Visualizzazione post con etichetta se nessuno mi ha visto vuol dire che non stavo piangendo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta se nessuno mi ha visto vuol dire che non stavo piangendo. Mostra tutti i post

mercoledì 26 marzo 2014

mercoledì 19 marzo 2014

Da una stanza all'altra

Sono passati tre mesi, e io un pomeriggio sono in bagno a sciacquarmi le mani con la porta aperta e dalla cameretta arriva la sua voce: "...Mamma?"

Ecco.

Ecco perchè.

Vi voglio bene, lo sapete, e non pretenderò mai che la mia esperienza di maternità sia sul serio assimilabile a quella di una madre naturale, nè nel bene nè nel male, nè nel senso di superiorità nè nel senso di inferiorità. Vi voglio bene e mi fa piacere che i miei amici sappiano che possono esternare i loro dubbi e mettermi in guardia per cercare di proteggermi dalle fregature. 

Ma se non capite cosa ho provato nel sentirmi di nuovo chiamare così, giuro che ve lo dico con dolcezza, ma fottetevi.

sabato 1 febbraio 2014

Il mare di Cortés

Quando ero una ragazzina avevo un romanzo che amavo molto. Si intitolava “La ragazza del mare di Cortés”. La storia era quella di una ragazza messicana che viveva con il nonno, una specie di Heidi dall'altra parte del mondo, e si immergeva nell'oceano per pescare pesce, ostriche o altri molluschi, e fare lunghe nuotate in solitaria. Poi incontrava una manta gigante ferita da una rete da pesca, la curava, e diventavano amiche, l'enorme bestia le permetteva di nuotare vicina e la trasportava sulle proprie ali in viaggi meravigliosi.

Io ero una bambina solitaria, amavo sparire per ore nella natura e fare amicizia con animali improbabili, e al mare nuotavo fino a sfinirmi. Quel romanzo sembrava scritto per me. Ricordo interi brani quasi a memoria, per esempio quello in cui a Paloma viene un crampo fortissimo che le paralizza le gambe, mentre le correnti la trasportano lontano dalla riva, e lei mette in pratica tutto quello che sa sul mare e sul corpo umano per sopravvivere. Ricordo la luce del sole sulle acque scintillanti, il sale sulla pelle e la gigantesca ombra delle ali della razza, come se tutto quel che ho letto su quelle pagine mi fosse successo veramente. Ci penso spesso. E' uno dei miei luoghi dello spirito, che conosco pur non essendoci mai stata, come il Cile di Isabel Allende, il cortile di “Un albero cresce a Brooklyn”, il giardino segreto di Mary, le brughiere di Jane Eyre, il Kenya di Karen Blixen.

Stasera pensavo a quel che sto facendo adesso della mia vita, e mi è venuto in mente il mare di Cortés, perchè quel che sto facendo adesso è pescare perle.

Ci vuole la stessa pazienza, la stessa resistenza all'apnea. La stessa capacità di sopportare i tagli che i bordi delle ostriche fanno sulle mani mentre le stacchi dagli scogli, e il dolore del sale che li fa bruciare e guarire al tempo stesso. La stessa rassegnazione nell'aprire i gusci e trovarci a volte solo sabbia, o niente del tutto. La stessa cura nel mettere via le piccole perle lucidate.

Io il venerdì mi metto in macchina e guido, vado a parcheggiare in una strada brutta e grigia di Torino, e passo davanti alla casa dove la Princi viveva, alla scuola dove studiava, ai giardinetti dove giocava prima che la togliessero alla sua famiglia. Poi vado nel palazzo dell'ASL e mi siedo sulla stessa sedia su cui era lei due giorni prima, e a volte mi sembra di assomigliarle anche nel modo di stare seduta. E faccio colloqui di due ore, due ore e mezza, con la sua psicologa, e riporto indietro piccole perle irregolari, lucenti, che sono le poche cose che la psicologa mi dice di lei, di come sta, di cosa dice.

Oggi per la prima volta mi ha visto piangere. Ma le perle che ho portato a casa stavolta ha voluto vederle anche l'Uomo. Non è stata un'immersione a vuoto.

Poi il lunedì io trovo una scusa per mandare a Santa Maria degli Orfani o alle SS un messaggio e aggrapparmi a qualsiasi cosa. Una data. Una cosa da fare per la sua scuola. Un'informazione su dov'è e cosa fa. E tiro su gusci taglienti e vuoti, spesso.

Poi ogni tanto riesco a comunicare con lei. Via sms, di solito. E non posso scavare perchè lei tace appena non se la sente più. E io resto con il cellulare acceso e nella notte allungo la mano nel buio, per vedere se c'è la bustina del messaggio che aspetto.

E poi ogni tanto io e l'Uomo parliamo di lei. E ogni tanto parte da lui, e per me è un balsamo sulle ferite.

E poi io metto tutte queste piccole perle che ho preso in fila, quelle più grandi, quelle più piccole, quelle un po' storte, quelle un po' opache, e le guardo.

Mi immergerò anche domani.


giovedì 5 dicembre 2013

Come i cani

Nel senso che, come i cani, prendi le botte, hai male, e l'unica cosa che desideri è stare vicino alla persona che ti sta causando questo dolore e non lasciarla mai.

martedì 3 dicembre 2013

Segnatevi queste cosucce

1) Il primo mese dopo esservi portati a casa il figlio adottivo/affidatario, vi verranno delle mestruazioni da chiamare il 118. Come fossero le prime dopo un parto, esatto.
2) Il primo mese dopo esservi portati a casa il figlio adottivo/affidatario, ad un certo puntovi scoprirete a sentirvi totalmente espropriati della vostra libertà di dormire, mangiare, cagare e telefonare a orari che vi comodano. Come viveste con un neonato, esatto.
3) Il secondo mese sarà peggio. Il secondo mese vi verrà il baby blues.


Menomale che ci sono le amiche.

mercoledì 6 novembre 2013

Genetici e acquisiti

La migliore accoglienza alla vostra ragazzina in affidamento/al vostro bimbo adottato non la farà mai la vostra amata madre, né il papà che vi porta in palma di mano da quando eravate bambini o il fratello o la sorella con cui siete cresciuti. Scordatevi le scene strappalacrime tipo film.
Il commento più gettonato sarà: "Ah". Non è detto che sia pronunciato in tono scontento o ostile. Ma non saranno probabilmente molto loquaci.

Per vedere una scena di grande impatto emotivo, vi conviene invece provare a rivolgervi, in ordine sparso, a:
- secondi mariti / mogli
- zii veri o finti, tra cui annotiamo anche eventuali primi/e mariti/mogli di parenti che tutti detestano ma voi continuate segretamente a frequentare perché vi trovavate bene
- cugini di sedicesimo grado
- amici
- dipendenti
- colleghi
- medici di famiglia
- fidanzati di parenti che non si sa quanto dureranno

E tenete ben fermo che la migliore chiacchierata sugli aspetti più profondi dell'adozione la farete senz'altro con un conoscente occasionale o addirittura un compagno di scompartimento nella tratta Milano Centrale - Venezia Santa Lucia.

Intorno alla Princi si sta formando una famiglia bellissima, quasi tutta di gente che non è per un cazzo nostra consanguinea.

Tipo lo Zio Granduca.
Che era seduto sul nostro divano il giorno in cui sono tornata a casa e l'Uomo mi aspettava per dirmi che sarebbe iniziato il percorso di preaffidamento. Cioè quando ancora io e la Princi non ci eravamo mai incontrate. E poi era presente al suo compleanno. E poi in vacanza in montagna. E poi le porta i regali dai suoi viaggi. Lo Zio Granduca non lo conosciamo nemmeno da due anni interi, ma è come un fratello. E ha un figlio maschio che potrebbe essere il fratello minore di S., e si vede tanto che lui sarebbe stato un ottimo paparone per una ragazzina. La adora. Ricambiato. Allo stato attuale delle cose, se io e l'Uomo domani fossimo spazzati via dalla caduta di un meteorite, sarebbe opportuno dare la Princi in affidamento a lui.

Tipo lo Zio Giò, che altri non è che Sanguedelmiosangue, e lui sì che è della famiglia in senso stretto, ma è anche così tanto della famiglia che gli sta stretta la definizione di cugino e quindi si è autonominato mio fratello. In effetti secondo me se facessimo l'esame del DNA scopriremmo che si somigliano di più i nostri due che il suo e quello di sua sorella. E lui e la Princi si amano tanto, dopo le gare di rutti in montagna, che lei ha deciso autonomamente che cugino è troppo poco e quindi è uno zio.

Tipo la Zia Diavolessa e lo Zio Manzo. Che, essendo alla porta accanto, costituiscono per me la magnifica sicurezza che, se un giorno perdiamo le chiavi di casa, o la Princi arriva da sola e io ho bucato una gomma da qualche parte nel Monferrato, per lei ci saranno comunque sempre un piatto caldo, un tetto sopra la testa e un televisore puntato su tutti quei programmi che io e l'Uomo non le facciamo assolutamente vedere. Tipo "Cucine da incubo", "Malattie imbarazzanti" o "Sedici anni e incinta". La Diavolessa crede fermamente che parlare con i figli sia l'antidoto perfetto a qualunque cosa, e le bimbe stan venendo su bene, quindi ha sicuramente ragione lei: ma io non ho voglia di parlare proprio di "Sedici anni e incinta", né con la Princi né con nessuno.

Tipo il Suocero Aggiunto. O il Chitarrista. O la Fata Romena. Tutte quelle persone che gravitano intorno alla nostra vita e, vuoi perché sono adottati pure loro in qualche modo, vuoi perchè non hanno aspettative tipo rivedere le fossette della zia, il taglio d'occhi di papà o il naso del nonno in un nipote o un cugino, si illuminano di gioia quando parliamo di S.

Il sangue è importante, lo so. Lo sento anche io il buco, l'assenza del legame molecolare, quando guardo mia figlia, che è bellissima e non mi assomiglia per niente. E lo butto lì come battuta (da quando l'altra sera, povera gioia, sosteneva che mamma Demi Moore e figlia Miley Cyrus in un film "sembriamo proprio noi due" - e grazie mille per aver detto che "sembro proprio" Demi Moore, forse dopo che ha mangiato trenta chili di gommapiuma ed è stata investita da un SUV): "Che bella che sei. Come ho fatto a fare una figlia così bella?"

Però l'altra sera ha fatto la sua prima lezione di nuoto. E io la guardavo dalla tribuna e pensavo ai miei allenamenti di nuoto da ragazzina. E vedendola prendere confidenza con l'acqua e coi movimenti mi è uscito mentalmente un "ma guarda com'è portata, come le piace... e' tutta mia figlia..." che mi ha fatto venire giù dei lacrimoni grossi così. E menomale che ero l'unica presente sulla tribuna della piscina dei principianti.

A me piace essere una mamma acquisita. Non so come sia essere una mamma genetica. Ma per il momento non me ne potrebbe fregare di meno. Non credo che se fossero sedici anni che vive con me, se fosse uscita dal mio corpo, mio marito adesso certe sere ci troverebbe addormentate in letto abbracciate strette.




















sabato 6 luglio 2013

Quando non lo sai

Solitamente le emozioni sono semplici da decifrare.

Voglio vederti ogni secondo, stare con te, parlare con te, starti addosso, sentirmi toccare dalle tue mani, ascoltare il tuo respiro di notte, quindi è chiaro che ti amo.

Stare con te mi fa ridere, mi fa respirare con il diaframma, mi riempie gli occhi di luce, quando passiamo del tempo insieme mi sento più giovane, quindi è chiaro che ti voglio bene.

Quando entri nella stanza mi irrigidisco, cambio tono di voce, incurvo le spalle, stringo le labbra, quindi è chiaro che mi stai sul cazzo.

Mi gira la testa, ho lo stomaco segato in due, gli occhi che si aggrappano a tutte le vie d'uscita, quindi è chiaro che ho paura.

E via così.

Poi ci sono quelle situazioni. Quelle giornate. Come quando all'apice della crisi con l'Uomo si è infiltrato nella mia vita l'Amore Sbagliato, che poi io mesi e mesi dopo una sera mi chiudevo uno sportello di cucina su un dito all'ora di cena, o rompevo sbadatamente una tazzina, e scoppiavo in lacrime, e, mentre mi ricomponevo, sentendomi come un paese bombardato, mi chiedevo: ma che c'è? che c'è? e poi veniva fuori che era arrivata la primavera e senza saperlo stavo di nuovo attraversando un anniversario.

Stamattina per esempio erano le 5.48 di domenica e io: sveglia. Il primo pensiero è stato: eh ma dai su basta agitarsi per 'sti documenti che devi trovare per la commercialista.
Ho retto ancora una mezz'ora, rigirandomi vicino a un Uomo che bello è bello, soprattutto ora che dorme a torso nudo, ma scotta di caldo ed è tutto sudato e se lo sfiori per errore con un dito del piede reagisce come un orso a cui hai acceso un fiammifero in un orecchio.

Arrivata al consueto giro di blog dell'alba, mentre il caffè passa in cucina, eccomi qui a pensare che sì, la commercialista e il 740 e tutta quella roba che devo ancora smistare mi mettono ansia, ma oggi S. viene a pranzo e da quando ieri mattina l'ho invitata mi frega solo di quello.

E quindi: ma sei nervosa perché S. viene a pranzo?

Strano a dirsi: no.

Ieri le ho comprato un paio di pantofoline lilla numero 35 e solo guardarle mi ha risolto tutti i consueti rigiri ("ma io non so cucinare decentemente, ma cosa le faccio da mangiare, ma poi cosa facciamo con questo caldo dopo pranzo") e non me ne frega niente di niente a parte il fatto che voglio averla qui a casa con noi e parlarle un po'.

E allora sarà la telefonata di ieri con Santa Maria degli Orfani. Quella donna straordinaria, simpatica e in gamba, è capace di strapparti più organi di quanti credevi di averne in corpo, e lo fa con la naturalezza con cui un chirurgo ficca le mani nell'addome di qualcuno, spostando pezzi a destra e a manca mentre parla di quel che ha mangiato la sera prima.

Ma, mi dico, non mi aspettavo niente di diverso.

Alla fine, credo sia la sigaretta che ho fumato pianissimo ieri sera sul terrazzo. Rendendomi conto che fumare, da qui in poi, e per chissà quanto, mi farà stare male come un cane picchiato. E che questo è un problema mio, che non potrò condividere con l'Uomo né con S., e che chiunque altro sminuirà con una frase incoraggiante.

Non lo so come si chiama questa sensazione di oggi.

So che me l'avevano detto, e l'avevo letto da tutte le parti, che era dura. Lo è.




venerdì 5 luglio 2013

Mi sanguina il cuore

A questo punto, per andare in ordine cronologico, dovrei raccontarvi di A.

Ma, lo sapete, la prima legge dell'affido familiare è: ti danno un figlio, e te lo danno da un giorno all'altro. E la seconda legge è: ti danno un figlio, e possono levartelo da un giorno all'altro.

Ho scritto pagine su pagine, dettagliatissime e palpitanti, sul rapporto che si è creato in questi mesi con A. Ma sto troppo male per riassumervele, e anche per spiegarvi come mai adesso devo assolutamente riuscire a staccarmi da lui. Ci ripenserò più avanti. Devo almeno averne potuto parlare con lui, prima.

E poi, adesso c'è S.

S. è un altro pianeta.

E' meravigliosa.

S. l'ho conosciuta l'8 di giugno, e abbiamo cominciato a portarla fuori dalla Casa di Pony il 22. Sembra una vita e invece sono pochi giorni.

S. e io ultimamente siamo in simbiosi, e quando sono con lei, o sono occupata per cose che la riguardano, il cuore non mi sanguina, no. Anzi.

E spero davvero che stavolta ci siamo dentro fino al collo. Settimana prossima vediamo l'assistente sociale. Nel frattempo, si vede che io sono fatta così, sono entrata in modalità mamma, anche con lei. Come si vede dal post successivo.

mercoledì 3 luglio 2013

E sempre il primo febbraio 2011

...tutta emozionata, scrivevo:
 
Sapete cosa mi ha detto oggi l'Uomo, a conclusione di mille discorsi svisceranti su adozione nazionale/internazionale, di bambino piccolo/grande, di nonni consenzienti/recalcitranti, di congedi di maternità/paternità, etc etc?

Mi
ha
detto:
"Aspettiamo un bambino!"