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giovedì 4 luglio 2013

Dopo il tribunale


Sempre per chi passasse di qui attratto dal sottotitolo del blog e in cerca di conferme.

A noi è capitata una brutta giudice. Cattiva. Ignorante. E stressata. Che non capiva la relazione elaborata dai servizi sociali, e nemmeno le nostre risposte alle sue domande, e non cercava di capire quando ci spiegavamo. E a cui dava fastidio che noi fossimo allegri e complici. Può succedere, ma non ve lo auguro.

E questo è quel che ho scritto il 13 febbraio, tornata da quello che, ad oggi, è stato il nostro ultimo contatto con il TM di Torino.

Per vostra informazione, sono passati diciassette mesi, e no, questa reazione non era la comprensibile botta di frustrazione del primo giorno. La giudice era proprio brutta.




Cose che si possono fare in due anni solari






Finire il romanzo.

Scrivere tre sceneggiature di corti, lunghi e/o mediometraggi.

Ristrutturare la casa in montagna.

Dare gli esami del corso di buddhismo.

Visitare l'Umbria e andare a passare due settimane a Roma, da tutti gli amici del festival. Più un altro viaggetto o soggiorno in lussurioso centro benessere.

Fare il corso da amministratore di condominio.

Leggere di nuovo tutto George R. R. Martin, ma in inglese.

Organizzare due festival del cinema e diversi altri eventi culturali.

Portare in terza i rospetti di prima A completando per la prima volta il precorso triennale di latino (e magari anche il corso preparatorio di greco, l'ultimo anno).

Un figlio naturale, a darci sotto seriamente anche uno e mezzo. O due gemelli. Castano-biondi e con gli occhi verdi, lui pacioso e coccolone, lei indipendente e tremenda.
In culo la legge.
In culo la giudice.
In culo la camera di consiglio.
In culo il tribunale dei minori, le sue stanze soffocanti, i suoi libri per ragazzi del 1989, il suo metal detector.

In culo tutto ciò che mi dà fastidio.

Se due anni devono essere, bene, saranno due anni favolosi, da fidanzati, da innamorati, da ragazzi, senza un pensiero. Due anni di libertà totale. Voglio passarli a fare le gare di trombata in dolby surround con la neocoppia del piano di sotto. Voglio passarli viziando mio marito all'inverosimile. Voglio passarli andando a ballare. Voglio passarli mandando a fare in culo tutto quello che mi pesa, che detesto, che gli altri pretendono da me ingiustamente. Voglio godermeli.

Andate al diavolo, protocolli di merda
.




Dopo altri dieci giorni in cui masticavo amaro e digrignavo i denti, ho prodotto anche questo:

Bruttissimo carattere

"Qui dice che ha un rapporto conflittuale con sua madre."
"Sì, beh, conflittuale lo è stato, ora non abitiamo più insieme da undici anni, chiaro che va meglio... non eravamo tanto fatte per vivere sotto lo stesso tetto."

"Qui dice che ci tiene ai legami di sangue."
"Sì, nel senso che capisco l'esigenza di garantire a un figlio la continuità con i suoi familiari, quindi capisco il rischio giuridico."

"Qui dice che non avete niente che certifichi che non potete avere figli."
"No, infatti."

"Qui dice che lei ha un problema alla tiroide e non si cura."
"Non è che non mi curo. E' che ho fatto dell'altro finora, e comunque a parte alcuni periodi di particolare stress non mi dà nessun fastidio avere una tiroidite autoimmune, sto molto peggio se mi viene la colite."

"Qui dice che lei ha interesse per il buddhismo."
"..."

Sì, brutta puttana. Sono buddhista e ho una tiroidite e non vado spesso d'accordo con mia madre e credo che se un bambino può restare con sua nonna sia una buona cosa, e sì, oh guarda, che schifo, vecchia vacca che non sorridi mai, le mie ovaie potenzialmente funzionano. Ciò ti infastidisce?

Mio piccolo e sconosciuto Abbinamento, la giudice era simpatica come la strega di Biancaneve, un attacco di emorroidi e un inquisitore che si è svegliato male. Tutti insieme.
Ha detto alla tua Mamma Castagna sostanzialmente che lei come madre adottiva è inadeguata.
Ha parlato di due anni d'attesa.
Ha scritto sotto il nostro naso una relazione piena di errori di sintassi da far rabbrividire, che rendeva quasi incomprensibile quel che avevamo detto. E ce l'ha anche fatta firmare.

Ma tu sei fortunato, caro il mio misterioso Abbinamento, perchè la tua Mamma Castagna ha un carattere di merda e quindi quando è tornata a casa aveva preso due decisioni. Presentare la domanda anche al tribunale di Genova, dove pare siano un po' meno idioti. E fottersene della giudice: iscriversi al corso di ceramica e al master invernale e alle conversazioni in inglese della British, e mandare tutto e tutti a fare in culo. E godersi Papà Uomo in santa pace ancora per diversi mesi, magari dandoci sotto a farti un fratellino.

Un giorno, piccolo Abbinamento, ne parleremo e ringrazierai la mamma dal caratteraccio insopportabile, che quando si sente criticare perde completamente quella scarsissima umiltà che ha di solito, e invece di flagellarsi contrattacca, incazzandosi come una leonessa. E sbagliando, sicuramente, un sacco di cose, ma, di solito, centrando l'obiettivo finale. Che, in questo caso, tesoro, sei tu.

Il foglio!!!

23 dicembre 2011:

Oh no

...non va per niente bene.

E' arrivato il foglio da crocettare.

E ora ho paura.
Ho veramente paura.

Problemi

Nel corso degli incontri con le psicologhe, stavo veramente male, e per tanti motivi:

Non ho niente contro chi impara, e onestamente lo so che io e l'Uomo siamo un caso interessante per gli psicologi, non fosse altro perchè parliamo volentieri. Quindi, quando la psicologa, che per inciso non è una zombie strappabudella ma una fretuela (cioè una magrolina scattante e tremebonda, come lo diremmo a Zena) molto poco spaventosa, e con la voce dolce, ha chiesto se al primo colloquio di coppia poteva assistere una giovanissima tirocinante bionda dall'aria timida, abbiamo detto sì.

Però me la sono ritrovata anche al secondo colloquio e avrei fatto a meno, visto che era quello individuale e mi è toccato tirar fuori tutte le magagne, e i casini ossessivo-compulsivi sul cibo, e il rapporto con mia madre, e patapim e patapum.

Poi quando la psicologa "grande" ha dovuto rispondere a una chiamata sul cellulare e la "piccola" ha continuato il colloquio da sola per mezz'ora, onestamente me la sono segnata, e se mai non mi trovano adeguata come madre faccio ricorso, no, sul serio.

Perchè la ragazza, a precisa domanda, ha risposto di avere venticinque anni, e io, che ne ho undici di più, al pomeriggio, dopo questo colloquio, sono andata a Genova a vedere mio padre sostenere cose assurde con la commercialista, e girare con DIECIMILA euro in tasca, e dire che in banca gli avevano fatto un sacco di storie per darglieli (e te credo: ultimamente spesso dice "mille lire" per dire "mille euro" e si confonde coi conti), e dopo sono tornata a casa e ho pianto un'ora parlando con l'Uomo di come siamo messi adesso come coppia (male. Così male che è un casino pensare che abbiamo delle scadenze con il tribunale dei minori proprio ora) e di cosa pensiamo di fare, e di cosa c'è che vale sempre la pena, e di perchè stiamo facendo tutto questo se siamo in crisi nera, e di come mai lui con me sembra così insofferente e infelice e io mi sveglio di notte col mal di stomaco, eppure, quando ci chiedono di parlare di noi come coppia, ci sentiamo ancora così fortunati di esserci conosciuti. O anche, viceversa, di perchè se siamo così una bella coppia io mi sento così sola, e lui è così nervoso, e via con discorsi così, che poi sono le 23.00 e ti scaldi una minestra e te la mangi seduta nel letto della camera degli ospiti cercando di scaldarti il corpo e l'anima, e dormi sola, e al mattino scendi e riprendi a girare la tua brava ruota del mulino sentendoti un po' più vecchia, e un po' più stanca, e un po' più triste del giorno prima.

E, ecco, con tutto il rispetto che si deve sempre a chi impara, NON CREDO PROPRIO che una ragazza di venticinque anni sappia e possa giudicare che vita faccio io, neanche se provo a spiegargliela.

Oggi sono incazzata col mondo. E sono solo le sette di mattina.

Impazienza

11 dicembre 2011

Mi pareva strano essere così paziente.

Che poi una può fare il mulo, il mulo ostinato e resistente, che sopporta tutto anche la stanza senza finestre dove tocca aspettare la psicologa, che sopporta anche la presenza di una cazzo di tirocinante al colloquio più importante della sua vita, che regge che le chiedano se "ha esperienza di colloqui psicologici" (un anno di psicanalisi e quasi tre di psicoterapia bastano?) come PRIMA domanda del colloquio e, quindi, di svelare le magagne fin dalla prima risposta.

Che poi una può andare a un colloquio sull'adozione anche dopo una delle peggiori crisi coniugali mai vissute e anche essere fiduciosa.

Che poi una può fare tutto e il doppio di tutto anche senza alimentarsi decentemente, curarsi la tiroide e dormire.

Ma se la psicologa ti dice che l'assistente sociale ha detto che le siamo piaciuti tantissimo, allora mi viene voglia di saltare tutti i passaggi del cazzo che devo ancora fare e che questo bambino, santo cielo, me lo diano e basta.

Proiezioni rassicuranti

21 novembre 2011, vigilia del primo colloquio con la psicologa del team

Le mie proiezioni per domani

La psicologa




Io e l'Uomo di fronte alla psicologa



File numero XXX

3 novembre 2011

Eccoci qui, siamo il file numero XXX,

coppia di prof di lettere genovesi residenti in Piemonte,

piuttosto giovani,


...e,

beh,

abbiamo due braccia due gambe una testa (ciascuno),

un po' di genitori (sei, e ci consideriamo fortunati)

un po' di sorella e cognata (mezza, cosa di cui ci scordiamo spesso e volentieri)

un po' di cugino (gaio, e ci piace così)

due posti di ruolo da dipendente statale,

una buona disponibilità economica,

due gatti,

un cane,

la Carogna, ma mica sempre,

diverse fobie,

qualche idiosincrasia,

Castagna 2 (quella cinica e cattiva),

molti interessi,

un sacco di libri,

un'incrollabile tendenza politica a sinistra,

diverse centinaia di ex alunni,

un gran bel disordine in casa,

una tata romena (spero),

due macchine e una bici (in cantina).



(Che bambino abbinereste a due così?

No no no, non devo pensare a questo, devo pensare a noi due, a come gestirci adesso, in questi mesi che saranno sicuramente pazzeschi.)

Passo le giornate a pensare quali sono i nostri punti deboli e quali sono i punti di forza. Cerco di prevedere le difficoltà. Immagino la stanchezza (e ne ho il terrore, dopo aver vissuto a latere delle mie amiche alcuni periodi). Rifletto sulle responsabilità.

Dopo un po', m'incazzo con l'Uomo se non mi pare stia facendo altrettanto.

Insomma, credo di essere incinta, dal punto di vista di come mi è cambiata la testa, anzi, peggio, sono molto più cerebrale che se fossi incinta, perchè non ho le trasformazioni del mio corpo fisico a distrarmi da quel che penso.

Mi si è già riempita la vita di significato, e l'Abbinamento è ancora una cosa lontanissima.

Strazio

Era il settembre 2011:
Hanno sbagliato. Certo, hanno sbagliato a non rassegnarsi. Hanno sbagliato, forse hanno perso tempo. Forse hanno tentato troppe strade.

Però lui, parlando di sua figlia, piangeva come un vitello. E lei, comunque stiano i torti e le ragioni, si sforzava, lo vedevi, di dare un'impressione di equilibrio e di compostezza, sapendo bene che gli assistenti sociali e i giudici guardano molto a ogni segno di debolezza o di agitazione.

La coppia di Mirabello Monferrato è anziana, troppo anziana per avere in casa una bimba di un anno con tutte le sue esigenze.

Sicuramente i servizi sociali hanno studiato a lungo il caso. Certo, hanno pensato a togliere la bimba alla famiglia prima possibile, per minimizzare il suo trauma. Noi insegnanti sappiamo che è praticamente IMPOSSIBILE togliere un figlio già grande alla sua famiglia, se i genitori sono vivi e a piede libero. Altrimenti sai che lista di ragazzini maltrattati, torturati psicologicamente, picchiati, abusati, potremmo fornire ai tribunali.

Però.

Però io penso che prima di farsi fecondare in Spagna quella signora ha tentato, stando ai giornali, DIECI fecondazioni assistite. E fatto col marito DUE volte l'iter per l'adozione. Certo, se non hai fortuna con la fecondazione e ti respingono non una ma due volte per l'adozione, devi considerare seriamente l'idea che i figli, pur essendo una cosa meravigliosa, forse a te non toccheranno, e potrai, dovrai, sopravvivere lo stesso.
Ma dall'esperienza di una lontana amica che ha fatto la fecondazione (con successo al secondo tentativo, e poi si è categoricamente rifiutata di sottoporsi al terzo) e dalla visione ancora parziale della giostra dei servizi sociali su cui stiamo per cominciare a girare, posso affermare che la vita di questa donna e di suo marito sono state un continuo entrare e uscire da ospedali, sottoporsi a esami, assumere ormoni, sdraiarsi su lettini e essere palpati a destra e a manca, riprendersi da aborti, denudare il proprio animo e le proprie motivazioni davanti a psicologi, essere messi in discussione, criticati, giudicati, sezionati, discussi.

Per carità, la monomania esiste. Queste due persone hanno speso vent'anni della loro vita nel tentativo di avere una famiglia, e in fondo potevano amarsi, fare dei viaggi, prendere cinque gatti e tre cani, e consolarsi tra loro della ferita terribile di non aver dato il loro nome e i loro lineamenti a un figlio.

Però.

Penso ai vicini di casa che hanno denunciato dopo un solo mese che la bambina non veniva adeguatamente curata. Magari le hanno salvato la vita, sì. Ma che ne sai tu di come viene preso in un paesino il fatto che l'ex sindaco e sua moglie vadano in Spagna a farsi fecondare quando lei ha quasi sessant'anni.

Penso a quell'omone con il viso affondato tra le mani che singhiozzava. A lei, coi suoi occhialini da bibliotecaria, alla sua vita in mezzo ai libri, nel silenzio, tra una cura ormonale e l'altra, tra un colloquio con gli psicologi e l'altro.

Penso alla Fata Bionda che mi dice testualmente: "Stai attenta, perchè gli psicologi del servizio adozioni saranno molto duri con voi, vi faranno piangere, vi sentirete accusati, attaccati, colpevolizzati, messi in discussione per quello che siete. A me hanno chiesto di entrare a far parte della commissione, ma ho rifiutato, perchè non voglio trattare così le persone, anche se loro lo fanno per testare la vostra idoneità."

Penso a quando all'asilo la bidella mi chiamava: "E' arrivato il nonno a prenderti", e io con tono scocciato le rispondevo: "Non è il nonno, è papà." E ai trentacinque anni miracolosi che ho finora condiviso con quell'uomo serio, equilibrato, elegante, oggi così provato dalla vecchiaia, così testardo e così fragile; penso alla sua delicatezza quando mi avvolgeva nell'accappatoio dopo il bagno e frizionava tutto lo scriccioletto di bambina che ero, facendomi ridere, penso a quella volta che mi si è quasi congelato un piede sciando e me l'ha massaggiato per un'ora tenendolo dentro al suo berretto di lana, penso a tutte le lezioni di storia che gli ho ripetuto, a tutte le litigate che abbiamo fatto, a tutti gli spicchi d'arancia che abbiamo mangiato insieme in cucina la sera tardi. A tutte le volte che non ne potevo più di mia madre, degli uomini o della vita e lui mi ha ascoltato.

Mi chiedo se la bimba va a stare meglio, con genitori giovani e dinamici, o se le stanno togliendo vent'anni e passa di vita con una mamma con gli occhiali, che le leggerebbe o farebbe trovare sul comodino dei libri bellissimi, e un papà con le manone grandi che le costruirebbe la casa della bambole in garage e la abbraccerebbe tutte le volte che si sente giù.

Io mi fido dei servizi sociali piemontesi, mi pare che le persone che abbiamo incontrato finora siano dei veri professionisti, attenti, scrupolosi.

Sono convinta che sappiano quello che fanno.

Alla Fata Bionda ho risposto con una certa serenità che sì, ho paura dei colloqui con le psicologhe, che so che potrebbero non giudicarmi adeguata. Che le motivazioni che abbiamo da offrire io e l'Uomo sono nebulose anche per noi. Che però capisco che è il loro lavoro, fare domande carogna, fare l'avvocato del diavolo, vedere in che punto la facciata crolla, vedere se le fondamenta sono solide.

Che se tra dieci anni saremo ancora senza figli non faremo stronzate tipo costringere il mio utero a produrne comunque uno o pagare un trafficante di bambini dell'Asia di Sudest.

Però nessuno mi leva dalla mente il pianto di quel papà.

Ufficialmente sulla pista dell'adozione nazionale

Ce la siamo presa abbastanza bassa, e solo a settembre del 2011 sono partiti i documenti:

E ora si comincia.

Il tribunale ha la nostra domanda completa di allegati.

Ora, pronti a sviscerare salute, situazione economica, motivazioni, problemi psicologici, etc. con chi di dovere.

Per certi aspetti sono beata, serafica, naturale e quasi sicuramente incosciente.

Per altri, se mi metto seriamente a pensarci, mi vien da dire che forse era più semplice passare alle selezioni per Miss Italia.

L'Uomo è nervoso.

Io non lo so.

mercoledì 3 luglio 2013

L'incubo delle crocette

...se per caso qualcuno tra quanti leggono fosse in procinto di intraprendere il percorso dell'adozione, sia chiaro: io qui esprimo solo le mie idee (che, come si vede da questo e da altri post, non sempre coincidono con quelle del marito medesimo con cui mi sono messa su questa via, figuriamoci se posso spacciarle come verità universali) e non voglio scoraggiare nessuno. Come si vedrà dal seguito, nella vita c'è tempo per cambiare idea molte e molte volte, sulle cose serie, mentre sul proprio gusto di gelato preferito, sulla birra bionda o rossa, sulla marca di preservativi e di sigarette si può essere adamantini e irremovibili per diverse reincarnazioni. Però sappiate che le crocette sul modulo vi perseguiteranno per settimane, da svegli e da addormentati. Soprattutto da addormentati.

Qui siamo al 27 febbraio 2011.

Adozione, giustamente ci diceva oggi l’assistente sociale, da un punto di vista strettamente etimologico vuol dire scelta. Scelta vuol dire che una coppia sceglie di dichiararsi famiglia per un figlio e che, più tardi, di solito nell’adolescenza, il figlio sceglie se si sente realmente parte di questa famiglia o no.

Le crocette sul modulo saranno il nostro pensiero più importante nei prossimi mesi, ora che il corso è finito. I punti da crocettare sono i seguenti: fascia d’età del bambino, adozione di un bambino solo o di più fratelli, disponibilità ad accettare il rischio sanitario.

E già su questi punti, c’è da discutere per minimo sei mesi.

Ma a casa Castagna il casino è ancora a monte di tutto questo. Perché la domanda è di adozione nazionale e/o internazionale.

E, diciamolo chiaro, tanto questo è il mio blog, io dell’adozione internazionale più ne sento parlare meno mi fido. L’ultima è di oggi: la coppia che ci ha portato la sua testimonianza, peraltro con grande calore e entusiasmo, è andata in Perù a prendere un bambino che sulla carta era sano, “con una prevalenza dell’uso del braccio sinistro rispetto al destro”. Arrivati in Perù, il piccino si è mostrato subito francamente emiplegico sul lato destro. Portandolo in Italia, con esami approfonditi è emerso il problema di una scarsa mobilità anche di un piedino, sempre sul lato destro, ed è saltato fuori il motivo: una bella cisti cerebrale, del tutto inoperabile. Poi è emersa una difficoltà respiratoria, ed è venuto fuori che era necessaria un’operazione al cuore per chiudere un foro tra i due atri. Nel frattempo, a lei è scappato detto che il bambino va dal logopedista, il che fa pensare a un altro ordine di problemi di cui non ci hanno nemmeno parlato.
Ecco, io penso che in Italia non sia possibile prendere un bambino con una cartella clinica palesemente incompleta, quando non volutamente falsata. Certo, alcune cose come il buco nel cuore si possono scoprire solo ad un certo punto dello sviluppo, e questo vale tanto per un figlio naturale quanto per uno adottato. Ma cazzo, prevalenza di uso di un arto e emiplegia sono due cose diverse. Io non sono scema e so che intorno a una cisti cerebrale può venire, per mille motivi, un’infiammazione, che probabilmente darebbe gli stessi sintomi di un tumore al cervello. E se è già stato detto che questa cisti non si può operare, vorrebbe dire cose graziose come terapia antiepilettica, valvola di drenaggio nel cranio, eventuali altri danni temporanei o permanenti, magari di tipo cognitivo, alterazioni della personalità o della capacità di parlare, scrivere, etc.

E che cazzo, non puoi scrivere sulla scheda che un bambino così è sano. O forse puoi farlo, ma proprio solo in un Paese dove ad un bambino che è evidentemente emiplegico non viene fatta nemmeno
una TAC.

Oggi credo di aver vinto la battaglia (ma, temo, non la guerra) facendo presente all’Uomo due punti:
1) LUI non ce la farebbe a reggere l’ansia di una patologia grave, di un ricovero con intervento, di una serie di esami medici. E quindi io dovrei reggere per due.
2) IO ho abitato tutta la vita in mezzo ai medici e so benissimo che io NON sono tagliata per un certo tipo di cose. Per carità, quando c’è un’emergenza si fa fronte come si può, ma qualcuno di voi sa come posso sconvolgermi al pensiero che una persona della quale io mi occupo personalmente, come mio marito, entri in un pronto soccorso o in un reparto ospedaliero anche solo per una stronzata (si veda l‘onfalite dell‘Uomo l‘anno scorso).

Mi sono messa mentalmente nella situazione della coppia di stamattina e ho capito che io sarei stata sommersa dall’ansia, ma avrei dovuto far fronte alla paura del bambino, alla mia e a quella di mio marito, praticamente da sola. E credo altresì che, appena avessi avuto un momento libero, sarei andata fino in Perù a prendere a calci chi aveva compilato la scheda e chi si era occupato del bambino fino al nostro arrivo.

MA STIAMO SCHERZANDO?

Certo, la presentazione dei bambini a rischio di mezzo mondo che stamattina ci hanno propinato, con tanto di filmati dalle tematiche rasserenanti (bambini di tre anni che fabbricano munizioni, ragazzini di dieci con i kalashnikov in mano, piccoli vietnamiti in un orfanotrofio spoglio, ballerini di strada e mendicanti rom cinquenni, brasiliani scalzi e soli addormentati per terra, e chi più ne ha più ne metta) potrebbe indurmi a sentirmi una merda. Beh, io ho appena sentito la vera storia della famiglia di Giovane Lupo da una collega con cui non ne avevo mai parlato, e sapete cosa vi dico? Sono più che mai del parere che in Italia siamo pieni di bambini che andrebbero tolti alle famiglie naturali e dati a qualcuno in grado di amarli e proteggerli, senza stare a scomodare i kalashnikov, l’HIV, i meninos de rua e compagnia bella.
Cazzo, lavorate un anno con una baby prostituta ex tossicodipendente di quindici anni, o con la figlia di un alcolista manesco, o con un bambino che ha visto il padre ammazzare la madre: poi mi dite se, per fare una cosa buona, c’è bisogno di prendere l’aereo e andare a farsi coglionare da gente che si fa dare delle mazzette mica da ridere, ti ricatta a suon di documenti che non vanno bene e di permessi che devono essere oliati se no non arrivano, e per premio poi ti falsa le cartelle cliniche. Lo so, che non è colpa dei bambini. Ma mi pare di andare a alimentare un sistema di merda, oltre che di ficcare me e la mia famiglia in una situazione potenzialmente gravissima senza le dovute informazioni.

Direi che i dubbi che avevo con oggi hanno trovato sufficiente conferma.
Ora vediamo, quando si tratta di presentare la domanda, se bisogna discuterne ancora con l’Uomo e come.

E poi avremo tempo per pensare alle altre crocette.

Sulle quali, statene certi, le occasioni di nottata insonne non mancheranno. Anche perchè lo stesso Uomo che, due settimane fa, tirava a escludere categoricamente i bambini sopra i tre anni, stasera, alla domanda sul limite massimo d'età "crocettabile" ha dichiarato il numero quattordici. E lì io, solita pragmatica più realista del re, a fargli notare che un ragazzino di quattordici anni nel giro di sei mesi ti va alle superiori, gira da solo con le chiavi di casa etc. Che forse, ma solo forse, eh? è meglio fermarsi nei dintorni dei dodici, quando un ragazzino ti lascia ancora un paio d'anni per arrivare a certi traguardi (meditavo cupamente sulle mie ultime conversazioni in fatto di sessualità preadolescenziale con una mia alunna di terza, mentre gli dicevo ciò, ma anche sugli spacciatori di hashish appostati fuori dalle scuole, sul patentino per il ciclomotore, e cose del genere). Cioè, ma possibile che a parità di età e esperienza lui non si figuri che grana gigantesca è diventare da un giorno all'altro la famiglia di un bambino altrui? Lo devo anche prendere in un'età in cui, se non faccio in tempo a instaurare un po' di rapporto confidenziale e a dare due linee educative anche minime quello mi si droga o mi ingravida la fidanzatina? E chi siamo, i Fantastici Quattro, o solo due sfigati trentacinquenni senza figli?

Mah.
Stasera sono un po' ipercritica, mi rendo conto.
Ma mettetevi nei miei panni. Prima mi porta a vedere la casa della mia vita, poi ritiene che non sia il caso di comprarla. Prima mi dice che l'adozione è una roba complicata e che non se la sente di crocettare il sì per il rischio sanitario, e poi mi riempie la casa di adolescenti provenienti da varie parti del mondo con schede immaginarie che non corrispondono alle loro condizioni reali.

Sono alla seconda tazza di tisana allo zenzero e non c'è verso che io digerisca la cena di stasera, ahimè.

Appunti e osservazioni durante il corso

Questi i miei appunti durante il corso informativo sull'adozione, febbraio 2011:

1) Torino è insopprimibilmente BRUTTA. Non me ne ricordo mai perchè l'anno in cui ci lavoravo vedevo solo il centro, che è elegante, e perchè lavorare al liceo mi ha lasciato ricordi entusiasmanti. Stavolta eravamo al confine tra Moncalieri e Nichelino e, Gesù, non solo è BRUTTA, ma CONTINUANO a costruire roba BRUTTA.

2) Non, ripeto NON, andate mai a sentir parlare per tre ore un pediatra a proposito di adozioni internazionali se vi fanno senso le malattie, le malattie infettive, le malformazioni, le parassitosi e in generale l'idea di tenere la mano a un bambino mentre gli fanno degli esami medici.

3) Non IMMAGINATE neanche di potervi avvicinare all'IDEA dell'adozione internazionale se quel che vi preoccupa di più è avere un figlio con un ritardo mentale.

3) A questo mondo c'è tanta, tanta, tanta bella gente. Che pensa ai bisogni degli altri e si sbatte per trovare soluzioni, Il pediatra neonatologo che ci parlava. oltre a essere un padre adottivo, è stato per anni giudice del tribunale dei minori e insieme ad altri ha organizzato un protocollo sanitario per dare a tutti i bambini che arrivano dall'estero "accoglienza sanitaria", cioè non solo controlli, diagnosi e cure, ma un modo di esaminarli e curarli che non terrorizzi nè loro appena arrivati, nè le loro famiglie adottive.

4) Il Piemonte è all'avanguardia come legislazione sull'adozione e sull'accoglienza sanitaria. Bene.

5) Il corso è per una ventina di coppie. I gruppi di lavoro sono di sei o sette coppie, e in gruppo con noi ci sono quattro persone con le quali probabilmente dovremo dividere il percorso intero, compresi gli incontri di supporto e sostegno nelle varie fasi: due ragazzi di un paesino vicino a Asti, gli unici più giovani di noi, e una coppia più vecchia, che ha perso entrambi i figli in un incidente. A luglio scorso. A proposito di gente veramente forte.

6) Ho perfettamente ragione a non voler parlare granchè delle nostre scelte con parenti e amici.
Ieri sono entrata in quell'aula con alcuni pensieri ben determinati e ne sono uscita con altri.
Parlare dei bambini veri, che realmente arrivano alle famiglie adottive, modifica quel che uno pensa a freddo. La risposta interiore a freddo si sbriciola contro la realtà.
Questa storia dell'handicap, per esempio. Alla fine ci hanno chiesto se qualcuno di noi voleva prendere una scheda sanitaria di un bambino straniero realmente andato in adozione e provare a immaginare che domande avrebbe fatto al pediatra al posto dei genitori adottivi.
A me e all'Uomo è toccato un piccolo peruviano di sei anni, parzialmente sordo, con leggero ritardo nella crescita e soffio al cuore.
Il soffio al cuore ce l'ho anche io, da sempre, e me ne frego.
Il ritardo nella crescita si recupera.
Il fatto della sordità si rimedia, dice l'Uomo.
Sì, dico io, ma se sono sei anni che sta in un orfanotrofio di Lima, quanto ci fai che non è stato seguito e quindi parla anche poco e male.
Ci vengono in mente le soluzioni.
Logopedista.
Apparecchio acustico.
Una visione di me al tavolo di cucina che al pomeriggio aiuto pazientemente il bambino a migliorare nell'espressione linguistica, mezzo in spagnolo e mezzo in italiano.

Cioè, vediamo le possibili soluzioni insieme al problema, quando il problema è reale.

Poi ci piacciono un po' meno altri problemi di diversa soluzione. Per esempio io inorridisco all'idea del ritardo mentale. Mi spiace, non riesco a sopportarlo. L'Uomo, invece, si schifa del labbro leporino (e io: Scemo! Hai scartato la scheda con la foto del cinesino con la palatoschisi! guarda che quella si opera! Hai presente Joachim Phoenix?), delle malformazioni anche lievi e soprattutto, soprattuttissimo, arriva vicino a vomitare all'idea dei parassiti intestinali e cutanei e delle malattie infettive.

Io (che ho ben chiari gli aspetti di un'adozione che per ME sarebbero mostruosamente pesanti): "No, scusa, ma sai che comodo dire che il bambino ha la scabbia, così per le prime tre settimane non ti si fiondano in casa tutti i parenti?!?"
Ride, e conferma: "Perfetto. Diremo che ha la scabbia anche se non ce l'ha. Dovrebbe funzionare."

7) Entrando, alle due e mezza, avevo il petto schiacciato da un macigno e non vedevo l'ora di andar via. Dopo due ore di questi discorsi con l'Uomo, sorridevo. Io da sola no, ma con lui posso.

E sempre il primo febbraio 2011

...tutta emozionata, scrivevo:
 
Sapete cosa mi ha detto oggi l'Uomo, a conclusione di mille discorsi svisceranti su adozione nazionale/internazionale, di bambino piccolo/grande, di nonni consenzienti/recalcitranti, di congedi di maternità/paternità, etc etc?

Mi
ha
detto:
"Aspettiamo un bambino!"
 

Che casino

   Il primo febbraio 2011 scrivevo:
 
Colloquio terminato ore 16.

Un casino.

Intanto, non sapevo che ci avrebbero caldamente consigliato la doppia strategia adozione nazionale + internazionale.
Senza peraltro poterci consigliare un'associazione seria che si occupi di adozioni internazionali, perchè, testuali parole, "è un libero mercato". Orrore.

Poi non avevo chiare le tempistiche di quando finalmente ti danno un bambino nell'adozione nazionale: cioè, non il periodo di attesa dell'abbinamento minore / famiglia, ma il periodo di affidamento a rischio giuridico e quello di affidamento preadottivo. Traducendo, un totale complessivo di due anni e mezzo nei quali un parente fino al quarto grado del bambino può vincere un ricorso e RIPRENDERSELO. Cioè tu magari sei stato con un bambino dai suoi tre ai suoi cinque anni e TE LO LEVANO.
Se mi succedesse una cosa del genere sarebbe la volta che mi imbottisco di barbiturici e ci bevo dietro una confezione di WC Net disincrostante. Almeno, nell'affido lo sai prima, che il bambino non resterà per sempre.

Ma SOPRATTUTTO, non credevo che l'Uomo si sarebbe impallato con l'adozione internazionale.
Proprio no.

Così siamo tornati a casa e invece di leggerci le specifiche della richiesta di inclusione nelle liste nazionali ci siam messi a svarionare sul colore la lingua la provenienza e la distanza di tutti i bambini del pianeta, compresi quelli di Paesi nei quali io mi rifiuterei categoricamente di andare perchè lontanissimi, pericolosi o sospetti di svendere figli altrui, a cifre vergognose e magari falsificando gli esami del sangue.
Cioè, se anche uno avesse il coraggio, che non avremmo, sia ben chiaro, di dire prendo e accudisco un orfano sieropositivo, magari lo vorrebbe sapere prima, non scoprirlo in Italia a cose fatte.

A me tutto 'sto "libero mercato" dei bambini spaventa, e più si è lontani da qui e in preda ad amministrazioni sconosciute parlanti lingue impossibili, più mi pare pericoloso.

Poi, per carità, la bimba tibetana, i due fratellini polacchi, il bimbetto di Capo Verde che parla portoghese, la neonata congolese, il treenne peruviano, tutto quello che si vuole, sono pensieri magnifici. Anche portar via un bimbo dalla Russia di Putin, o due fratellini dal Kurdistan o dai territori palestinesi.
Pensandoci, anzi, la questione palestinese mi sta a cuore da anni e sarei ben contenta se potessi farci qualcosa nel mio piccolo.

Ma io sono molto ma molto ma molto più realista del re quando si tratta di viaggiare: sono troppe le cose che non me la sento di fare o di vedere. In India, per dire, ammesso che riuscissi mai ad arrivarci, avrei uno choc culturale irrimediabile: sono quei posti dove uno come me potrebbe vergognarsi di andar via con un singolo bambino e di portarselo al mare a Alassio o a sciare a Bardonecchia, quando è evidente che sarebbe meglio fermarsi lì, farsi mandare la propria rendita dalla banca italiana e aprire una scuola o un ambulatorio.

E l'Uomo, che invece sarebbe, a sentir lui, in giro per il mondo tutto l'anno, in realtà ha una visione fin troppo romantica del mondo, della propria reale capacità di adattamento a qualcosa che non sia un centro benessere a quattro stelle, di sua moglie che gira da un aeroporto all'altro (ahahahahah...) e non muore di inedia dopo un mese di digiuno di fronte alla cucina vietnamita o messicana, e anche del portare a casa un bambino di diversa origine etnica: per esempio, lui non valuta che potremmo giocarci il rischio che la Suocera Aggiunta chiamasse "quella deficiente" la colf filippina o spiattellasse tutto quel che pensa dei sudamericani e dei romeni. Cosa che normalmente fa.

Detto questo, i bambini adottabili in Italia spesso sono di etnia e ceppo razziale diverso dal nostro, e a noi va benone: se la Suocera Aggiunta o altre persone che conosco devono fare delle simpatiche generalizzazioni, si accomodino pure e troveranno pane per i loro denti.

Ma porca vacca mi pare troppo rischioso e complicato tutto l'iter internazionale, oltre al fatto che non mi ci vedo proprio a scarpinare per la Bolivia, e anche i miei amati altopiani tibetani preferisco di gran lunga vederli da qua in fotografia; senza contare che, dei due, il più a rischio di mal di montagna è senza dubbio l'Uomo, creatura per eccellenza legata per la sua sopravvivenza biologica agli 0 metri sul livello del mare.

Poi, seriamente: se devo prendere in considerazione un Paese straniero mi piacerebbe fosse un Paese dove ogni tanto posso tornare con il bambino, di cui possiamo imparare la storia, la lingua e qualche usanza, con cui possiamo mantenere un contatto, e non credo che lo Sri Lanka o la Georgia siano i più adatti in tal senso. Allora meglio l'Albania o la Romania, dove potremmo fare qualche viaggio: abbiamo tanti exalunni le cui famiglie ci aprirebbero casa se passassimo di là. Io so anche fare la baklavà, perchè ce lo ha insegnato a scuola un'alunna di due anni fa.

Mah.
Io...

Boh.

Nel complesso, sono preoccupata e nervosa.
Lato veramente positivo, il corso base di sensibilizzazione e informazione per l'adozione si svolge ogni due settimane in una città diversa del Piemonte, più o meno, e l'Uomo ha già telefonato per prenotarci per il 12 febbraio. Si vede che questa cosa lo prende sul serio.

Pensieri ed esperienze

Il 5 gennaio 2011 scrivevo:

Che poi, a voler ben vedere, no, non lo so, perchè parliamo di adottare.

Non c'entra con il fatto che figli in dieci anni non ne siano arrivati, perchè abbiamo parlato di adottare fin da pochi mesi dopo il matrimonio, quando addirittura non provavamo nemmeno ad avere figli nostri.
Semplicemente, ci siamo dichiarati disponibili, fin dall'inizio.

Non è una cosa necessariamente buona, nè necessariamente stupida.
E' stato parte del nostro progetto quando ci siamo sposati.

Io però ho sempre trovato che adottare fosse più egoistico che prendere un bambino in affido.
Prendere un bambino in affido vuol dire accettare che questo bambino non è tuo, che tu devi mantenere il suo rapporto con la sua famiglia anche se sai perfettamente che è una pessima famiglia, e che un giorno come è arrivato se ne può andare.

All'inizio, quando abbiamo fatto i colloqui per l'affido, ci hanno chiesto se avevamo delle perplessità o delle preferenze.
Io ho risposto per tutti e due, perchè ci avevamo pensato a casa:
"Ecco, noi non ce la sentiremmo di prendere un ragazzo troppo grande, di sedici anni, per esempio, che esce già da solo, di cui non conosciamo le compagnie e i giri di amici, perchè ci sembra di essere troppo giovani per essere considerati autorevoli da uno che ha la metà dei nostri anni, e ci pare una responsabilità enorme. E poi, questo lo dico soprattutto per me... mi dispiacerebbe se ci dessero un bambino molto piccolo, che poi magari ci levano per darlo in adozione, perchè se ha cinque, sei anni, magari glielo si può spiegare, si può telefonargli, restare in contatto, eccetera, mentre se è più piccolo... beh, vederlo andare via, che magari piange e non capisce, non credo che ce la farei."

E queste erano le nostre preoccupazioni. Sbriciolate istantaneamente dall'assistente sociale, che non le ha sottovalutate, ma ci ha dipinto scenari dove, dati i danni subiti nelle famiglie di origine dai protagonisti, si chiariva che avevamo ben altro di cui preoccuparci.

Tra tutti gli esempi che ci ha fatto, uno ci aveva impressionato terribilmente. Si parlava di una bambina che non accettava di essere lavata e aveva crisi di panico orrende all'idea dell'acqua. Perchè a casa sua, quando ritenevano di doverla punire, lo facevano puntandole addosso la manichetta dell'acqua fredda.
E la famiglia affidataria che se la trovava in casa stava facendo un percorso incredibile, per convincerla a lasciarsi almeno passare il corpo con una spugna bagnata.
Abbiamo passato il resto del pomeriggio a cercare di figurarci quale BESTIA può terrorizzare una bambina di quattro anni infradiciandola per punizione. Non è un pensiero tollerabile.

Ma rendeva l'idea. Come ho detto, il bambino che ci avrebbero dato se noi avessimo detto di sì aveva undici anni. E, da una frase sfuggita a una delle assistenti, credo di sapere addirittura chi fosse. Un alunno dell'Inflessibile, e anche mio, nel senso che quando è arrivato a Scuolina Rosa gli ho fatto diverse ore di sostegno. Un ragazzino con una disabilità lieve e, anni fa, gravi problemi a livello caratteriale, oggi molto migliorati. Una persona che tuttora vive in comunità e che, in fatto di danni, ha finito di subire nei primi due anni di comunità quelli che non aveva ancora subito a casa. E uno dei più affettuosi, profondi, dolci ragazzi che io abbia mai visto. Siamo tuttora in ottimi rapporti, a parte il fatto che ora è più grosso e alto dell'Uomo e mi incrina due costole ogni volta che ci incontriamo, abbracciandomi con slancio mastodontico.
Non so se avevo capito giusto. Io a questo bambino ho voluto bene dal primo minuto in cui l'ho visto. Anche se una volta, quando ancora non dosava per niente le sue già immense forze, mi ha quasi estratto un braccio dalla cuffia rotatoria della spalla, e mi ricordo il dolore come se fosse appena successo.
Abbiamo condiviso esercizi di scrittura, poesie, passeggiate nell'orto botanico, sguardi d'intesa, scherzi e battute.
Poi ho sospettato che fosse lui il mio "figlio in affido" e il mio affetto per lui ha sconfinato. Non è facile dire cosa provo quando lo vedo grande, migliorato, e soprattutto felice di incontrarmi.

Non so. Io dell'affido mi ero fatta un'idea, probabilmente sbagliata, di certo incompleta, che coincideva, in buona parte, con la facilità con cui ero entrata in rapporto con lui e con altri ragazzini della comunità che sono passati da scuola.
E in un certo senso è vincere facile. Sono persone che hanno alle spalle cose tali che un cristo qualunque che si occupi di loro, gli dia da mangiare e non li maltratti fa già miracoli.

Diversa è la mia idea di adozione.
Ti adotto significa "tu non hai una famiglia, io ti dò la mia. Ma ti cambio nome e cognome, tu diventi mio, e mi devi trattare come un genitore. Solo che i tuoi genitori sono da un'altra parte. E anche se tu un giorno li ritroverai (a un nostro amico è successo, e ha scoperto anche di avere dei fratelli) sarai parte della mia famiglia, non della loro."

A me, sbaglierò, è sempre sembrata più che altro l'ultima ratio di una coppia che non può avere figli suoi.
Anche se la frase che ci dicevamo noi all'inizio era "due nostri e uno adottato". Come a dire che avremmo voluto fare Spazio abbastanza...

Però non lo so.
A parte tutto, mi fa impressione la faccenda del nome.
Spiego. Da un paio d'anni mia madre lavora come volontaria in una casa protetta per bimbi in attesa di una decisione del tribunale, che solitamente vanno poi in adozione. Sono bimbi più o meno sotto i sedici o diciotto mesi, quando arrivano hanno pochi giorni di vita. Ci sono volontarie che turnano di giorno per dare una mano alle suore, che già si sparano le notti con magari quattro poppanti, e al personale fisso, che si occupa anche della casa. Li accompagnano anche alle visite pediatriche e ricevono le visite di genitori, nonni o zii biologici e di coppie designate per l'adozione.

Mi ha letteralmente scioccato scoprire che i nomi che vengono dati a questi bambini in comunità molte volte non sono i loro nomi veri, e ancora di più che le famiglie che adottano possono scegliere un altro nome ancora.
Perchè a me sembra che, a parte tutto, quando una donna (o una ragazzina, come capita spesso in quel contesto), comunque sia conciata (paziente psichiatrica, spesso, o prostituta o drogata), invece di abortire ti ha tenuto, ha fatto lo sforzo di portare a termine la gravidanza e di partorirti, e poi ti ha dato un nome, cazzo, QUELLO è il tuo nome, magari è la sola cosa che ti legherà alla tua vera origine per tutta la vita. Capisco che sia necessario un cognome nuovo. Capisco che i bambini siano troppo piccoli per farsene un problema, ma per esempio la prima bimba che è stata ospitata nella struttura quando aveva appena aperto, Maria, che non si chiamava veramente Maria, aveva un anno quando è diventata Sofia e se n'è andata con la sua famiglia d'adozione in Toscana. E io mi domando ancora: la quindicenne, presumibilmente ecuadoriana a giudicare dai tratti della bimba, che l'aveva messa al mondo, come l'avrà chiamata realmente, con quale nome si ricorderà di lei?

Capito cosa intendo?

Insomma, ho dei dubbi. Su cosa voglia dire veramente questo gesto di prendersi in casa qualcuno che è nato altrove, e mica solo su ciò.

Fiocco bianco

Il dodici dicembre del 2010 scrivevo:

C'è spazio abbastanza per chi vuole entrare.

E non è una cosa facile da dire, per una come me, che ama le porte chiuse e le finestre aperte, e negli ambienti affollati sta a disagio.

Ma ho capito di avere le spalle larghe. Nel mio cuore c'è sempre stato tanto spazio, anche se non lo sapevo usare, anche se me lo riempivano di cianfrusaglie, anche se me lo chiudevano dietro a pesanti cancelli.

Le spalle, quelle me le sono fatte con gli anni.

Ora è il momento di aprire.

Paura? Sì, un po'.

Ma è ora.