più vecchia, che ha perso entrambi i figli in un incidente. A luglio scorso. A proposito di gente veramente forte.

6) Ho perfettamente ragione a non voler parlare granchè delle nostre scelte con parenti e amici.
Ieri sono entrata in quell'aula con alcuni pensieri ben determinati e ne sono uscita con altri.
Parlare dei bambini veri, che realmente arrivano alle famiglie adottive, modifica quel che uno pensa a freddo. La risposta interiore a freddo si sbriciola contro la realtà.
Questa storia dell'handicap, per esempio. Alla fine ci hanno chiesto se qualcuno di noi voleva prendere una scheda sanitaria di un bambino straniero realmente andato in adozione e provare a immaginare che domande avrebbe fatto al pediatra al posto dei genitori adottivi.
A me e all'Uomo è toccato un piccolo peruviano di sei anni, parzialmente sordo, con leggero ritardo nella crescita e soffio al cuore.
Il soffio al cuore ce l'ho anche io, da sempre, e me ne frego.
Il ritardo nella crescita si recupera.
Il fatto della sordità si rimedia, dice l'Uomo.
Sì, dico io, ma se sono sei anni che sta in un orfanotrofio di Lima, quanto ci fai che non è stato seguito e quindi parla anche poco e male.
Ci vengono in mente le soluzioni.
Logopedista.
Apparecchio acustico.
Una visione di me al tavolo di cucina che al pomeriggio aiuto pazientemente il bambino a migliorare nell'espressione linguistica, mezzo in spagnolo e mezzo in italiano.

Cioè, vediamo le possibili soluzioni insieme al problema, quando il problema è reale.

Poi ci piacciono un po' meno altri problemi di diversa soluzione. Per esempio io inorridisco all'idea del ritardo mentale. Mi spiace, non riesco a sopportarlo. L'Uomo, invece, si schifa del labbro leporino (e io: Scemo! Hai scartato la scheda con la foto del cinesino con la palatoschisi! guarda che quella si opera! Hai presente Joachim Phoenix?), delle malformazioni anche lievi e soprattutto, soprattuttissimo, arriva vicino a vomitare all'idea dei parassiti intestinali e cutanei e delle malattie infettive.

Io (che ho ben chiari gli aspetti di un'adozione che per ME sarebbero mostruosamente pesanti): "No, scusa, ma sai che comodo dire che il bambino ha la scabbia, così per le prime tre settimane non ti si fiondano in casa tutti i parenti?!?"
Ride, e conferma: "Perfetto. Diremo che ha la scabbia anche se non ce l'ha. Dovrebbe funzionare."

7) Entrando, alle due e mezza, avevo il petto schiacciato da un macigno e non vedevo l'ora di andar via. Dopo due ore di questi discorsi con l'Uomo, sorridevo. Io da sola no, ma con lui posso.

Pensieri ed esperienze

Il 5 gennaio 2011 scrivevo:

Che poi, a voler ben vedere, no, non lo so, perchè parliamo di adottare.

Non c'entra con il fatto che figli in dieci anni non ne siano arrivati, perchè abbiamo parlato di adottare fin da pochi mesi dopo il matrimonio, quando addirittura non provavamo nemmeno ad avere figli nostri.
Semplicemente, ci siamo dichiarati disponibili, fin dall'inizio.

Non è una cosa necessariamente buona, nè necessariamente stupida.
E' stato parte del nostro progetto quando ci siamo sposati.

Io però ho sempre trovato che adottare fosse più egoistico che prendere un bambino in affido.
Prendere un bambino in affido vuol dire accettare che questo bambino non è tuo, che tu devi mantenere il suo rapporto con la sua famiglia anche se sai perfettamente che è una pessima famiglia, e che un giorno come è arrivato se ne può andare.

All'inizio, quando abbiamo fatto i colloqui per l'affido, ci hanno chiesto se avevamo delle perplessità o delle preferenze.
Io ho risposto per tutti e due, perchè ci avevamo pensato a casa:
"Ecco, noi non ce la sentiremmo di prendere un ragazzo troppo grande, di sedici anni, per esempio, che esce già da solo, di cui non conosciamo le compagnie e i giri di amici, perchè ci sembra di essere troppo giovani per essere considerati autorevoli da uno che ha la metà dei nostri anni, e ci pare una responsabilità enorme. E poi, questo lo dico soprattutto per me... mi dispiacerebbe se ci dessero un bambino molto piccolo, che poi magari ci levano per darlo in adozione, perchè se ha cinque, sei anni, magari glielo si può spiegare, si può telefonargli, restare in contatto, eccetera, mentre se è più piccolo... beh, vederlo andare via, che magari piange e non capisce, non credo che ce la farei."

E queste erano le nostre preoccupazioni. Sbriciolate istantaneamente dall'assistente sociale, che non le ha sottovalutate, ma ci ha dipinto scenari dove, dati i danni subiti nelle famiglie di origine dai protagonisti, si chiariva che avevamo ben altro di cui preoccuparci.

Tra tutti gli esempi che ci ha fatto, uno ci aveva impressionato terribilmente. Si parlava di una bambina che non accettava di essere lavata e aveva crisi di panico orrende all'idea dell'acqua. Perchè a casa sua, quando ritenevano di doverla punire, lo facevano puntandole addosso la manichetta dell'acqua fredda.
E la famiglia affidataria che se la trovava in casa stava facendo un percorso incredibile, per convincerla a lasciarsi almeno passare il corpo con una spugna bagnata.
Abbiamo passato il resto del pomeriggio a cercare di figurarci quale BESTIA può terrorizzare una bambina di quattro anni infradiciandola per punizione. Non è un pensiero tollerabile.

Ma rendeva l'idea. Come ho detto, il bambino che ci avrebbero dato se noi avessimo detto di sì aveva undici anni. E, da una frase sfuggita a una delle assistenti, credo di sapere addirittura chi fosse. Un alunno dell'Inflessibile, e anche mio, nel senso che quando è arrivato a Scuolina Rosa gli ho fatto diverse ore di sostegno. Un ragazzino con una disabilità lieve e, anni fa, gravi problemi a livello caratteriale, oggi molto migliorati. Una persona che tuttora vive in comunità e che, in fatto di danni, ha finito di subire nei primi due anni di comunità quelli che non aveva ancora subito a casa. E uno dei più affettuosi, profondi, dolci ragazzi che io abbia mai visto. Siamo tuttora in ottimi rapporti, a parte il fatto che ora è più grosso e alto dell'Uomo e mi incrina due costole ogni volta che ci incontriamo, abbracciandomi con slancio mastodontico.
Non so se avevo capito giusto. Io a questo bambino ho voluto bene dal primo minuto in cui l'ho visto. Anche se una volta, quando ancora non dosava per niente le sue già immense forze, mi ha quasi estratto un braccio dalla cuffia rotatoria della spalla, e mi ricordo il dolore come se fosse appena successo.
Abbiamo condiviso esercizi di scrittura, poesie, passeggiate nell'orto botanico, sguardi d'intesa, scherzi e battute.
Poi ho sospettato che fosse lui il mio "figlio in affido" e il mio affetto per lui ha sconfinato. Non è facile dire cosa provo quando lo vedo grande, migliorato, e soprattutto felice di incontrarmi.

Non so. Io dell'affido mi ero fatta un'idea, probabilmente sbagliata, di certo incompleta, che coincideva, in buona parte, con la facilità con cui ero entrata in rapporto con lui e con altri ragazzini della comunità che sono passati da scuola.
E in un certo senso è vincere facile. Sono persone che hanno alle spalle cose tali che un cristo qualunque che si occupi di loro, gli dia da mangiare e non li maltratti fa già miracoli.

Diversa è la mia idea di adozione.
Ti adotto significa "tu non hai una famiglia, io ti dò la mia. Ma ti cambio nome e cognome, tu diventi mio, e mi devi trattare come un genitore. Solo che i tuoi genitori sono da un'altra parte. E anche se tu un giorno li ritroverai (a un nostro amico è successo, e ha scoperto anche di avere dei fratelli) sarai parte della mia famiglia, non della loro."

A me, sbaglierò, è sempre sembrata più che altro l'ultima ratio di una coppia che non può avere figli suoi.
Anche se la frase che ci dicevamo noi all'inizio era "due nostri e uno adottato". Come a dire che avremmo voluto fare Spazio abbastanza...

Però non lo so.
A parte tutto, mi fa impressione la faccenda del nome.
Spiego. Da un paio d'anni mia madre lavora come volontaria in una casa protetta per bimbi in attesa di una decisione del tribunale, che solitamente vanno poi in adozione. Sono bimbi più o meno sotto i sedici o diciotto mesi, quando arrivano hanno pochi giorni di vita. Ci sono volontarie che turnano di giorno per dare una mano alle suore, che già si sparano le notti con magari quattro poppanti, e al personale fisso, che si occupa anche della casa. Li accompagnano anche alle visite pediatriche e ricevono le visite di genitori, nonni o zii biologici e di coppie designate per l'adozione.

Mi ha letteralmente scioccato scoprire che i nomi che vengono dati a questi bambini in comunità molte volte non sono i loro nomi veri, e ancora di più che le famiglie che adottano possono scegliere un altro nome ancora.
Perchè a me sembra che, a parte tutto, quando una donna (o una ragazzina, come capita spesso in quel contesto), comunque sia conciata (paziente psichiatrica, spesso, o prostituta o drogata), invece di abortire ti ha tenuto, ha fatto lo sforzo di portare a termine la gravidanza e di partorirti, e poi ti ha dato un nome, cazzo, QUELLO è il tuo nome, magari è la sola cosa che ti legherà alla tua vera origine per tutta la vita. Capisco che sia necessario un cognome nuovo. Capisco che i bambini siano troppo piccoli per farsene un problema, ma per esempio la prima bimba che è stata ospitata nella struttura quando aveva appena aperto, Maria, che non si chiamava veramente Maria, aveva un anno quando è diventata Sofia e se n'è andata con la sua famiglia d'adozione in Toscana. E io mi domando ancora: la quindicenne, presumibilmente ecuadoriana a giudicare dai tratti della bimba, che l'aveva messa al mondo, come l'avrà chiamata realmente, con quale nome si ricorderà di lei?

Capito cosa intendo?

Insomma, ho dei dubbi. Su cosa voglia dire veramente questo gesto di prendersi in casa qualcuno che è nato altrove, e mica solo su ciò.