Visualizzazione post con etichetta voglio che le cose cambino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta voglio che le cose cambino. Mostra tutti i post
domenica 16 marzo 2014
venerdì 7 marzo 2014
Pronti a ripartire... credo
Riassumiamo.
Il
16 dicembre la Princi scappa di casa dopo un litigio con me.
Il
17 la recuperiamo e la comunità se la riprende.
Il
18 va dalla psicologa che decide di proibirci di sentirla e vederla.
Il
19 ce lo comunicano e le faccio l‘ultima telefonata.
Il
20 io porto in comunità le sue cose. Mi trasferisco a Genova.
Il
25 la sentiamo per Natale.
Il
31 le mando un messaggio per Capodanno.
Il
2 gennaio ci dicono che possiamo risentirla.
Dal
9 io e la Princi ricominciamo a parlare per telefono e via messaggio,
con regolarità.
Dal
13 sono di nuovo al lavoro dopo il lutto e mi attivo per rivedere la
Princi, il che mi riesce in tutto quattro volte, sempre da sola, nei
successivi 52 giorni.
Ieri,
28 febbraio, si rivedono finalmente la Princi e l’Uomo.
Il
5 marzo la Princi deve incontrare le sue assistenti sociali.
Il
6 la psicologa ci chiamerà per dirci cosa hanno deciso, e avremo un
calendario per vederci.
L’incubo
pare stia finendo.
Forse
ce l’abbiamo fatta.
E’
difficilissimo raccontare queste settimane. E’ praticamente
impossibile riassumere le aspettative, le paure, i dubbi, le speranze
per tutto quello che verrà di qui in poi.
Da
otto giorni sono chiusa in casa per una congiuntivite grave,
complicata da una reazione allergica a un collirio. Quando finalmente
ho potuto faticosamente leggere, e cioè giovedì, ho riletto
all’indietro il blog fino ad arrivare alle vacanze dell’estate
scorsa. Un eone e mezzo fa, sembrerebbe.
Ho
letto quanto siamo stati felici nelle piccole cose di tutti i giorni.
Non
avevo più avuto il coraggio di rileggere quelle pagine, temevo di
aver perso per sempre S., e anche me stessa e l’Uomo come eravamo
l’estate scorsa. Ora il sollievo è così forte che potrebbe
uccidermi.
Si
apre un nuovo capitolo.
domenica 24 novembre 2013
Emigranti
Ci
sono situazioni, quando sono sola, che sono deputate a rimuginare
sulle cose dolorose.
Per
esempio, i viaggi in macchina sono il momento giusto per elaborare
lutti, separazioni, amicizie e amori che non sono più, amori che non
furono mai, liti con il consorte, rabbie varie. Possono servire allo
stesso scopo anche cucinare, farsi la doccia, pulire il terrazzo,
portare il cane. Cioè, non che io pensi sempre e solo a cose buie o
mediti vendetta ogni santo giorno, ma per dire, se ci sono questioni
difficili, ognuna si trova il suo momento. Portare il cane e
riflettere su eventuali falle del rapporto coniugale. Farsi la doccia
e sciogliere nel sapone lo sporco e anche il lutto.
Lavare
i piatti, da sempre, è inesorabilmente associato alle grane con la
famiglia d'origine. Credo che questo spieghi perchè assolutamente mi
rifiuto di farlo, a meno dei seguenti casi: 1) totale assenza del
marito per più di un giorno 2) malattia del marito per più di un
giorno 3) prolungato soggiorno in casa di vacanza lontano dalla
famiglia medesima.
Di
recente i piatti li ho lavati un po' più spesso, non fosse altro
perchè siamo diventati tre, a volte mangiamo in orari diversi l'uno
dall'altro, e sporchiamo molto di più.
E
ogni santa volta mi sono stupita di come mi tornasse in mente,
proprio appena insaponato il primo bicchiere, tutto un ordine di
problemi e di questioni che ormai, nelle mie giornate, non ha
assolutamente più spazio.
Dire,
adesso, che ho vissuto schiava per anni, sembra come raccontare la
storia di un'altra donna. Schiava in presenza, schiava a distanza,
schiava quando non riuscivo a dormire o a godermi una domenica a
casa, schiava quando passavo tutte le ore libere in autostrada,
schiava ogni volta che ho mangiato una brioche stantia o un
rettangolo di focaccia al posto del pranzo o della cena, schiava ogni
volta che ho fatto benzina, schiava delle decisioni prese senza voler
sentire pareri, schiava dei ricatti psicologici, schiava dei bisogni
reali, schiava delle molte e molte emergenze. Schiava di un sistema
ben oliato e organizzato, che da febbraio scorso è esploso. Perchè
io mi sono sottratta. E pensare che, a rigor di termini, io mi sarei
potuta sottrarre in tanti altri momenti: quando sono andata a stare
da sola, quando sono andata a stare con l'Uomo, quando ho cambiato
città, quando mi sono sposata, quando l'Uomo ha iniziato a fare due
mestieri. Quando ho capito di dovermela cavare da me se avevo un
problema, perchè il rapporto ormai aveva cambiato segno, non sarebbe
più stato dare e prendere, ma solo dare. O decidere di non dare
più. Che è quel che ho fatto a febbraio.
Adesso
ci vogliono quelle rare volte in cui insapono bicchieri per pensare a
tutto questo e domandarmi se è successo davvero: eppure ne ho ancora
intorno i segni. Sul contachilometri della macchina. Nella tiroide
danneggiata. Nelle centinaia di euro spese in colloqui
psicoterapeutici. Nel rapporto ancora difficile e spesso lacunoso con
l'Uomo, che oggi, passate le troppe emergenze, mi rinfaccia tutto
quel che prima, con parenti in punto di morte, gente da accudire in
ospedale, devastazioni varie, non poteva farmi notare. Ora non me ne
passa una, esagera, lo sappiamo bene entrambi, ma tant'è.
Certo,
ora sono state stabilite con chiarezza distanze, posizioni, priorità.
O almeno, io ce le ho chiare e sono quelle di una donna adulta che
non può continuamente voltarsi indietro, perchè la sua presenza, la
sua lucidità e tutte le sue migliori risorse servono, qui e ora, per
preparare i prossimi passi in avanti: quelli della Princi, come
figlia, come studentessa, lavoratrice, donna; e i nostri, come
famiglia, come coppia, come genitori.
Non voltarsi, come tutte le scelte, ha un prezzo. Ed è a quel prezzo che penso sciacquando pentole. Ma è pazzesco come il detersivo sulle mani, la spugnetta, le bolle, il rumore dell'acqua, tutto concordemente gridi, canti, armonizzi in una sinfonia lo stesso concetto: che potrei essere con le mani immerse nel sapone e il suono delle stoviglie da un'altra parte del pianeta, per esempio in Germania dove mi potrei essere trasferita per lavoro, in Spagna dove potrei essermi trasferita per amore, in Nepal ove potrei essermi trasferita per motivi religiosi, in Mali dove potrei essermi trasferita per andare a lavorare in missione, in Gran Bretagna dove potrei essermi trasferita perchè avevo trovato lavoro per caso alla fine di una vacanza. E in tutti questi casi sarebbe mio pieno, riconoscibile diritto aver messo tra me e tutto quel che rappresenta il passato tantissimi chilometri, oceani, aeroporti, lingue e mondi, e continuare il mio percorso umano là dove mi trovo.
Che
i chilometri tra me e la vita che comunque avrei dovuto smettere di
fare siano meno di centoventi non dovrebbe rendermi meno libera di
lasciare il passato indietro e smettere di voltarmi. Che mia figlia
abbia la pelle diversa dalla mia e sia arrivata in questa casa con le
sue gambe, con le sigarette in tasca e iscritta a una scuola
superiore, nemmeno. Lei è già stata una figlia, sì, ma non in
questa famiglia, e noi siamo comunque appena passati al ruolo di
genitori, tanto quanto lo saremmo se fosse uscita dal mio corpo
cinque mesi fa.
Mia
madre vuol festeggiare il Natale, e quest'anno anche io ho degli
ottimi motivi, non solo legati all'arrivo della Princi, per volerlo
fare. Quindi lo festeggeremo, di comune accordo. Solo che saremo in
due pieghe spaziotemporali distinte. Io qui, adesso. Lei allora. O,
forse, lei avanti. In un futuro che finalmente riguarda solo lei. E
che io, fin da tempi assolutamente non sospetti, le avrei augurato
meno solitario. Ma si vede che anche lei doveva partire per qualche
suo Nepal, attraversare qualche suo oceano, e non voltarsi.
Se non fosse per la Princi, lo troverei veramente molto giusto.
martedì 19 novembre 2013
The way
IL PROBLEMA
Tutto è
cominciato con un sms.
Che ho letto
di corsa mentre attraversavo un corridoio della scuola, ed a cui ho
risposto tornando indietro per lo stesso corridoio, tant’è vero
che la controrisposta che mi è arrivata l’ho scorsa velocemente,
mentre ritornavo indietro lungo il corridoio ovest, e non me la
ricordo assolutamente, perché come al solito qualcuno deve avermi
parlato, e io devo aver dribblato altre due o tre persone mentre camminavo a passo di carica verso la sala prof.
Non so più
cosa avevo scritto alla Frenci, ma lei mi ha risposto: “pensati
come una donna che ha avuto un bambino, cosa le diresti di fare?” e
io: “di riposarsi, e di fare le cose coi suoi tempi più che può…
ma lei avrebbe il congedo maternità”.
E ANCH’IO
LO AVREI.
Se solo mi
avessero fatto firmare qualche foglio.
Invece,
siccome non c’è niente di firmato, e i nostri nomi esistono solo
in qualche relazione a Torino, che i giudici non hanno ancora visto,
eccoci qua, a novembre, noto mese di merda per i docenti, che
corriamo tutto il giorno, tutta la settimana, tutto il mese, senza
più nemmeno levarci le scarpe tornati a casa, perché tanto poi
dobbiamo uscire. Per la Princi e per tutto il resto.
Esemplifico.
Questa settimana:
Lunedì, io:
scuola - prendere Princi a scuola - spesa - pranzo - corso
aggiornamento - casa cucinare - portare Princi in piscina - altro
pezzo di spesa - portare Princi a recitazione - casa cena con Uomo -
prendere Princi a recitazione - casa cena Princi. E avrei avuto un
appuntamento a 40 km da Asti alle 19, ma è saltato.
Sempre
lunedì, Uomo: portare Princi a scuola - scuola - casa pranzo lavoro
su festival - Genova assemblea di condominio - rientro cena - lavoro
su festival.
Domani: io
scuola 3 ore prima dell’orario consueto e Uomo due. Pomeriggio io
in ufficio e lui a Torino. Princi solo a cena.
Mercoledì:
io scuola e gruppo lavoro di tre ore al pomeriggio e Fata Bionda.
Princi scuola e psicologa a Torino, perciò treno, incrocio con
l’Uomo che la porta a Torino, la riporta indietro, poi casa, poi
piscina io e lei.
Giovedì:
Uomo in radio, io e Princi a Genova.
Venerdì:
provate a cagarmi il cazzo dopo la scuola e vi stermino la famiglia.
Sono
settimane che andiamo avanti così e oltre al ciclo normale, lavoro
casa spesa bucato mangiare lavarsi, ci incastriamo Genova, Torino,
Milano, Casale, le visite mediche della Princi, le visite veterinarie
del cane, i gruppi di lavoro, la commercialista, i progetti
pomeridiani, le feste di compleanno degli amici della Princi, il
cambio delle gomme per l‘inverno, una cena feriale fino alle due di
notte (per carità, era una roba fighissima dell'Upper Hastiwood) e
questo e quell‘altro.
Dopo l’sms
della Frenci però io ho dato i primi segni di cedimento. Ho fatto
un’influenza di stomaco senza mai fermarmi, e buttandoci pure
dentro un bel fritto misto alla piemontese coi parenti. Che, arrivata all'amaretto fritto, sono andata sotto il tavolo a nascondermi tra le zampe affettuose di Gigantesco Mostro Bavoso N.3.
Più di
recente, ho fatto un‘abbuffata di wafer al cacao come non ne facevo
da quando avevo l‘età della Princi.
L’insonnia
di notte, e la narcolessia sempre e ovunque di giorno.
Una strillata
al telefono in mezzo a una corsia del supermercato.
Un paio di
scoppi di pianto.
Litigate con
chiunque.
E per finire,
un attaccone di panico forza nove, di quelli in cui perdi ogni
pudore, e ti aggrappi al marito ansimando
hopaurastomalehopaurahopaurastomalestomaleaiutostomale,
e alla fine
lui ti deve cambiare la maglietta come a un bambino, perché sei
sudata come se avessi fatto la maratona di New York.
Eccoci qua.
Alla frutta.
E, sì, il
congedo maternità ha il suo perché. Averlo e non averlo non sono la
stessa cosa.
Che poi io
correrei lo stesso tutto il giorno eh. Ma almeno i corsi di
aggiornamento, almeno le riunioni extra, almeno le ore di progetto si
potrebbero rimandare a tempi più leggeri. E magari non sarebbe
necessario bruciarsi la mattina libera del martedì, per andare un
pomeriggio ad accompagnare la Princi alla visita specialistica.
E che dire
dei due giorni per stare a Genova a farsi fare visita e occhiali
dall’oculista e dall’ottico di fiducia, e intanto vedere i
parenti e qualche amministratore, ma con calma.
E del
dentista, dato che il prossimo dente che si rompe è per forza
davanti, perché quelli dietro sono già sbriciolati.
Okay.
Ieri ho
accettato il fatto che no, non sono una pessima madre, sono solo
stanca. Morta.
L’ho detto
alla Princi: “Mi spiace che in questo momento mi sembri tutto così
faticoso. Passerà.”
Poi ho corso.
Fino ad aver male dappertutto.
Non posso
fermarmi, e non mi fermerò.
LA SOLUZIONE
Mi dispiace
ripetermi, la soluzione è sempre la stessa. Un bel mavaffanculo.
Ieri: due ore
di corso di aggiornamento talmente inutili e ritrite che avrei potuto
io in tre minuti e mezzo riassumere quel che in novanta minuti ha
detto il docente, e senza le sue pallosissime slide?
Ottimo, ho letto
un capitolo del mio libro sulla cultura religiosa del Medioevo.
Stamattina
dovevo lavarmi i capelli prima di occuparmi di tutta la tribù e
oggi, invece che alle 12,30, devo entrare alle 09,50. Che non è
bello, visto che uscirò comunque alle 16,45. E' suonata la sveglia
alle sette?
Mi sono
abbarbicata al cuscino e ho dormito altri dieci minuti sodi. Poi s'è
svegliato il marito e, oh meraviglia, anche lui aveva sfanculato
qualcuno: la sua vicepreside, che voleva mettergli due ore di
supplenza dalle otto alle dieci, quando lui entrerebbe alle 9,45 il
martedì. Iera era arrivato alle 21 da Genova, la richiesta di
coprire la supplenza era arrivata alle 22, e lui con saggezza aveva
risposto: "ma io domattina parto da Genova, non so a che ora
arrivo". Così stamattina i venti minuti dopo la sua sveglia li
abbiamo dedicati a sfanculare ulteriormente il resto del mondo in
modo assai gradevole, tanto la Princi al mattino c'ha il sonno di un
rinoceronte morto.
Dopodichè
siamo andati a farci le rispettive docce, i rispettivi caffè e a
svegliare la Princi. E io mi sono ficcata una pinza nei capelli
ancora umidi, un cappotto sopra la tuta da ginnastica con cui avevo
dormito e hop, portata la Princi a scuola, ora son di nuovo qua che
mi asciugo i capelli con calma, e tento di ricordarmi chi fosse
quella prima attrice troppo figa che, durante la maternità, s'era
fatta beccare dai fotografi dei tabloid mentre, in pigiama e con la
pinza nei capelli, andava a comprare il latte allo store. Natalie Portman? Katie Holmes? Aiutatemi.
Come in
passato stava scritto accanto allo specchio del mio bagno, "ricorda:
anche Julia Roberts OGNI TANTO è stanca e ha lo scazzo".
E ho deciso
di prendere così ogni altro aspetto di queste tremende settimane,
laddove sia possibile.
Vaffanculo is
the way. Remember.
lunedì 26 agosto 2013
A testa alta come una regina
Vorrei caldamente raccomandarvi (lo so che non è la prima volta) di leggere Marco, e in particolare questo post, anche perché, se volete, in questo periodo potete votarlo per i Macchianera Awards.
Pensavo già di votarlo,anche se non sapevo che fosse candidato per la categoria "blog su genitori e bambini". Poi leggendo quanto scrive mi sono resa conto che, da brava mamma anomala, e mancando davvero come il pane i blog che parlino di adolescenti in affido (e anche questo l'ho già detto: se li trovate segnalatemeli!), io solo lui posso votare. Perché è proprio vero quel che scrive: leggere il suo blog aiuta ad avere meno paura. Del diverso. Dei figli. Di fare il genitore. Della vita di coppia. Della vita punto. L'unica cosa di cui fa venire paura sono i Parigini.
Grazie, Marco.
Pensavo già di votarlo,anche se non sapevo che fosse candidato per la categoria "blog su genitori e bambini". Poi leggendo quanto scrive mi sono resa conto che, da brava mamma anomala, e mancando davvero come il pane i blog che parlino di adolescenti in affido (e anche questo l'ho già detto: se li trovate segnalatemeli!), io solo lui posso votare. Perché è proprio vero quel che scrive: leggere il suo blog aiuta ad avere meno paura. Del diverso. Dei figli. Di fare il genitore. Della vita di coppia. Della vita punto. L'unica cosa di cui fa venire paura sono i Parigini.
Grazie, Marco.
sabato 17 agosto 2013
Storia vecchia
Storia vecchia è quando siamo arrivate qua in montagna, e io avevo ancora paura di te.
Storia vecchia è tutta la mia vita prima del giorno in cui abbiamo litigato e io non mi sono mossa di un millimetro dalla mia posizione.
Storia vecchia è quando ti sedevi e dicevi "ho mal di stomaco" perché dovevi prendere le misure ad una situazione nuova. Ora, cinque minuti prima di arrivare a casa, mi mandi un perentorio sms: "ho fame".
Storia vecchia è prima che tu imparassi come si chiama il posto dove siamo in vacanza, e i nomi dei locali, prima che conoscessi Sanguedelmiosangue, prima che mi facessi ascoltare i tuoi cantanti preferiti, prima che io imparassi che dormendo parli a voce alta (in due lingue), prima che ti sequestrassi il telefono, prima che tu mi obbligassi a truccarmi tutti i giorni prima di uscire. Prima che tu ti mettessi i miei calzini e io la tua cintura, tu il mio correttore e io il tuo rimmel. Prima che l'Uomo arrivasse e scoprisse che in cinque giorni avevamo già consolidato il rito del panino con l'arrosto di tacchino a mezzanotte, quello dell'uva prima di cena e quello di mettere il vivavoce ai ragazzi che ti telefonano e morire dal ridere quando sparano cazzate.
Storia vecchia è quando non osavamo parlare del futuro. Ora le nostre frasi cominciano con "quest'inverno quando verremo su a sciare", "quando starai da noi", "quando verrò qui da grande", "l'estate prossima", "quando finirò la scuola", e non è più neanche lontanamente possibile immaginare che tu non sia nostra e noi non siamo tuoi.
Storia vecchia è quando nelle conversazioni tra me e l'Uomo non c'era un "lei" antonomastico in ogni frase.
Storia vecchia è tutto quello che è successo nella mia esistenza prima che mi portassi la Cocacola con scritto "condividi questa con Mamma".
Storia vecchia è tutta la mia vita prima del giorno in cui abbiamo litigato e io non mi sono mossa di un millimetro dalla mia posizione.
Storia vecchia è quando ti sedevi e dicevi "ho mal di stomaco" perché dovevi prendere le misure ad una situazione nuova. Ora, cinque minuti prima di arrivare a casa, mi mandi un perentorio sms: "ho fame".
Storia vecchia è prima che tu imparassi come si chiama il posto dove siamo in vacanza, e i nomi dei locali, prima che conoscessi Sanguedelmiosangue, prima che mi facessi ascoltare i tuoi cantanti preferiti, prima che io imparassi che dormendo parli a voce alta (in due lingue), prima che ti sequestrassi il telefono, prima che tu mi obbligassi a truccarmi tutti i giorni prima di uscire. Prima che tu ti mettessi i miei calzini e io la tua cintura, tu il mio correttore e io il tuo rimmel. Prima che l'Uomo arrivasse e scoprisse che in cinque giorni avevamo già consolidato il rito del panino con l'arrosto di tacchino a mezzanotte, quello dell'uva prima di cena e quello di mettere il vivavoce ai ragazzi che ti telefonano e morire dal ridere quando sparano cazzate.
Storia vecchia è quando non osavamo parlare del futuro. Ora le nostre frasi cominciano con "quest'inverno quando verremo su a sciare", "quando starai da noi", "quando verrò qui da grande", "l'estate prossima", "quando finirò la scuola", e non è più neanche lontanamente possibile immaginare che tu non sia nostra e noi non siamo tuoi.
Storia vecchia è quando nelle conversazioni tra me e l'Uomo non c'era un "lei" antonomastico in ogni frase.
Storia vecchia è tutto quello che è successo nella mia esistenza prima che mi portassi la Cocacola con scritto "condividi questa con Mamma".
venerdì 26 luglio 2013
Buoni motivi per toglierti da lì
Cara S.,
Qui è Mamma Castagna che scrive. Scrive per dire che adesso si sbatterà il più possibile per toglierti, al più presto e per il maggior numero possibile di giorni a settimana, dalla comunità.
Per svariati motivi.
Per esempio, che da oggi è arrivato il Chiquito. Fratello minore del Chico, con il quale tu hai avuto una difficile e tormentata storia quest’inverno. Sapendo che il Chico è uno che si procura, e procura agli altri, danni fisici non da poco, non so come sia il Chiquito, ma di certo dal panico con cui hai preso il suo arrivo non mi aspetto molto di buono: tu sei troppo agitata, e anche tendente al melodramma con i baldi giovani dai molti problemi che transitano per la Casa di Pony.
A proposito, mi si dice che tra qualche giorno torna anche A. Il quale non troverà più né la fidanzatina né il migliore amico, essendo entrambi definitivamente ritornati in famiglia.
E rientra in anticipo perché il suo progetto di passare l’estate con la madre, che già contrastava di brutto con il progetto dei servizi sociali di fargli passare l’estate con il padre, è andato miseramente ad infrangersi. E, come volevasi dimostrare, A. torna al mittente e, al suo rientro, non trova la fidanzata, non trova l’amico, non trova Santa Maria degli Orfani che è in ferie, in compenso trova che il suo amato prof di lettere e la moglie, che sarei io, non si occupano più di lui, ma di S.
In comunità, alla sola idea di gestire contemporaneamente A. e il piccolo di famiglia, che è uno veramente assurdo, erano già passati a rivedere i turni. Chissà ora che ad A. e al piccolo tifone si associa il Chiquito.
Tu intanto fai cose che non mi piacciono. Oggi eri in giro con la bella e disinibita Vassilissa e mi hai confessato di esserti fatta passare una canna, e no, alla prova dei fatti no, scopriamo che non sono tollerante con le canne, neanche un po’. Mi ripeto che è peggio una sbronza seria che due tiri di fumo, ma rimane il fatto che il fumo è illegale e che non va bene che ci sia gente che te ne passa, nella tua cerchia di amici. E chi sono costoro, poi. Fammeli un po’ conoscere, questi. Che li tengo fermi mentre l’Uomo gli rovina i denti a sassate.
Inoltre. Continui a parlare con ansia somma del prossimo incontro con le assistenti sociali, che peraltro la psicologa ti ha fissato per remare a favore del nostro progetto. Continui a dire che sei tesa, che hai paura e che dopo starai una merda e io, che devo ancora partire per la montagna, sono già lì che penso a quando tornare giù per evitarti la giornata no dopo aver incontrato le SS.
Poi. Tu vuoi vederci, per stare con noi, ma anche per andare in piscina e al mare e in montagna e conoscere Sanguedelmiosangue. Noi vogliamo vederti per
Loop time
Momento di loop.
Quelle giornate in cui i pensieri oscillano tra "No ma io non sono adatta, non ce la faccio" e "Beh dai, non sarà sempre così". Che, a quanto mi pare di capire, sono una costante nella vita dei genitori biologici.
Poi se sei un genitore non biologico le seghe mentali sono un po’ diverse.
E se non sei ancora un genitore non biologico, perché in fondo il tribunale non ha mica deciso niente? Per carità.
E se sei un non-ancora-genitore-non-biologico di adolescente? Ah ah, voglio ridere.
Poi noi non possiamo fare delle cose NORMALI, previste dalla legge e dal buon senso, etc etc. Per cui siamo non-ancora-genitori-non-biologici-di-DUE-adolescenti: di cui uno quasi sicuramente non lo rivedremo per mesi, salvo telefonata dei servizi sociali che ci chiederanno, da un giorno all’altro, di riprendercelo in carico quando sarà di nuovo nelle grane e avrà ricominciato ad avere comportamenti a rischio.
E la cosa malsanissima è che io me lo riprenderei eccome. L’Uomo un po’ meno. Io subito. Da cui orrendi sensi di colpa nei confronti di S. Che peraltro è il nostro tesoro, ed è una garanzia di poter fare delle cose quasi normali, per esempio dormire di notte anche se lei è nell’altra stanza, spostare un appuntamento o modificare un programma, mentre con A. era tutto uno stare all’erta, dormire con un occhio solo e sentirsi costantemente rimescolare gli organi interni. Poi io sono una masochista nata e a me tutto quel febbricitare piaceva, l’Uomo che è sano invece era dell’idea che fosse troppo gravoso.
Comunque, niente paura: anche con la piccola deliziosa principessa dalla pelle scura esistono giornate in cui è tutto troppo gravoso. Tipo oggi. Caldo, ciclo, niente marito, due animali su tre che stanno male (e la terza è una cicciona che non si lava), troppi chilometri già fatti e troppi ancora da fare, in questo mese in cui la domanda principale è "da dove comincio?". Cioè, se non fosse che a Scuolina Rosa ci saranno trentanove gradi, oggi avrei di gran lunga preferito scendere dal letto e andare a lavorare, perché almeno per metà della giornata avrei saputo l’ordine delle mie priorità. Così invece non so se mi sento in difetto per non avere ancora prelevato S. in comunità, per non aver ancora portato cane e gatto dal veterinario, per non aver evaso la solita pila gigantesca di posta e documenti da vedere, o per non aver cucinato niente di commestibile per pranzo.
Quindi. Oggi non funziono, oggi non c’è niente che va bene, oggi è una giornata di merda. E per fare solo un esempio di come ci si riduce in certi giorni, stamattina mentre guidavo, semistordita dal caldo, in città, mi facevo la seguente domanda: ma noi SIAMO genitori o FACCIAMO i genitori? E chiosavo: cioè, ma è peggio FARE i genitori quando non lo si E’ o ESSERE genitori quando non lo si FA? Poi ho capito che prendevo una bruttissima piega, della serie "MA CE SEI O CE FAI?" e l’istinto di sopravvivenza mi ha suggerito le seguenti strategie:
1) ma usa un po’ di sana autoironia, santiddio
e
2) prendi un altro caffè, buono, del bar, macchiato, con tanto zucchero di canna, e vedi di piantarla.
Messe in pratica entrambe.
In effetti va meglio. Mi sento sempre una merda inadeguata, mi manca sempre A. come se mi avessero strappato un rene senza anestesia, mi gira ancora la testa per il caldo, ma adesso credo che ce la farò a organizzare qualcosa con S. almeno per il pomeriggio, o, se vogliamo essere un po’ più realistici, per la sera. Il cane e il gatto andranno dal veterinario da soli, forse. O ci andranno domani mattina.
Sopravviveremo anche stavolta all’estate. Credo.
Quelle giornate in cui i pensieri oscillano tra "No ma io non sono adatta, non ce la faccio" e "Beh dai, non sarà sempre così". Che, a quanto mi pare di capire, sono una costante nella vita dei genitori biologici.
Poi se sei un genitore non biologico le seghe mentali sono un po’ diverse.
E se non sei ancora un genitore non biologico, perché in fondo il tribunale non ha mica deciso niente? Per carità.
E se sei un non-ancora-genitore-non-biologico di adolescente? Ah ah, voglio ridere.
Poi noi non possiamo fare delle cose NORMALI, previste dalla legge e dal buon senso, etc etc. Per cui siamo non-ancora-genitori-non-biologici-di-DUE-adolescenti: di cui uno quasi sicuramente non lo rivedremo per mesi, salvo telefonata dei servizi sociali che ci chiederanno, da un giorno all’altro, di riprendercelo in carico quando sarà di nuovo nelle grane e avrà ricominciato ad avere comportamenti a rischio.
E la cosa malsanissima è che io me lo riprenderei eccome. L’Uomo un po’ meno. Io subito. Da cui orrendi sensi di colpa nei confronti di S. Che peraltro è il nostro tesoro, ed è una garanzia di poter fare delle cose quasi normali, per esempio dormire di notte anche se lei è nell’altra stanza, spostare un appuntamento o modificare un programma, mentre con A. era tutto uno stare all’erta, dormire con un occhio solo e sentirsi costantemente rimescolare gli organi interni. Poi io sono una masochista nata e a me tutto quel febbricitare piaceva, l’Uomo che è sano invece era dell’idea che fosse troppo gravoso.
Comunque, niente paura: anche con la piccola deliziosa principessa dalla pelle scura esistono giornate in cui è tutto troppo gravoso. Tipo oggi. Caldo, ciclo, niente marito, due animali su tre che stanno male (e la terza è una cicciona che non si lava), troppi chilometri già fatti e troppi ancora da fare, in questo mese in cui la domanda principale è "da dove comincio?". Cioè, se non fosse che a Scuolina Rosa ci saranno trentanove gradi, oggi avrei di gran lunga preferito scendere dal letto e andare a lavorare, perché almeno per metà della giornata avrei saputo l’ordine delle mie priorità. Così invece non so se mi sento in difetto per non avere ancora prelevato S. in comunità, per non aver ancora portato cane e gatto dal veterinario, per non aver evaso la solita pila gigantesca di posta e documenti da vedere, o per non aver cucinato niente di commestibile per pranzo.
Quindi. Oggi non funziono, oggi non c’è niente che va bene, oggi è una giornata di merda. E per fare solo un esempio di come ci si riduce in certi giorni, stamattina mentre guidavo, semistordita dal caldo, in città, mi facevo la seguente domanda: ma noi SIAMO genitori o FACCIAMO i genitori? E chiosavo: cioè, ma è peggio FARE i genitori quando non lo si E’ o ESSERE genitori quando non lo si FA? Poi ho capito che prendevo una bruttissima piega, della serie "MA CE SEI O CE FAI?" e l’istinto di sopravvivenza mi ha suggerito le seguenti strategie:
1) ma usa un po’ di sana autoironia, santiddio
e
2) prendi un altro caffè, buono, del bar, macchiato, con tanto zucchero di canna, e vedi di piantarla.
Messe in pratica entrambe.
In effetti va meglio. Mi sento sempre una merda inadeguata, mi manca sempre A. come se mi avessero strappato un rene senza anestesia, mi gira ancora la testa per il caldo, ma adesso credo che ce la farò a organizzare qualcosa con S. almeno per il pomeriggio, o, se vogliamo essere un po’ più realistici, per la sera. Il cane e il gatto andranno dal veterinario da soli, forse. O ci andranno domani mattina.
Sopravviveremo anche stavolta all’estate. Credo.
mercoledì 17 luglio 2013
Autorizzati. E miracolati
Va beh, io le chiamo SS, ma la verità è che con gli assistenti sociali in genere io vado, sono sempre andata, d’accordo. Solitamente li incontro in ambito professionale e trovo quasi ogni volta che siano gente che, come tanti insegnanti, si spende anima e corpo per tirar fuori dai guai bambini e ragazzi.
Gli psicologi, se si eccettua la mia magnifica Fata Bionda, sono invece già tutta un’altra cosa. Cioè, varie volte, di loro, ho pensato che nel loro mestiere fossero competenti e sicuri, ma umanamente, nei normali rapporti con le persone, fossero un disastro. Nervosi, aggressivi, supponenti, ansiosi come il peggiore dei loro pazienti. Può darsi che molti di loro abbiano studiato psicologia per curare se stessi (e sia chiaro: anche io mi sono iscritta a Psicologia, dopo Lettere, e SICURAMENTE la motivazione nel mio caso si avvicinava molto a quella, poi però per fortuna ho studiato con passione solo gli esami di Antropologia e di Biologia, mi sono tenuta le mie paturnie e ho lasciato perdere).
Sono i giudici che invece vorrei vedere spazzati via dalla faccia della terra, quando si tratta di adozione. Ma magari siamo solo stati sfortunati.
Tutto questo per dire che oggi abbiamo avuto la riprova che tra il pianeta Adozione e il satellite Affido c’è una sostanziale differenza.
Abbiamo chiesto se potevano autorizzarci a portare S. fuori per qualche giorno, con pernottamenti fuori dalla comunità, e detto e ribadito che, se non ci avessero autorizzato, ci saremmo arrangiati lo stesso per vederla in giornata, come abbiamo fatto finora. E’ partita la psicologa, è partita la responsabile, sono partite le assistenti sociali, e in esattamente SEI GIORNI il permesso scritto è stato accordato.
Il ragionamento sotteso è sicuramente stato, perché la responsabile me lo ha anche riferito: S. sta bene, insieme sono felici, devono conoscersi meglio, e poi non è giusto che ‘sti due poveri cristi non possano farsi un po’ di vacanza in montagna o al mare per star dietro a lei: in fondo, sono due persone disponibili e responsabili, è un peccato fargli passare l’estate in città.
A parte il fatto che siamo felici e che S. mi ha polverizzato un timpano con un urlo di gioia al telefono appena gliel’ho riferito, mi è venuto in mente che questo atteggiamento (sono due brave persone che si danno da fare, non penalizziamoli) è l’ESATTO CONTRARIO di quel che abbiamo vissuto con il team adozioni.
Dove invece la nostra richiesta di portare via con noi S. per qualche giorno, che serve soprattutto a stare tutti insieme in una situazione quanto più possibile normale e vicina a una famiglia vera, oltre che a levare tanto noi che lei dal caldo, sarebbe stata presa con sguardo schifato e biasimo, perché, e questo non lo dico assolutamente solo io, quando chiedi di adottare un figlio il protocollo evidentemente prevede che tu TI SENTA COLPEVOLE. Che tu sia sospettato di coltivare motivazioni abiette, di avere un rapporto automaticamente malato con la tua psiche e/o con quella degli altri, di volere un figlio per puro egoismo, di voler trattare un figlio come un tuo accessorio à la mode e/o come un catino in cui vomitare le tue personali frustrazioni, i tuoi traumi, i tuoi bisogni.
Figuriamoci come sarebbe stata letta una frase come “Beh, noi siamo insegnanti, ora abbiamo due mesi praticamente liberi da impegni, la casa in montagna e i parenti a Genova, ci farebbe piacere portare S. con noi qua e là almeno qualche giorno, ma se non si può faremo come abbiamo fatto finora.” Anatemi, scomuniche, pubblica esecuzione.
I due statalidimerda nullafacenti (e con la casa in montagna, bastardi). I due egoisti che vogliono sradicare la bambina dal suo contesto e sbatacchiarla in qua e in là per l’Italia perché loro devono fare le ferie. Nella migliore delle ipotesi, i due insicuri che non si sentono legittimati nel loro essere coppia se non possono esprimersi in una dimensione di genitorialità (come parlo bene lo psicologhese, vero?), o i due ingenuotti superficiali che credono di poter scavalcare le umane e le divine leggi del Concilio Supremo degli Stronzi del Sommo Tribunale, e per questo saranno biecamente puniti.
Tutto sommato sono sempre più convinta che in questa storia capitata per caso con A. e S., almeno finchè non si arriverà al maledetto TM, abbiamo a che fare con gente normale, con teste normali, dotate di normale buon senso, che ci considerano normali adulti, senza figli e senza esperienza, ma pieni di buone intenzioni (di cui peraltro è lastricata la strada per l’inferno: ma infatti, se in paradiso ci vanno i rigorosi, i sospettosi e i fondamentalisti, è meglio se andiamo per di là, direi).
Oltre a questa riflessione vorrei peraltro aggiungere che a me, quest’anno, non me ne può fregare di meno di andare al mare (quando mai, a essere onesti?) né tutto sommato in montagna, sebbene la seconda opzione talvolta venga in mente per l’affetto verso i miei posti, e come una risorsa notevole, ora che è venuto il caldo. Mi frega di stare con S. da qualche parte e che si abitui a passare la giornata con noi. In seconda istanza mi frega, e non poco, di portare in vacanza l’Uomo che, diciamolo, è come un bambino, se si annoia è una piaga mortale.
Poi non so come la prenderà lui quando gli dirò che secondo me S. dorme da noi già domani sera, così giovedì siamo belle comode per andare in piscina.
Perché il neogenitore Uomo sta facendo un po’ fatica a organizzare la nostra vita intorno a S. Credo che ultimamente abbia fatto un salutare bagno nella realtà, e stia pensando con timore a quando la sua mogliettina Castagna non sarà più tutta per lui e una terza persona dividerà il nostro appartamento. Infatti è diventato tutto una tenerezza, tutto una nostalgia, tutto un’overdose di miele e marshmellow: ve lo devo dire, non mi sentivo così corteggiata da… umm vediamo… otto anni?
Insomma, capirete che, tra il mio principe all’apice della pucciosità e la mia principessina tutta una coccola, io quest’estate sto all’ingrasso, mi sento pienamente appagata e posso soffiare e sorbire (contrariamente a quanto sostengono i Genovesi, con un noto detto locale) anche se me ne resto in città. E comunque, non resteremo in città!!! Siamo la Famiglia d’Appoggio Ufficialmente Autorizzata! Eheheheh.
Qualcosa peraltro mi suggerisce che dovremo andarci piano. Il tirocinio fatto con A., che, diciamolo serenamente, andava in palla di fronte a ogni cosa nuova, è servito a calarsi un pochino nei panni di questi ragazzini che da troppo tempo non vivono in famiglia, o che una famiglia degna di questo nome in fondo non l’hanno mai conosciuta. Non si può portare S. a destra e a manca in luoghi nuovi, in mezzo a facce nuove, e inserirla bel bello nella nostra vita. Ci vorranno passi piccoli e cauti, per fare in modo che non si scompensino i suoi fragili equilibri.
E’ francamente terrorizzante la responsabilità che ci stiamo prendendo, eppure quando penso a tutti i piccoli tasselli con cui vorrei riuscire a comporre, un po’ per volta, la nuova vita di S., sono enormemente attratta dalla sfida, mi sento miracolata anche solo dal fatto di poterci provare.
E’ questo che secondo me quelli dell’adozione non capiscono. Che per formare una famiglia (e credo sia così per qualsiasi tipo di famiglia) ci vogliono tantissimi fattori, ma il miracolo è una componente essenziale. E contemplarlo ridendo, invece che stare lì con gli occhi bassi a flagellarsi, non vuol dire per forza essere stupidi, né superficiali, né egoisti. Forse vuol solo dire viverselo.
Gli psicologi, se si eccettua la mia magnifica Fata Bionda, sono invece già tutta un’altra cosa. Cioè, varie volte, di loro, ho pensato che nel loro mestiere fossero competenti e sicuri, ma umanamente, nei normali rapporti con le persone, fossero un disastro. Nervosi, aggressivi, supponenti, ansiosi come il peggiore dei loro pazienti. Può darsi che molti di loro abbiano studiato psicologia per curare se stessi (e sia chiaro: anche io mi sono iscritta a Psicologia, dopo Lettere, e SICURAMENTE la motivazione nel mio caso si avvicinava molto a quella, poi però per fortuna ho studiato con passione solo gli esami di Antropologia e di Biologia, mi sono tenuta le mie paturnie e ho lasciato perdere).
Sono i giudici che invece vorrei vedere spazzati via dalla faccia della terra, quando si tratta di adozione. Ma magari siamo solo stati sfortunati.
Tutto questo per dire che oggi abbiamo avuto la riprova che tra il pianeta Adozione e il satellite Affido c’è una sostanziale differenza.
Abbiamo chiesto se potevano autorizzarci a portare S. fuori per qualche giorno, con pernottamenti fuori dalla comunità, e detto e ribadito che, se non ci avessero autorizzato, ci saremmo arrangiati lo stesso per vederla in giornata, come abbiamo fatto finora. E’ partita la psicologa, è partita la responsabile, sono partite le assistenti sociali, e in esattamente SEI GIORNI il permesso scritto è stato accordato.
Il ragionamento sotteso è sicuramente stato, perché la responsabile me lo ha anche riferito: S. sta bene, insieme sono felici, devono conoscersi meglio, e poi non è giusto che ‘sti due poveri cristi non possano farsi un po’ di vacanza in montagna o al mare per star dietro a lei: in fondo, sono due persone disponibili e responsabili, è un peccato fargli passare l’estate in città.
A parte il fatto che siamo felici e che S. mi ha polverizzato un timpano con un urlo di gioia al telefono appena gliel’ho riferito, mi è venuto in mente che questo atteggiamento (sono due brave persone che si danno da fare, non penalizziamoli) è l’ESATTO CONTRARIO di quel che abbiamo vissuto con il team adozioni.
Dove invece la nostra richiesta di portare via con noi S. per qualche giorno, che serve soprattutto a stare tutti insieme in una situazione quanto più possibile normale e vicina a una famiglia vera, oltre che a levare tanto noi che lei dal caldo, sarebbe stata presa con sguardo schifato e biasimo, perché, e questo non lo dico assolutamente solo io, quando chiedi di adottare un figlio il protocollo evidentemente prevede che tu TI SENTA COLPEVOLE. Che tu sia sospettato di coltivare motivazioni abiette, di avere un rapporto automaticamente malato con la tua psiche e/o con quella degli altri, di volere un figlio per puro egoismo, di voler trattare un figlio come un tuo accessorio à la mode e/o come un catino in cui vomitare le tue personali frustrazioni, i tuoi traumi, i tuoi bisogni.
Figuriamoci come sarebbe stata letta una frase come “Beh, noi siamo insegnanti, ora abbiamo due mesi praticamente liberi da impegni, la casa in montagna e i parenti a Genova, ci farebbe piacere portare S. con noi qua e là almeno qualche giorno, ma se non si può faremo come abbiamo fatto finora.” Anatemi, scomuniche, pubblica esecuzione.
I due statalidimerda nullafacenti (e con la casa in montagna, bastardi). I due egoisti che vogliono sradicare la bambina dal suo contesto e sbatacchiarla in qua e in là per l’Italia perché loro devono fare le ferie. Nella migliore delle ipotesi, i due insicuri che non si sentono legittimati nel loro essere coppia se non possono esprimersi in una dimensione di genitorialità (come parlo bene lo psicologhese, vero?), o i due ingenuotti superficiali che credono di poter scavalcare le umane e le divine leggi del Concilio Supremo degli Stronzi del Sommo Tribunale, e per questo saranno biecamente puniti.
Tutto sommato sono sempre più convinta che in questa storia capitata per caso con A. e S., almeno finchè non si arriverà al maledetto TM, abbiamo a che fare con gente normale, con teste normali, dotate di normale buon senso, che ci considerano normali adulti, senza figli e senza esperienza, ma pieni di buone intenzioni (di cui peraltro è lastricata la strada per l’inferno: ma infatti, se in paradiso ci vanno i rigorosi, i sospettosi e i fondamentalisti, è meglio se andiamo per di là, direi).
Oltre a questa riflessione vorrei peraltro aggiungere che a me, quest’anno, non me ne può fregare di meno di andare al mare (quando mai, a essere onesti?) né tutto sommato in montagna, sebbene la seconda opzione talvolta venga in mente per l’affetto verso i miei posti, e come una risorsa notevole, ora che è venuto il caldo. Mi frega di stare con S. da qualche parte e che si abitui a passare la giornata con noi. In seconda istanza mi frega, e non poco, di portare in vacanza l’Uomo che, diciamolo, è come un bambino, se si annoia è una piaga mortale.
Poi non so come la prenderà lui quando gli dirò che secondo me S. dorme da noi già domani sera, così giovedì siamo belle comode per andare in piscina.
Perché il neogenitore Uomo sta facendo un po’ fatica a organizzare la nostra vita intorno a S. Credo che ultimamente abbia fatto un salutare bagno nella realtà, e stia pensando con timore a quando la sua mogliettina Castagna non sarà più tutta per lui e una terza persona dividerà il nostro appartamento. Infatti è diventato tutto una tenerezza, tutto una nostalgia, tutto un’overdose di miele e marshmellow: ve lo devo dire, non mi sentivo così corteggiata da… umm vediamo… otto anni?
Insomma, capirete che, tra il mio principe all’apice della pucciosità e la mia principessina tutta una coccola, io quest’estate sto all’ingrasso, mi sento pienamente appagata e posso soffiare e sorbire (contrariamente a quanto sostengono i Genovesi, con un noto detto locale) anche se me ne resto in città. E comunque, non resteremo in città!!! Siamo la Famiglia d’Appoggio Ufficialmente Autorizzata! Eheheheh.
Qualcosa peraltro mi suggerisce che dovremo andarci piano. Il tirocinio fatto con A., che, diciamolo serenamente, andava in palla di fronte a ogni cosa nuova, è servito a calarsi un pochino nei panni di questi ragazzini che da troppo tempo non vivono in famiglia, o che una famiglia degna di questo nome in fondo non l’hanno mai conosciuta. Non si può portare S. a destra e a manca in luoghi nuovi, in mezzo a facce nuove, e inserirla bel bello nella nostra vita. Ci vorranno passi piccoli e cauti, per fare in modo che non si scompensino i suoi fragili equilibri.
E’ francamente terrorizzante la responsabilità che ci stiamo prendendo, eppure quando penso a tutti i piccoli tasselli con cui vorrei riuscire a comporre, un po’ per volta, la nuova vita di S., sono enormemente attratta dalla sfida, mi sento miracolata anche solo dal fatto di poterci provare.
E’ questo che secondo me quelli dell’adozione non capiscono. Che per formare una famiglia (e credo sia così per qualsiasi tipo di famiglia) ci vogliono tantissimi fattori, ma il miracolo è una componente essenziale. E contemplarlo ridendo, invece che stare lì con gli occhi bassi a flagellarsi, non vuol dire per forza essere stupidi, né superficiali, né egoisti. Forse vuol solo dire viverselo.
sabato 13 luglio 2013
Incoming family
Che dire.
Ci siamo dentro fino al
collo. Sudato, il collo.
Tentiamo di farla felice,
e in effetti sembra contenta. Questa settimana abbiamo festeggiato il
suo compleanno. Due volte. Una tra di noi (famiglia allargata
composta anche dal Visconte, da Registino Diciottenne, con il quale
comunque la situazione non si definisce, e dalla migliore amica di
S., Deliziosa). E una seconda organizzata da lei nella saletta
dell'oratorio, con la gente di Paesino a Punta e un paio di ragazze
della comunità.
Mentre penso e ripenso a
ogni dettaglio di quel che organizziamo, e ogni giorno mi stupisco di
quante cose si riescano a fare in 39 ore (il giorno di 24 ore è
stato abolito da una recente riforma del calendario, non ve ne siete
accorti? Si è deciso di fare a meno dei consueti parametri
astronomici e di concentrarsi sulla produttività...), mi rendo conto
che stiamo cercando di sviluppare il rapporto lungo due assi
principali.
Uno è l'aspetto “casa”.
Imparare ad avere confidenza con noi, con il nostro modo di vivere, i
nostri spazi. Osservo tutto quel che succede per la prima volta: S.
che si sdraia sul suo letto per fare una telefonata a Vassilissa, S.
che va in cucina a prendersi la merenda, Bontcho che sale in braccio
a S., Matilda che lecca lo yogurt dalle sue dita, noi che facciamo le
cose normali tipo lavarci cambiarci mettere a posto casa.
Qua e là,una frase di S.
sottolinea gli eventi anche minimi che contribuiscono a farle fare il
nido, a farle mettere radici: “E' la prima volta che apro il
frigorifero!” E così capiamo che questi aspetti del quotidiano,
che pian pianino diventeranno automatici, hanno tanto significato.
Io rinforzo, rinforzo il
tutto, più che posso, con un paziente lavoro di cesello: “Stanotte
ho dormito sul TUO letto perchè l'Uomo aveva caldo”, le dico, e
lei gongola.
L'altro versante è
l'aspetto sociale. Nella sua giornata già così piena di emozioni,
ogni tanto spunta una faccia nuova. Per esempio, l'altro giorno,
frastornatissima, ha conosciuto per caso un mio collega, due bidelle
della mia scuola, la Fata Romena, la Diavolessa, Grande Manzo, Bibi e
Pallina, e tutti sembravano sapere chi era, alcuni anche che era il
suo compleanno, e l'hanno riempita di auguri. E poi si è vista
arrivare la sua torta elegantemente servita a tavola dal cameriere,
con candeline, decorazioni, calice di moscato e tutto l'ambaradàn,
e ho visto sul suo faccino, che cambiava espressione ogni pochi
secondi, e a volte pareva sgomento, che sta veramente succedendo
tantissima roba tutta insieme nella sua vita. Oggi diceva stupefatta:
“Come sono stanca! Perchè sono così stanca?!” e io le ho detto
che in effetti sono state giornate emozionanti e piene di cose da
fare... oltre che afosissime, ahimè. Chissà che faccia farà quando
scoprirà che mia madre le ha comprato un regalino senza nemmeno
averla mai incontrata.
E intanto anche noi
iniziamo a mettere piedi fuori nel mondo in tre e non in due, e come
si può immaginare è una cosa sconvolgente.
C'è tutto un gioco di
rimandi e di specchi, vediamo riflesso nel comportamento degli altri
quel che sta succedendo nella nostra vita.
Le persone che ci chiedono
di lei. Gli educatori che sanno i dettagli di casa nostra perchè S.
parla di noi continuamente. I ragazzi della comunità che ormai ci
considerano parte integrante del loro panorama quotidiano. Il
Visconte che si è autoeletto zio, e l'altra sera prima ha fatto
venire la lacrimuccia a me, perchè si è ricordato di portarle un
regalo, e poi se l'è fatta venire lui, quando la principessa lo ha
baciato per ringraziarlo. Sanguedelmiosangue che frigge per
conoscerla, la Zia Buona che mi dice “Poi portamela, eh”, mia
madre che le compra il regalo e cerca il significato del suo nome su
Internet.
Si sta creando una rete.
Oggi è anche successa una
cosa bellissima, per me. S. ha detto che ieri A. è passato dalla
comunità, ma a volo radente, per poi tornare da sua madre, e così
non è venuto alla festa, però l'ha abbracciata forte forte. E lo
diceva con tanta nostalgia del suo amico e confidente, che di nuovo
considera con gli occhi di prima ora che è meno agitata all'idea che
le rubi il posto qui da noi. Allora mi sono permessa di suggerirle
che possiamo invitarlo a uscire con noi quando vogliamo. E sembrava
dell'idea. Per un attimo ho avuto una visione di quello che potrebbe
rappresentare cotanta grazia ed abbondanza per me e l'Uomo, e mi
hanno ceduto le ginocchia.
Ma non siamo ingordi, e non corriamo, che c'è
ancora tanto ma tanto da costruire, qui.
mercoledì 10 luglio 2013
SS - Primo incontro
Non
sarebbe male che qualcuno ci spiegasse perchè gli uffici dei servizi
sociali devono avere sempre l'aria così squallida.
Voglio dire. Almeno, spolverassero gli scaffali. I quadri.
E per chiedermi (due volte) se domani allora passeremo “da casa” a cambiarci per la cena, dopo che l'avrò prelevata allo studio dentistico.
Voglio dire. Almeno, spolverassero gli scaffali. I quadri.
Ma
no. Le piante sono sempre le stesse e anche il linoleum e anche le
tubature lungo il muro e i manifesti. Dio, ma se io avessi un
problema e mi accogliessero in un posto così, mi aprirei le vene,
pensando di essere arrivata al punto di non ritorno.
Comunque
le due assistenti, naturalmente una grossa e una sottile, una materna e
una panterosa, una sorridente e l'altra seria (ma che le abbinano
apposta, come il poliziotto buono e il poliziotto cattivo?) alla fine
hanno telefonato alla responsabile della comunità dando un parere
molto positivo. E pare che presto ci autorizzeranno a portare S. via
con noi per il weekend. Poi per carità, tutto il resto sono solo
cattive notizie eh. Ma che vi aspettavate voi? No, perchè l'Uomo è
quello fiducioso. Stamattina presto io ero isterica. “'Sti minchia
di servizi sociali del cazzo - Dio solo sa cosa ci diranno - ho
l'ansia – 'fanculo 'fanculo 'fanculo” è la frase di senso
compiuto che sono riuscita ad articolare mentre mi vestivo per
andare, il resto erano sbuffi e gemiti (→ figura femminile stabile
ed equilibrata assai idonea al reinserimento in società di adolescenti
disadattati).
L'Uomo
mi accusava di esagerare.
Tre
ore dopo “Che ti avevo detto - porca zozza - te e il tuo cazzo di
magico mondo degli unicorni fatati” è la cosa più affettuosa che
gli ho detto uscendo dal tristissimo edificio statale (→ legame
consolidato di coppia basato sul rispetto e l'ascolto reciproci).
Comunque
stasera la topina ha telefonato dalla residenza estiva in chiulo a
Satana per raccontare la sua giornata.
Ma
soprattutto per sapere della nostra, di questo incontro. E per chiedermi (due volte) se domani allora passeremo “da casa” a cambiarci per la cena, dopo che l'avrò prelevata allo studio dentistico.
E
per fingere di non sapermi dire se il dentista è alle quattro o alle
quattro e mezza, così dopo venti minuti ha potuto ritelefonare per
dirmelo.
Balsamo per l'anima.
venerdì 5 luglio 2013
Prendere il timone
Qua
ci vuole la mamma.
Spiego.
S.
ha, come tutti i ragazzi della comunità, una storia tremenda alle
spalle.
E
ha bisogno di raccontarmela. Ci gira intorno tutti i giorni, quando
ci vediamo, fa continui accenni. Ma di solito siamo in giro, stiamo andando dove c'è altra gente, o siamo già in mezzo ad altra gente.
S.
cerca di catturare la nostra attenzione. L'altro giorno, quando è
venuta per la prima volta a casa nostra, ha manifestato una reazione
allergica, probabilmente al pelo dei gatti. L'Uomo si è agitato
tantissimo. Bene, giovedì sera a casa ci siamo stati meno di
mezz'ora, di passaggio, e lei cosa ha fatto? Ha ficcato la faccia nel
pelo del gatto, appena entrata. Occhi gonfi, starnuti, lacrime,
tosse.
S.,
a cena con noi, si lamenta tutta la sera del mal di denti e mangia
pochissimo perchè sente dolore, però poi non chiama il dentista e
nei giorni successivi non manifesta particolari problemi.
Come
se non bastassero questi richiami plateali, Mamma Castagna s'è
accorta anche di un'altra cosa. Tra le emozioni che prova per tutto
quel che le succede, gli incontri con la psicologa, il lavoro coi
bambini delle elementari al centro estivo, il caldo, il mangiare
poco, il dormire tardi, S. è sfinita. Alla sera, quando la riporto
alla Casa di Pony, a volte non riesce a fare una frase intera senza
impappinarsi. E adesso, attenzione, S. si trasferisce, con A. e con
tutti gli altri, nella località persa in cima alle campagne dove la
cooperativa che gestisce la comunità ha un'altra casa famiglia. A
35 km da qui, di strada di campagna con pullman lentissimi, e
proprio ora che lei deve forse cominciare un periodo di lavoro, come
borsista, da una pettinatrice.
Quindi.
Giovedì sera in pizzeria a un certo punto, tra i capricci per il
mangiare che faceva lei, l'ora, e la lentezza assurda con cui ci
hanno servito, dalle profondità della prof. Castagna, che spesso si
sente e si comporta come una ragazzetta sciroccata, è emersa una
serissima mamma, che ha sentenziato: “Non ne mangi più? - Devi
prendere qualcosa per il dente – E' tardi – Ora ti riaccompagno”
e si è autorevolmente alzata da tavola, con le chiavi della macchina
in mano. Devo dire che lei non ha fatto una piega.
Poi
ieri sera ho approfittato del fatto che fossimo soli, io e un Uomo
pesantemente di cattivo umore, per fare ad alta voce il punto della
situazione.
Se
date retta a me, adesso:
- 1. S. va a casa a dormire a un'ora umana, quando non ci sono cose particolari da fare, tipo la sua festa di compleanno, etc.
- S. comincia a girare con un antistaminico in borsa, a fare una cura omeopatica contro la rinite, e niente niente ci facciamo scrivere anche la visita dal dermatologo per quelle macchioline chiare che ha sulla pelle, e i test delle allergie;
- S. si fa mettere ulteriormente a posto i denti;
- S., invece che strapazzarsi sempre in giro come quell'agitato di A., che invece in una stessa stanza troppi minuti di seguito non riusciva a starci, comincia a venire qui a chiacchierare e evita di toccare i gatti continuamente, e viene qui a riposarsi anche un po' sul letto o sul terrazzo se vuole, e a mangiare a pranzo e a cena in un orario normale. Così avremo anche tempo di parlare. Questo, in attesa che l'assistente sociale, che dobbiamo vedere mercoledì, ci dica che possiamo anche portarcela un po' in montagna, a Genova o comunque tenercela a dormire.
- S. respira profondamente e si convince, pian piano, che, sebbene stia succedendo di tutto nella sua vita, non c'è bisogno di correre. Che instaureremo delle buone, delle serene e ripetitive abitudini nelle quali potrà accoccolarsi come un gattino finchè non si sentirà sicura.
Non
è secondario nemmeno un altro aspetto: che, quando Mamma Castagna
avrà iniziato a farsi sentire su quando si dorme, cosa si mangia e
che medicine si prendono, finirà sicuramente il periodo di simbiosi
assoluta che si è instaurato tra noi due (l'altra sera, io: “Porto
il cane a fare pipì”, e lei: “Stai via molto?”) e ricomincerà
l'era dell'Uomo, come sempre quando la madre spacca le balle. E
questo è un bene perchè l'Uomo, si dica quel che si vuole, ma da
quando la superstar della cosa non è più lui, a sua volta è sempre
stanco, malaticcio e di cattivo umore.
Prima
mossa: stamattina al mercato compro un paio di ciabattine per quando
S. viene qui a casa.
Messaggio:
mettiti comoda. Rallenta, rilassati, riposati.
Seconda
mossa: telefono e mi faccio relazionare a proposito di 1) denti 2)
starnuti 3) pelle 4) spostamenti e programmi dei prossimi giorni.
Messaggio:
ti marco stretta, voglio che tu stia bene, bando alle ciance, ora me
ne occupo io.
Terza
mossa: mi sa che anche questo weekend non vado in montagna.
Messaggio:
io per te ci sono.
Ma
ci mando l'Uomo, così ne ho uno in meno che si lamenta.
Messaggio:
arrangiati, hai voluto una figlia, adesso non sei più tu il bambino
di casa.
Iscriviti a:
Post (Atom)