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venerdì 5 luglio 2013

Prendere il timone


Qua ci vuole la mamma.

Spiego.

S. ha, come tutti i ragazzi della comunità, una storia tremenda alle spalle.
E ha bisogno di raccontarmela. Ci gira intorno tutti i giorni, quando ci vediamo, fa continui accenni.
Ma di solito siamo in giro, stiamo andando dove c'è altra gente, o siamo già in mezzo ad altra gente.

S. cerca di catturare la nostra attenzione. L'altro giorno, quando è venuta per la prima volta a casa nostra, ha manifestato una reazione allergica, probabilmente al pelo dei gatti. L'Uomo si è agitato tantissimo. Bene, giovedì sera a casa ci siamo stati meno di mezz'ora, di passaggio, e lei cosa ha fatto? Ha ficcato la faccia nel pelo del gatto, appena entrata. Occhi gonfi, starnuti, lacrime, tosse.
S., a cena con noi, si lamenta tutta la sera del mal di denti e mangia pochissimo perchè sente dolore, però poi non chiama il dentista e nei giorni successivi non manifesta particolari problemi.

Come se non bastassero questi richiami plateali, Mamma Castagna s'è accorta anche di un'altra cosa. Tra le emozioni che prova per tutto quel che le succede, gli incontri con la psicologa, il lavoro coi bambini delle elementari al centro estivo, il caldo, il mangiare poco, il dormire tardi, S. è sfinita. Alla sera, quando la riporto alla Casa di Pony, a volte non riesce a fare una frase intera senza impappinarsi. E adesso, attenzione, S. si trasferisce, con A. e con tutti gli altri, nella località persa in cima alle campagne dove la cooperativa che gestisce la comunità ha un'altra casa famiglia. A 35 km da qui, di strada di campagna con pullman lentissimi, e proprio ora che lei deve forse cominciare un periodo di lavoro, come borsista, da una pettinatrice.

Quindi. Giovedì sera in pizzeria a un certo punto, tra i capricci per il mangiare che faceva lei, l'ora, e la lentezza assurda con cui ci hanno servito, dalle profondità della prof. Castagna, che spesso si sente e si comporta come una ragazzetta sciroccata, è emersa una serissima mamma, che ha sentenziato: “Non ne mangi più? - Devi prendere qualcosa per il dente – E' tardi – Ora ti riaccompagno” e si è autorevolmente alzata da tavola, con le chiavi della macchina in mano. Devo dire che lei non ha fatto una piega.

Poi ieri sera ho approfittato del fatto che fossimo soli, io e un Uomo pesantemente di cattivo umore, per fare ad alta voce il punto della situazione.

Se date retta a me, adesso:
  1. 1. S. va a casa a dormire a un'ora umana, quando non ci sono cose particolari da fare, tipo la sua festa di compleanno, etc.
  2. S. comincia a girare con un antistaminico in borsa, a fare una cura omeopatica contro la rinite, e niente niente ci facciamo scrivere anche la visita dal dermatologo per quelle macchioline chiare che ha sulla pelle, e i test delle allergie;
  3. S. si fa mettere ulteriormente a posto i denti;
  4. S., invece che strapazzarsi sempre in giro come quell'agitato di A., che invece in una stessa stanza troppi minuti di seguito non riusciva a starci, comincia a venire qui a chiacchierare e evita di toccare i gatti continuamente, e viene qui a riposarsi anche un po' sul letto o sul terrazzo se vuole, e a mangiare a pranzo e a cena in un orario normale. Così avremo anche tempo di parlare. Questo, in attesa che l'assistente sociale, che dobbiamo vedere mercoledì, ci dica che possiamo anche portarcela un po' in montagna, a Genova o comunque tenercela a dormire.
  5. S. respira profondamente e si convince, pian piano, che, sebbene stia succedendo di tutto nella sua vita, non c'è bisogno di correre. Che instaureremo delle buone, delle serene e ripetitive abitudini nelle quali potrà accoccolarsi come un gattino finchè non si sentirà sicura.

Non è secondario nemmeno un altro aspetto: che, quando Mamma Castagna avrà iniziato a farsi sentire su quando si dorme, cosa si mangia e che medicine si prendono, finirà sicuramente il periodo di simbiosi assoluta che si è instaurato tra noi due (l'altra sera, io: “Porto il cane a fare pipì”, e lei: “Stai via molto?”) e ricomincerà l'era dell'Uomo, come sempre quando la madre spacca le balle. E questo è un bene perchè l'Uomo, si dica quel che si vuole, ma da quando la superstar della cosa non è più lui, a sua volta è sempre stanco, malaticcio e di cattivo umore.

Prima mossa: stamattina al mercato compro un paio di ciabattine per quando S. viene qui a casa.
Messaggio: mettiti comoda. Rallenta, rilassati, riposati.

Seconda mossa: telefono e mi faccio relazionare a proposito di 1) denti 2) starnuti 3) pelle 4) spostamenti e programmi dei prossimi giorni.
Messaggio: ti marco stretta, voglio che tu stia bene, bando alle ciance, ora me ne occupo io.

Terza mossa: mi sa che anche questo weekend non vado in montagna.
Messaggio: io per te ci sono.

Ma ci mando l'Uomo, così ne ho uno in meno che si lamenta.
Messaggio: arrangiati, hai voluto una figlia, adesso non sei più tu il bambino di casa.

mercoledì 3 luglio 2013

Appunti e osservazioni durante il corso

Questi i miei appunti durante il corso informativo sull'adozione, febbraio 2011:

1) Torino è insopprimibilmente BRUTTA. Non me ne ricordo mai perchè l'anno in cui ci lavoravo vedevo solo il centro, che è elegante, e perchè lavorare al liceo mi ha lasciato ricordi entusiasmanti. Stavolta eravamo al confine tra Moncalieri e Nichelino e, Gesù, non solo è BRUTTA, ma CONTINUANO a costruire roba BRUTTA.

2) Non, ripeto NON, andate mai a sentir parlare per tre ore un pediatra a proposito di adozioni internazionali se vi fanno senso le malattie, le malattie infettive, le malformazioni, le parassitosi e in generale l'idea di tenere la mano a un bambino mentre gli fanno degli esami medici.

3) Non IMMAGINATE neanche di potervi avvicinare all'IDEA dell'adozione internazionale se quel che vi preoccupa di più è avere un figlio con un ritardo mentale.

3) A questo mondo c'è tanta, tanta, tanta bella gente. Che pensa ai bisogni degli altri e si sbatte per trovare soluzioni, Il pediatra neonatologo che ci parlava. oltre a essere un padre adottivo, è stato per anni giudice del tribunale dei minori e insieme ad altri ha organizzato un protocollo sanitario per dare a tutti i bambini che arrivano dall'estero "accoglienza sanitaria", cioè non solo controlli, diagnosi e cure, ma un modo di esaminarli e curarli che non terrorizzi nè loro appena arrivati, nè le loro famiglie adottive.

4) Il Piemonte è all'avanguardia come legislazione sull'adozione e sull'accoglienza sanitaria. Bene.

5) Il corso è per una ventina di coppie. I gruppi di lavoro sono di sei o sette coppie, e in gruppo con noi ci sono quattro persone con le quali probabilmente dovremo dividere il percorso intero, compresi gli incontri di supporto e sostegno nelle varie fasi: due ragazzi di un paesino vicino a Asti, gli unici più giovani di noi, e una coppia più vecchia, che ha perso entrambi i figli in un incidente. A luglio scorso. A proposito di gente veramente forte.

6) Ho perfettamente ragione a non voler parlare granchè delle nostre scelte con parenti e amici.
Ieri sono entrata in quell'aula con alcuni pensieri ben determinati e ne sono uscita con altri.
Parlare dei bambini veri, che realmente arrivano alle famiglie adottive, modifica quel che uno pensa a freddo. La risposta interiore a freddo si sbriciola contro la realtà.
Questa storia dell'handicap, per esempio. Alla fine ci hanno chiesto se qualcuno di noi voleva prendere una scheda sanitaria di un bambino straniero realmente andato in adozione e provare a immaginare che domande avrebbe fatto al pediatra al posto dei genitori adottivi.
A me e all'Uomo è toccato un piccolo peruviano di sei anni, parzialmente sordo, con leggero ritardo nella crescita e soffio al cuore.
Il soffio al cuore ce l'ho anche io, da sempre, e me ne frego.
Il ritardo nella crescita si recupera.
Il fatto della sordità si rimedia, dice l'Uomo.
Sì, dico io, ma se sono sei anni che sta in un orfanotrofio di Lima, quanto ci fai che non è stato seguito e quindi parla anche poco e male.
Ci vengono in mente le soluzioni.
Logopedista.
Apparecchio acustico.
Una visione di me al tavolo di cucina che al pomeriggio aiuto pazientemente il bambino a migliorare nell'espressione linguistica, mezzo in spagnolo e mezzo in italiano.

Cioè, vediamo le possibili soluzioni insieme al problema, quando il problema è reale.

Poi ci piacciono un po' meno altri problemi di diversa soluzione. Per esempio io inorridisco all'idea del ritardo mentale. Mi spiace, non riesco a sopportarlo. L'Uomo, invece, si schifa del labbro leporino (e io: Scemo! Hai scartato la scheda con la foto del cinesino con la palatoschisi! guarda che quella si opera! Hai presente Joachim Phoenix?), delle malformazioni anche lievi e soprattutto, soprattuttissimo, arriva vicino a vomitare all'idea dei parassiti intestinali e cutanei e delle malattie infettive.

Io (che ho ben chiari gli aspetti di un'adozione che per ME sarebbero mostruosamente pesanti): "No, scusa, ma sai che comodo dire che il bambino ha la scabbia, così per le prime tre settimane non ti si fiondano in casa tutti i parenti?!?"
Ride, e conferma: "Perfetto. Diremo che ha la scabbia anche se non ce l'ha. Dovrebbe funzionare."

7) Entrando, alle due e mezza, avevo il petto schiacciato da un macigno e non vedevo l'ora di andar via. Dopo due ore di questi discorsi con l'Uomo, sorridevo. Io da sola no, ma con lui posso.

Che casino

   Il primo febbraio 2011 scrivevo:
 
Colloquio terminato ore 16.

Un casino.

Intanto, non sapevo che ci avrebbero caldamente consigliato la doppia strategia adozione nazionale + internazionale.
Senza peraltro poterci consigliare un'associazione seria che si occupi di adozioni internazionali, perchè, testuali parole, "è un libero mercato". Orrore.

Poi non avevo chiare le tempistiche di quando finalmente ti danno un bambino nell'adozione nazionale: cioè, non il periodo di attesa dell'abbinamento minore / famiglia, ma il periodo di affidamento a rischio giuridico e quello di affidamento preadottivo. Traducendo, un totale complessivo di due anni e mezzo nei quali un parente fino al quarto grado del bambino può vincere un ricorso e RIPRENDERSELO. Cioè tu magari sei stato con un bambino dai suoi tre ai suoi cinque anni e TE LO LEVANO.
Se mi succedesse una cosa del genere sarebbe la volta che mi imbottisco di barbiturici e ci bevo dietro una confezione di WC Net disincrostante. Almeno, nell'affido lo sai prima, che il bambino non resterà per sempre.

Ma SOPRATTUTTO, non credevo che l'Uomo si sarebbe impallato con l'adozione internazionale.
Proprio no.

Così siamo tornati a casa e invece di leggerci le specifiche della richiesta di inclusione nelle liste nazionali ci siam messi a svarionare sul colore la lingua la provenienza e la distanza di tutti i bambini del pianeta, compresi quelli di Paesi nei quali io mi rifiuterei categoricamente di andare perchè lontanissimi, pericolosi o sospetti di svendere figli altrui, a cifre vergognose e magari falsificando gli esami del sangue.
Cioè, se anche uno avesse il coraggio, che non avremmo, sia ben chiaro, di dire prendo e accudisco un orfano sieropositivo, magari lo vorrebbe sapere prima, non scoprirlo in Italia a cose fatte.

A me tutto 'sto "libero mercato" dei bambini spaventa, e più si è lontani da qui e in preda ad amministrazioni sconosciute parlanti lingue impossibili, più mi pare pericoloso.

Poi, per carità, la bimba tibetana, i due fratellini polacchi, il bimbetto di Capo Verde che parla portoghese, la neonata congolese, il treenne peruviano, tutto quello che si vuole, sono pensieri magnifici. Anche portar via un bimbo dalla Russia di Putin, o due fratellini dal Kurdistan o dai territori palestinesi.
Pensandoci, anzi, la questione palestinese mi sta a cuore da anni e sarei ben contenta se potessi farci qualcosa nel mio piccolo.

Ma io sono molto ma molto ma molto più realista del re quando si tratta di viaggiare: sono troppe le cose che non me la sento di fare o di vedere. In India, per dire, ammesso che riuscissi mai ad arrivarci, avrei uno choc culturale irrimediabile: sono quei posti dove uno come me potrebbe vergognarsi di andar via con un singolo bambino e di portarselo al mare a Alassio o a sciare a Bardonecchia, quando è evidente che sarebbe meglio fermarsi lì, farsi mandare la propria rendita dalla banca italiana e aprire una scuola o un ambulatorio.

E l'Uomo, che invece sarebbe, a sentir lui, in giro per il mondo tutto l'anno, in realtà ha una visione fin troppo romantica del mondo, della propria reale capacità di adattamento a qualcosa che non sia un centro benessere a quattro stelle, di sua moglie che gira da un aeroporto all'altro (ahahahahah...) e non muore di inedia dopo un mese di digiuno di fronte alla cucina vietnamita o messicana, e anche del portare a casa un bambino di diversa origine etnica: per esempio, lui non valuta che potremmo giocarci il rischio che la Suocera Aggiunta chiamasse "quella deficiente" la colf filippina o spiattellasse tutto quel che pensa dei sudamericani e dei romeni. Cosa che normalmente fa.

Detto questo, i bambini adottabili in Italia spesso sono di etnia e ceppo razziale diverso dal nostro, e a noi va benone: se la Suocera Aggiunta o altre persone che conosco devono fare delle simpatiche generalizzazioni, si accomodino pure e troveranno pane per i loro denti.

Ma porca vacca mi pare troppo rischioso e complicato tutto l'iter internazionale, oltre al fatto che non mi ci vedo proprio a scarpinare per la Bolivia, e anche i miei amati altopiani tibetani preferisco di gran lunga vederli da qua in fotografia; senza contare che, dei due, il più a rischio di mal di montagna è senza dubbio l'Uomo, creatura per eccellenza legata per la sua sopravvivenza biologica agli 0 metri sul livello del mare.

Poi, seriamente: se devo prendere in considerazione un Paese straniero mi piacerebbe fosse un Paese dove ogni tanto posso tornare con il bambino, di cui possiamo imparare la storia, la lingua e qualche usanza, con cui possiamo mantenere un contatto, e non credo che lo Sri Lanka o la Georgia siano i più adatti in tal senso. Allora meglio l'Albania o la Romania, dove potremmo fare qualche viaggio: abbiamo tanti exalunni le cui famiglie ci aprirebbero casa se passassimo di là. Io so anche fare la baklavà, perchè ce lo ha insegnato a scuola un'alunna di due anni fa.

Mah.
Io...

Boh.

Nel complesso, sono preoccupata e nervosa.
Lato veramente positivo, il corso base di sensibilizzazione e informazione per l'adozione si svolge ogni due settimane in una città diversa del Piemonte, più o meno, e l'Uomo ha già telefonato per prenotarci per il 12 febbraio. Si vede che questa cosa lo prende sul serio.