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domenica 3 agosto 2014

Briefing et cetera


Oltre ad essere manesca, fedifraga e ovviamente inesperta, sembro, e probabilmente sono, una madre deplorevole anche per il fatto che non racconto più niente da mesi, su questo blog.



Il che va ascritto però non solo al mio stato di grandissima agitazione interiore dovuto alla disastrosa primavera, ma anche al fatto che le cose tra noi e la Princi in ogni istante cambiano, evolvono, e contemporaneamente si radicano e si innervano nella quotidianità.



In questi mesi la Princi ha terminato il suo corso da parrucchiera, con buoni risultati. Si è fatta dare il benservito dalla sua datrice di lavoro dello stage, che a più riprese le aveva proposto di restare come apprendista. Ha a sua volta dato il benservito al Bimbominkia, e per ora, sebbene mi abbia parlato di enne alla miliardesima bei ragazzi interessanti, non sembra averlo sostituito con un altro titolare. E' uscita definitivamente dalla comunità. Vive da noi. Ha fatto l'animatrice dei più piccoli al centro estivo della parrocchia di Paesino a Punta. E' stata arruolata come animatrice (ma non è stata per nulla utile in tal senso) al campo estivo della parrocchia medesima, dove si è portata anche me, in veste di mamma ad interim di 90 minorenni. Infine è partita con noi per la montagna.



Non penso siano queste le cose che contano, però. Penso che quel che importa siano tutti quegli indimenticabili attimi di cui non ho scritto sul blog, sebbene mi traversasse il cervello, veloce come una stella cadente, il pensiero che avrei dovuto immortalarli.

O, ancor di più, tutte le abitudini che ora contraddistinguono la nostra vita.

E i lunghi discorsi che facciamo.



Non si raccontano facilmente queste cose.



Come potrei trasmettere il momento in cui l'ho vista alla stazione che mi aspettava, la sera del giorno in cui è morta la mia collega, e il mio spirito completamente stravolto dal dolore improvvisamente ha registrato che la sua presenza nel mio campo visivo era meravigliosa e consolante, persino in una giornata come quella?



Come si racconta l'abbraccio che ci siamo scambiate, senza fiato, così forte da farci male, con le unghie piantate nelle spalle, il giorno che ci hanno finalmente fatto firmare l'affidamento?



Come si dice in parole la sensazione che provo quando io penso una cosa e lei un attimo dopo apre la bocca e non solo la dice, ma usa le parole che avrei usato io o a volte addirittura azzecca definizioni ancora più calzanti?



L'altro giorno mi ha chiesto: “Ma io vorrei sapere: tu, quando ti chiedono com'è tua figlia, cosa dici?”

Io ho pensato un attimo. Non le ho detto la prima risposta che mi è venuta in mente: “che sei una tigre, come me”.

Le ho detto: “Che mi assomigli moltissimo.”

Poi ho precisato: “Di solito, per prima cosa dico che sei grande, che hai diciassette anni. Poi che sei bella. E dopo, che hai un caratterino, che mi assomigli più di quanto sia credibile. E che la parola tranquillità è uscita dal nostro vocabolario, da quando ci sei tu.”



L'Uomo la guarda con un misto di tenerezza per tutte le sue piccole vittorie e di fastidio per tutti i suoi piccoli fallimenti, è spesso teso, si vede il bene che le vuole, ma anche la fatica che fa. E' preoccupato. Ma si occupa di lei con un'attenzione enorme e per lei non è mai stanco.

Lei lo guarda come se vedesse la cosa più bella dell'universo. Pende dalle sue labbra. Ha imparato a non chiedere perchè ha l'umore che ha. Ha chiesto a me, varie volte. Ha preso per buone le mie risposte. Lo rispetta, molto più di quanto rispetti me.



Io e lei ci diamo per scontate, molto spesso. Posso ancora giocare qualche volta la carta “ehhh... la mamma vede!” e stupirla, dichiarando che “secondo me” ci sono delle cose che non ci dice, e poi azzeccandole al millimetro. Il che la lascia a bocca aperta.



Io non so se l'Uomo stia registrando quanto è cambiata dall'anno scorso, o se veda solo che non sa la tabellina dell'otto e che non si sa regolare coi soldi. Io vedo tantissimi passi avanti.



Lavoriamo con un impegno maniacale al suo ingresso nella nuova scuola, a settembre. Studiamo inglese, storia, italiano e matematica. Fa progressi minuscoli che per me sono enormi, per il solo fatto di essere quotidiani. Acquisisce sicurezza e lessico, amplia le sue vedute. Parla di andare a fare le vacanze studio in Inghilterra. Da quando siamo in montagna, si è fatta raccontare qualche volta cosa leggiamo noi. Ha chiesto cose di ogni tipo, complice il fatto di avere tutti tanto tempo a disposizione:

“Come lo prendono il sale dal mare?”

“Com'è fatta una seggiovia?”

“Chi è Giancarlo Giannini?”

“Quello è un cervo?”

“Quando è stata scritta questa storia? Ma è una storia vera?” (parlava di “Romeo e Giulietta” che le avevo appena raccontato)

Ma soprattutto, una volta al giorno, di sua spontanea volontà guarda un telegiornale e a volte lo commentiamo insieme. Questo non glielo ha proprio chiesto nessuno, nemmeno indirettamente. Eppure, di colpo, lo fa. Cerco di pensare quanti anni avevo io quando ho iniziato a seguire sistematicamente le notizie dal mondo e non solo i singoli flash. Forse avevo appunto la sua età.



E il fatto è che io ultimamente penso molto spesso “avevo appunto la sua età” quando lei fa o dice qualcosa, perchè sta, nel giro di poche settimane, bruciando tappe e raggiungendo traguardi che ricalcano i miei, i nostri.



Stasera l'ho portata a cena con Cavallino, la sorella grande di Cavallino e i loro rispettivi coniugi e figli. Età dei figli: sette Orsetto di Montagna, e dieci e tredici i due nipoti di Cavallino. Perciò il settenne e il decenne dopo un po' erano in braccio ai papà a giocare coi telefonini, mentre il tredicenne ascoltava rispettoso la conversazione delle mamme, e lei era coinvolta in questa, essendo appunto ormai una signorina. Cavallino, che mi conosce da venticinque anni e ha attraversato con me (o meglio, io ho attraversato a casa sua, delle sue sorelle e di sua mamma, professoressa di Lettere) appunto quell'età meravigliosa e tremenda dei diciassette, ricordava i nostri pomeriggi di studio. Il nipote tredicenne sta per iscriversi al classico nella nostra scuola e nella nostra sezione. La Princi parlava (anzi, rispondeva a domande! In mezzo a estranei!) della sua scelta della scuola superiore e intanto, discretamente, teneva d'occhio i due più piccoli e osservava di sottecchi il più grande, troppo bimbo per parlarci alla pari, troppo grande per trattarlo come gli altri due. E' stata una serata bellissima.






sabato 7 dicembre 2013

E poi viene quel giorno

Che tutto fosse così facile avrebbe di per sé dovuto generare qualche sospetto, sì.

Ad un certo punto tutti e tre ci siamo trovati di fronte a quel che non ce la sentivamo di fare, dire, ammettere, promettere, cambiare.

Tutti e tre CONTEMPORANEAMENTE.

Non è uno scherzo quando succede una cosa così, e ogni minuto che passi con tua figlia ti accorgi che nei suoi occhi, invece della magnifica luce di gioia e fiducia che ci vedevi prima, ora ci sono dolore, dubbio, angoscia e rabbia.

E' necessario molto coraggio per non scappare urlando "non ce la faccio non ce la faccio", come il pontefice di "Habemus papam".

L'altro giorno, davanti alla psicologa che segue la Princi, il mio più grande desiderio era afferrarla per un braccio e implorarla di aiutarci.

Non è semplice mantenere lo sguardo fermo e la calma nella voce, avendo a che fare con una Princi in rivolta.

Questa bambina a orologeria. Manca una manciata di secondi al suo diventare una donna, e nessuno sa esattamente quanti siano. E mancano così tanti pezzi al suo essere una ragazzina, al suo essere stata una bambina, e nessuno sa come restituirglieli.

Io come madre sono enormemente, vanagloriosamente, stupidamente felice. Felice quando la presento a qualcuno, felice quando le compro un pigiama nuovo, felice quando mi accorgo che le chiedo se vuole "la carnina" o "la fruttina" invece di dire carne e frutta, e mi sfotto da sola. Felice quando la guardo dormire, felice quando le parlo, felice quando mi stringe la mano.

Felice che mi assomigli così tanto anche nei difetti. Non in tutti grazie a Dio.

Ma lei non sta bene, adesso, e io sto malissimo. E l'Uomo a sua volta ha l'espressione di uno che caga chiodi, se mi permettete la sublime metafora in stile aulico.

E la cosa brutta è che non esista da nessuna parte un interruttore per schiacciare off. Viene quindi il momento del "mio Dio voglio scendere" che fa automaticamente sentire così in colpa.

Però. Siamo realisti. Tutti e tre vorremmo scendere, solo che adesso non ci sono più i posti dove andare che esistevano prima. E' inutile infiorettare questa cosa, chiamarla con un altro nome.

Deve esistere un modo per andare avanti.

Dopo l'incontro con la psicologa di S., ho cercato di essere presente come figura rassicurante in modi diversi. Ho parlato con la Princi, le ho comprato cose che le servivano, l'ho accompagnata a destra e a manca, le ho spalmato la crema sulle macchie della pelle, le ho lasciato bigliettini in ogni dove, le ho mandato messaggini. L'ho tenuta abbracciata. Come due naufraghe, ci siamo abbracciate.

Lei ci sta mettendo molto del suo. L'altra sera io ero visibilmente stravolta dalla tensione ed è stata lei a venire a coccolarmi. Cerca di stare alle regole, anche se non le capisce e non le condivide. Si vede lo sforzo enorme che fa per non farsi paralizzare dalla paura, per non cadere nella depressione.

Uso chiunque e qualunque mezzo, lo zio Phil, lo zio Giò, le sigarette, i Fonzies alla paprica, litri di tè alla pesca, la seduta dall'estetista, lo sgombero progressivo degli spazi nella sua camera, per permetterle di sentirsi meglio.

Ma non posso accelerare la lancetta dei secondi. Quindi dovremo tutti e tre avere la fermezza di restare saldi ancora un po' in questo casino.

Ho paura.














giovedì 28 novembre 2013

Vicino a te 1 - Sì no sì no no sì

No non puoi fumare più di cinque sigarette al giorno e
sì una sigaretta girata con tabacco fortissimo vale almeno due sigarette normali quindi
no per stasera hai fumato abbastanza

Sì puoi uscire con Chico Bimbominkia ma
no non puoi evitare che io ti faccia presente che è un idiota e
sì l'abbiamo notato tutti che se non lo chiami tu il coglione non ti si fila nemmeno con un sms

No non puoi avere Facebook perché per te è rischioso e
sì potrai avere WhatsApp ma solo se sarà ancora possibile parlarti e guardarti negli occhi senza doverti abbaiare di spegnere la chat

Sì ti ricarico il telefonino ma
no non ti pago un'altra promozione finchè non ti gestisci bene quella che hai

No non ti porto in comunità a salutare ma
sì puoi chiamare i tuoi educatori con il mio cellulare per raccontare che il tuo primo giorno di stage è andato bene

Sì puoi tagliarti i capelli come un guerriero masai ma
no non puoi chiedere a papà di essere d'accordo e
no non credo che la tua assistente sociale apprezzerà ma
sì voglio che tu possa esprimerti


sabato 16 novembre 2013

Anche i ricchi piangono



La Princi è nella mia vita dal 22 giugno e la mia vita è cambiata tantissimo. Decisamente in meglio.



Ma.



Io resto io. E non sono scema, le cose le vedo.



Abbiamo un sacco di problemi da risolvere, il primo è che il Chico Bimbominkia le continua a ronzare intorno e che lei da quando lui è rientrato nella sua vita non capisce più niente. Niente. Tipo che si fissa che vuole un permesso per vederlo e tu le dici no, a quell'ora e in quel posto no, e le proponi un'altra ora e un altro posto, e lei non capisce che le stai dando un'alternativa perchè è già partita in quarta.



E vuole discutere di questo a mezzanotte e quaranta.



E del cellulare, anche, vuole discutere, e lo vuole fare la sera che tu sei rientrata alle sette e devi ancora lavarti i capelli, asciugarli, cucinare, mangiare, darle da mangiare, vestirti truccarti uscire e essere a teatro alle nove per l'unica sera in cui esci con tuo marito. E ne ha discusso poche ore prima con il papà, solo che lei usa ancora la tecnica del divide et impera che funzionava bene con gli educatori della comunità. Che con noi non funziona. Ma siccome tu questa settimana non ti sei fermata un attimo e dai visibili segni di cedimento strutturale, ci riprova con te, e alza pure la voce.



E il secondo problema è che io sono alla frutta. E' il secondo weekend che ho un crollo verticale delle forze. La volta scorsa sono scappata in montagna da sola. Stavolta sono da sola qua e loro sono in montagna. E non è che fosse precisamente questo il piano di battaglia, quando abbiamo detto “facciamoci una famiglia”.

Per carità, domattina li raggiungo eh. Ma insomma.



Poi ci sono un sacco di altre cose, o forse dovrei dire di altre persone: la Princi di tre anni che deve essere coccolata, quella di sette che deve essere accompagnata al primo giorno di corso di nuoto, quella di sedici che non si rende conto di assumere un tono da far prudere le mani a un santo, quella di ventinove che ragiona in modo maturo sulle cose, quella di dieci che ride come una pazza, quella di cinque che “mamma ho fame”, quella di dodici che “non so cosa mi sta succedendo”.



E ci sono questi due quasi quarantenni che si arrabattano per starle dietro e non trattarla comq una seienne su cose che deve ormai gestire da sola, né come una ventenne su cose che non ha mai fatto prima e che la spaventano.



Okay ve lo dico, tanto ne sapete certamente qualcosa: è bellissima questa avventura, ma sono del tutto schiantata dalla fatica, e lo è anche l'Uomo, e in più, quando non siamo esauriti, siamo nostalgici e anche un po' rancorosi. Tipo “ti ricordi quella volta in Toscana che non ci siamo persi cercando il ristorante?”, tipo sforzarsi di non pensare a quando la domenica pomeriggio la passavamo a letto, tipo “tu non mi corteggi più” e tipo “tu sei sempre stanca”.



Non si dice che era meglio prima, che non vediamo l'ora di un dopo. Si dice solo che è molto difficile, delicato e faticoso adesso.



La sintesi sta nella frase che io ho detto stamattina asciugandomi le guance dopo abbondante pianto: “Io adesso non me la posso permettere mezza giornata in cui sto al buio perchè ho l'emicrania, perchè in quella mezza giornata devo esserci, essere operativa per mettere dei paletti, stabilire delle abitudini, evitare degli errori, e lo devo fare ORA perchè poi sarà troppo tardi”.



Insomma, quel che si passa normalmente coi figli, in varie fasi, direi. Ma concentrato in poche settimane, e con tutte queste figlie di età così diverse che ci girano per casa.



Poi va beh, grazie a Dio ci sono le sere del corso di nuoto.



C'è andato l'Uomo questa settimana, tanto io ero devastata da una massiccia perdita ematica che non ha per nulla aiutato a tenere botta durante le corse settimanali, e la sua reazione è stata uguale alla mia: passare quarantacinque minuti a palpitare d'orgoglio e non perdersi un gesto, mentre il nostro pesciolino color rame diventa inesorabilmente bravissimo. Nonché, aggiungerei, stare seduti quarantacinque minuti in un posto dove si sente rumore d'acqua, c'è abbastanza silenzio, non bisogna fare niente e non si possono usare i telefoni. All'incirca il paradiso.

venerdì 8 novembre 2013

Promemoria sempre utile

Poiché
non ho ancora capito cosa sono esattamente
poiché
sono stata un'amica nanofree per tanti anni e se continua così lo sarò per tutta la vita, dato che gli unici pannolini entrati nella mia vita con S. sono degli Obi super
poiché
sono stata quella che poteva uscire e decidere all'ultimo di non rientrare per cena, mentre le amiche erano in cucina a girare pappine per bimbi di varia taglia
poiché
sono stata quella che veniva invidiata per le sue vacanze al mare nanofree quando avrebbe tanto voluto devastarsi di smagliature e ragadi
poichè
non so assolutamente cosa pensino di me le mie amiche senza figli, con figli in età di pannolino, con figli in età di capriccio, con figli in età di primi compiti delle vacanze, ora che io sono alle prese con cose che loro devono ancora vedere tipo cellulari, lunghezza delle minigonne, ragazzi e sigarette,

ritengo sia in ogni caso bene divulgare una riflessione intelligente:
http://tiasmo.wordpress.com/2013/11/08/10-cose-che-prometto-di-non-fare-a-una-amica-senza-figli/#comments
...e soprattutto, leggete i commenti.


giovedì 19 settembre 2013

E intanto

Bisognerebbe anche stare un po' attenti a non lasciare che il blog serva solo per sfogarsi, altrimenti poi tra qualche tempo quando guarderò queste pagine non troverò traccia di tutti i momenti belli e dei grossi traguardi e dei piccoli successi e delle gioie inaspettate, solo della fatica, delle difficoltà e del dolore.

Quindi, tagliamola corta oggi con le lagne: diciamo solo che è una di quelle giornate in cui le dinamiche delle procedure pre-affidamento mi prendono a calci, e io sto come uno preso a calci. Questo per la fatica e le difficoltà con la Principessa, gli educatori, i responsabili, gli assistenti sociali e tutto il fantastico circo dell'affido familiare.

Per quanto riguarda il dolore, il dolore nella mia vita in questo momento ha gli occhi azzurri di A. (ex Evento Cosmico, detto anche Gabbiano, o più recentemente, nella rubrica del mio cellulare, Spilungone, perchè tutti i nomi che iniziano per A devono essere modificati per non passare davanti all'Uomo nell 'elenco). Ma dopo molte settimane di patimento, abbiamo la cura palliativa. Io NON DEVO ASSOLUTAMENTE ricevere telefonate da A. dopo le sette di sera.
Perchè se lui chiama nel pomeriggio, come ieri, che mi ha beccato tra un lavoro in casa e una riunione a scuola, e io dopo aver parlato con lui esco e faccio altre cose impegnative per ore, va bene. Se lui chiama quando la giornata è finita e io ormai devo solo ritirarmi in cucina, mi devasta, perchè ho già posato la maschera e la corazza e la sua voce mi prende a rasoiate dove non ho scaglie né spine per difendermi. Poi sono cazzi di chi deve passare la serata con me, se io ho lo sguardo nel vuoto, o anche se, invece di cucinare, sparisco per una guidata nei boschi.

Fine. Parliamo di cose belle.

Tipo la borsina frigo blu a piccoli pois bianchi che preparo per S. la mattina, quando a scuola è di lunga. Ho appositamente comprato dei post-it a forma di fiorellino per metterci i miei saluti dentro.
Ho vissuto per quarantotto ore nell'alone di felicità che mi ha dato prepararla la prima volta.

Tipo lo shopping duro che abbiamo fatto l'altro giorno: entrate, piombate sul reparto nuoto, scelto costume cuffia accappatoio borsa, provato, cambiato taglia, preso, pagato, fuori. E' la mia anima gemella, io DETESTO fare shopping con chi si attarda e non si decide. Io entro, guardo e esco. Poi un'altra volta entro, compro, pago e esco. E lei e Sanguedelmiosangue sono gli unici che fanno altrettanto. Li adoro entrambi. Lei, se io non l'avessi interpellata tre volte per un parere rapido e non l'avessi per fortuna obbligata a provare il costume, avrebbe sistemato le sue compere e le mie in quattro minuti. Zan: questo sì, zan zan anche questo, zan: questo no, zan zan: ecco questo va bene per te, e hop, finito.

Peraltro ho finito di preoccuparmi di cosa mettermi. Ci pensa lei. Questo sì questo no, mettiti quello con quell'altro. Presto penserà anche al mio taglio di capelli. Il trucco me l'ha già modificato quest'estate e direi che ci ho solo guadagnato.

Altre cose belle: la prima mattina lavorativa in cui ci siamo svegliati tutti insieme, e siamo usciti, io sparata alle sette e mezza, l'Uomo placido alle sette e quaranta, e infine lei. Ognuno alla sua scuola, e, io almeno, con la sensazione che sia sempre stato così. L'espressione di sincera gioia sul volto della tutor di S., che ha saputo di noi da me il primo giorno di scuola, e ha già ricevuto l'Uomo per parlare del suo rendimento e dei suoi prossimi impegni di stage etc.

Le piccole cose: “Visto, che mi sono tagliata le unghie dei piedi?”, “Questo come funziona?”, “Guarda i miei pettini professionali”, “Che brutto questo cinghiale nella foto” (era un ippopotamo, abbiamo riso fino alle lacrime). Accompagnarla dal medico, dal dentista. Andarla a prendere a scuola. Interpellare perfetti sconosciuti su questioni di tatuaggi. Molestare le commesse dei negozi con richieste impossibili. Tenerla stretta e, in una memorabile occasione, dormire schiena contro schiena con lei. Aspettare di essere in un bar o in un negozio dove nessuno mi conosce per buttare lì un “mia figlia” in un discorso.

Come dicevo alla Frenci, disastri e miracoli a getto continuo.

domenica 1 settembre 2013

Nottatine

Pensavo di regalare all'Uomo e a me stessa una collezione di t-shirt, felpe e maglie a maniche lunghe con la scritta
 
 
Siamo una
FAMIGLIA AFFIDATARIA:
di annoiarci abbiamo finito, mi sa
 
Abbiamo fatto la conoscenza di un pronto soccorso nuovo. Oltre che di diversi livelli di incazzatura, spavento, incredulità.
 
La Principessa proprio le sta mettendo sul piatto tutte per farci defecare sanguinando, se mi passate l'elegantissima espressione, del resto ho studiato nel miglior liceo classico della mia città natale, non posso non essere lessicalmente puntuale, vi pare?
 
L'altra sera, si è fatta venire una sincope. Ospedale di cittadina sconosciuta, l'imbarazzo di spiegare chi siamo e cosa ci facciamo lì, di dover attendere fuori, di nuovo puzza di vomito da lavare via dai capelli, come quella volta con A. (è un must, nella maternità? credevo succedesse solo con gli infanti dediti al rigurgito acrobatico, e invece...) e strade di campagna avanti e indietro , con tanto di nebbia, anabbagliante che non funziona, serbatoio in riserva spinta e cinghiale morto in mezzo alla carreggiata, fino alle 01,30. Minchia.
 
Il giorno dopo, misteriosamente, pur avendoci invocati al suo capezzale nel momento del bisogno, decide di non vederci. Io subodoro.
 
Poi ieri sera.
La voce completamente alterata dalla rabbia. Il pugno nel vetro della finestra, roba da tornare al pronto soccorso a gran velocità a farsi dare dei punti, ma lei no, lei se la cava con un graffio. Però la finestra è rotta, e non abbiamo ancora discusso con lei di quanto è CRETINO rischiare di svenarsi o recidersi un tendine picchiando un pugno nella finestra. Discorsi deliranti, simulazioni di malessere, i carabinieri con la voce grossa, atteggiamenti privi di qualsiasi senno, altri chilometri in collina nel cuore della notte per raggiungerla, e lei poi se la coniglia perché sa che se viene a casa da me l'aspetta una bella strigliata. L'Uomo, quando è tornato da Ca' di Lupo, dove era salito invano per prenderla, era FURIBONDO. Io ero così incazzata che fluttuavo placida nell'aere al di là della mia stessa incazzatura, insieme ad un certo numero di divinità irate della mitologia tibetana, quelle vestite con il gonnellino di teschi, avete presente?
 
 
 
Il punto non è che ha sedici anni. Il punto non è che i sedicenni facciano, pensino e dicano cazzate in modi che sembrano quasi surreali. Il punto non è che povera bambina ha avuto una vita tanto difficile. Il punto non è che la comunità non è il posto migliore del mondo per mantenere l'equilibrio mentale.  
 
Il punto che vorrei discutere qui con voi è la distanza. Perché se tua figlia fa una riga di cazzate come questa, ed è nella sua stanza bianca con il copriletto verde mela, la stanza di fianco alla tua, tu puoi fare le seguenti cose:
 
- parlarle
- gridarle
- abbracciarla
- tenerla ferma prima che si faccia male
- farle una tisana
- mollarle due ceffoni
- prenderle una mano
- mandarla a dormire senza cena
- darle cena a un'ora assurda, dopo che si è calmata
- rimboccarle le coperte
- darle le gocce calmanti
- controllare che dorma
- svegliarla
- parlarle
- gridarle
- abbracciarla
etc.
 
Se invece sei a casa, è notte e lei è a trentacinque chilometri di curve da te, insieme a
- alcuni ospiti della comunità che non c'entrano niente
- altri ospiti della comunità che invece hanno montato su la rivolta con lei
- educatori
- carabinieri
e tu non puoi fare altro che fartela passare al telefono (che lei peraltro tenta di riattaccarti in faccia - e sarà la prima e ultima volta che lo fa, poverina, bisogna passargliela, non ha mica ancora capito con chi ha a che fare, qua)
 
... allora capisci la distanza siderale che separa QUESTA esperienza di genitorialità dalle altre.
 
E ti senti proprio un po' male.
 
Stamattina molto presto mi sono svegliata da un brutto sogno e avevo l'Uomo addosso, accoccolato stretto dietro la mia schiena. Non saprei quando possa essere datata l'ultima volta che, nel sonno, ha cercato conforto nella mia presenza in questo modo. Mi sa che anche lui si sentiva proprio un po' male.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


martedì 20 agosto 2013

X-Men (X-Dad, X-Mom and X-Honey)

Siamo geneticamente mutati, rispetto a due settimane fa.

Due settimane fa la mia rubrica del telefono non era piena di “Camy” “Marty” “Leo” “Vero” “Cate” “Matte” e altri nomignoli*, atti a identificare i numeri di cellulare di svariati quindici-diciassettenni da cui mia figlia (…una figlia? …UNA FIGLIA!) mi scrive messaggi quando ha finito il credito.

Due settimane fa l’Uomo si ricordava le formazioni del Barça, del Genoa, del Manchester United, ora invece deve ricordarsi chi sono Daniel e Maicol e Federico e Mattia e Gianandrea e Cristiano e Ambrogio e Carlo e Mattia2 e Andrea1, Andrea2 e Andrea3*, e anche, esattamente: qual è quello biondo, qual è quello biondo con il ciuffo, qual è quello biondo con gli occhi scuri, qual è quello castano, qual è quello castano alto, qual è quello che si ubriaca il sabato, qual è quello che ci prova, qual è quello che gioca a basket, qual è quello che ci ha provato prima con S. e dopo con tutte le amiche di S., qual è quello che telefona nel cuore della notte, qual è quello che è il fratello di quell’altro.

In questo gioco, io, che perdo a scacchi, a carte, a Scarabeo e a volte anche a ricerca di parole crociate, lo batto 7000 a 4.
S. ride quando lui si sbaglia e io lo sgrido: “Mannnòòòòò, Uomo, ma Maicol non sta nell’hotel in piazza, quello è Andrea2!!! Ma stai attento, quando parliamo???”

Due settimane fa pioveva e S. aveva una paura fottuta di questo posto sconosciuto dove l’avevo portata e dove si sarebbe annoiata a morte, lontano dal caldo, dal mare, dagli amici, in mezzo agli scatoloni, tra una prof con la sindrome da trasloco e un cugino della prof stessa perennemente immerso nei libri di filosofia, che, oltretutto, volevano portarla a camminare (oddio) nei boschi (orrore) e in salita (chiamate Save the Children).

Due settimane fa ci telefonavamo nottetempo con il Chico, “minchia oh che cazzo è ‘sta storia che vai a ballare e vedi dei tipi, oh”**, e adesso frequentiamo un pallanuotista biondino beneducatissimo: “scusa il disturbo, volevo dirti che domani sarò al campo sportivo alle tre e mezza”***. Uno che compare dal nulla e le domanda se va tutto bene, che finge di andare a prendere la pizza con gli altri e invece fa il giro del parco e le arriva alle spalle facendole teneramente “buh”, per poi sedersi a chiacchierare un po’ lei da solo. Senza un minchia, senza un tentativo di sapere se sta con qualcuno, senza una frase scontata. Uno che la presenta a sua madre di passaggio per il paese, e alla frase della madre “chi è questa bella ragazza?” risponde “una mia nuova amica, hai visto che fortuna?” Probabilmente, indagando all’anagrafe, scopriremmo che è morto di febbre spagnola nel 1917.

L’Uomo (geloso perso): “Sì, ma guardalo, in porta è una sega.”
Castagna (con occhi sognanti): “Ma per forza, questo non gioca a calcio. Magari, a pallanuoto, è Dio.”
S. (con voce sognante): “Sì… credo di sì.”
Castagna la guarda di sottecchi e tra sé pensa che uno di sedici anni, che ti scrive “scusa il disturbo” quando ti manda un sms di sera tardi, come fidanzato può essere due cose: un imbranato totale alla Woody Allen, oppure, in effetti, Dio. Ma non mi risulta che Woody Allen abbia mai giocato a pallanuoto. Bene, verificheremo.

Due settimane fa non sapevamo che al mattino sembra un gattino, quando dorme tutta raggomitolata. Non ci eravamo resi conto di quanto poco spazio occupi sotto le coperte con il suo corpicino nervoso. Non sapevamo che le piace l’uva bianca, che non era mai stata in una vera discoteca, che era una vita che voleva andare in Francia e che ha la sensazione che se un giorno vedrà Firenze ci vorrà restare per sempre. Non sapevamo che poteva passare dalla piccola tamarra di strada all’altezzosa spandimerda dei quartieri bene semplicemente varcando la soglia di un negozio, che poteva essere una macchina da guerra nei lavori di casa ma non sa cosa siano le verdure ripiene, né che poteva avere bisogno di carezze tra i capelli per addormentarsi.

Due settimane fa non aveva ancora detto “Avrei troppo dovuto esserci, al vostro matrimonio”, io non avevo risposto “Eh, allora tu avevi 4 anni e non vivevi nemmeno in Italia” e non eravamo ancora state un attimo con il fiato sospeso a valutare quanto è PAZZESCO che ora siamo qui insieme.

Insomma. Due settimane fa giocavamo a “forse questa ragazzina ci verrà temporaneamente affidata, per ora la portiamo un po’ in giro con noi”. Adesso vorrei vedere la fine che farebbe chi avesse il coraggio di provare a levarcela.






*nomi di fantasia

**a titolo esemplificativo

***sms realmente ricevuto. “Scusa il disturbo” ha mandato totalmente in visibilio la neomadre, che solo per quello gli ha già assegnato 12.000 punti sulla scala dei possibili generi.

sabato 20 luglio 2013

Teenage horror stories


 

S. "Poi posso farmi un piercing? Santa Maria degli Orfanelli m'ha detto di chiedere il vostro parere. Volevo farmi il brillantino al naso..."

C. "Ecco... senti un attimo, Uomo?"

U. (dall' altra stanza) "Sto sentendo."

S. "Posso?"

U. (dall' altra stanza) "NO"

S. "Ma dai è bellissimo... Per favore?

C. "Guarda, io non sono talebana su queste cose. Ma se ti fai un buco in faccia l'Uomo ti romperà i coglioni tutti i santi giorni più volte al giorno, che gli fa schifo che ti sta malissimo etc etc."

S. (all'Uomo): "Davvero non vuoi?"

U. (dall' altra stanza) (silenzio)

S. "Davvero non posso? Eh? Dai!"

U. (dall' altra stanza) (silenzio)

S. "Uomo? Non vuoi che mi faccio il brillantino?"

U. (dall' altra stanza) "Uhm... fammici pensare? NO"

S. "Ma solo il brillantino... poi a diciotto anni mi faccio l'anello al labbro"

C. "NO L'ANELLO AL LABBRO NO"

U. (dall' altra stanza) "Uahahahah. NON. CI. PENSARE. NEMMENO"

S. "Maddaaaaaiiiii"

C. "Allora, il brillantino è bello, sono d'accordo. Ma il labbro sinceramente fa senso anche a me."

S. "E l'ombelico?"

U. (dall' altra stanza) "NO-OOO, ho detto NO"

C. "A me tra tante cose che una donna può farsi l'ombelico sembra il più bello, anche perchè quando non vuoi non lo mostri, non è un buco in faccia, ma sentimi bene S., se ti fai fare una cosa del genere andiamo in un negozio specializzato, e prima che qualcuno ti metta le mani addosso io ESIGO di vedere tutti i permessi sanitari e i controlli dell'igiene firmati..."

U. (dall' altra stanza) "Ho. Detto. Di. NO"

C. "...e comunque, l'Uomo non è d'accordo"

S. "Ma uffffffa."

(e vi risparmio la parte sui tatuaggi)

 

Più tardi nel pomeriggio (Uomo assente per commissioni):

S. "...poi a me un'altra trasmissione che piace tantissimo è il Grande Fratello, io da grande voglio assolutamente andarci!"

C. (con voce metallica) "S."

S. "Cosa c'è?"

C. "Guarda. No. Senti. Dunque. Fatti tutti i buchi in faccia che vuoi. Ma al Grande Fratello, tu, se vivi in questa casa, non ci andrai."