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venerdì 16 maggio 2014

Sorci verdi


E' che poi, quando arrivano, i nostri non è che siano problemi normali.



Okay, reduce da un'entusiasmante (...) festa della mamma, provo a mettere giù in parole semplici quel che sta succedendo.



Punto uno, qua in questo momento di entusiasmante c'è poco.

Di colpo, senza motivi apparenti, due settimane fa la nostra bella, sorridente e affettuosa ragazzina dalla testa dura come il basalto è stata improvvisamente rapita dagli alieni e sostituita con una bella, scontrosa e agitatissima ragazzina. Dalla testa dura come il travertino.



Arriva il lunedì, di due settimane fa appunto, a pranzo, dopo aver combinato non si sa quale casino, e essere andata a scuola quasi all'ora di uscita. Sputa veleno sulla comunità, che è colpa loro che non l'hanno svegliata e poi che è ancora colpa loro che non l'hanno accompagnata. La versione della responsabile Saint Mary of the Orphans è un po' diversa, ovviamente.



Non riusciamo, da due settimane, a farci sputare il rospo.

Non si sa cosa sia successo, lei è cambiata.



Il martedì cerca di spiegare a sua madre, che sarei io, e che accidentalmente di mestiere fa la professoressa ed è sposata con un professore, che le giustificazioni delle assenze non sono necessarie e quindi niente diario e niente libretto. Ci scontriamo come ai bei vecchi tempi e finisce con lei che zitta e muta al pomeriggio viene da me accompagnata in comunità, dove fa saltar fuori diario e libretto misteriosamente dimenticati per settimane. Ma non è chiusa lì, e della scuola se ne ridiscute anche il lunedì successivo. E oggi. E a metà settimana scorsa. E via sms, bigliettini, etc. Il massimo si tocca quando lei decide di spiegarmi con aria di sufficienza che il fatto che settembre ottobre novembre siano stati mesi liscissimi, in cui non ha perso un giorno di lezione... beh, quello “era un periodo” della sua vita.

Questa me la segno. Le spiegherò in caso di bisogno che anche le vacanze dell'estate scorsa, il cellulare e vedere il fidanzato sono stati “un periodo”.



Prima medaglia del mese, guadagnata per non averle esploso la testa con un ceffone atomico.



Ma fossero solo questi i problemi. La Princi adesso ha regolare ricetta per pillola contraccettiva, che regolarmente assume. E regolare fidanzato, con cui pratica regolare attività copulatoria non si sa bene dove (siamo in attesa di scoprirlo da una telefonata dei carabinieri, temo). Non potendomi preoccupare proprio di tutto, avevo deciso di confidare che questi adolescenti non automuniti dispongano di posti adatti allo scopo, dove non si fanno beccare; comunque, per quanto lo zio Visconte (che ha un figlio adolescente maschio) abbia insistito, no, le psicologhe in coro (la sua e la mia) non sono d'accordo che lasciamo libera casa nostra o l'ufficio (dove peraltro abbiamo un'amica che riceve gente in studio, una Fata che va a pulire e una segretaria che ha le chiavi). E non è che noi ne avremmo molto piacere, del resto.



In ogni caso l'esistenza della pillola e la sua assunzione erano sufficienti a farmi dormire la notte. Infatti dormivo profondamente quando il fidanzatino Bimbominkia (che poi, più ci parlo e meno mi pare Bimbominkia, a parte l'abbigliamento) ci ha allertato via sms che la Princi fa strani discorsi di maternità e che lui teme che con la pillola non sia precisa. Volutamente.



Da allora la mia vita si divide in due come quella di Peter Parker, di Superman e degli altri personaggi che celano un'identità nascosta. Di giorno, quando lei è presente, sono la mamma, e affronto la scuola, le sigarette, i piccoli problemi organizzativi, le richieste di attenzione, etc. Di notte e ogni volta che lei non c'è, sono il ritratto della disperazione e ho segreti contatti con tutta l'équipe incaricata di prevenire le disgrazie apocalittiche che potrebbero capitarci tra capo e collo. Inoltre, messaggio segretamente con il Bimbominkia. E pratico un dolorosissimo, difficilissimo allenamento al distacco da questa personcina complicata e poco sana che ci siamo messi in casa.



Perchè è chiaro come il sole che questo voler essere la madre nella sua famiglia ideale è un aspetto patologico, che deriva dalla sua malatissima relazione con la famiglia di origine, e dobbiamo metterci nell'ottica che se, per qualche motivo, dovesse cercare di rovinarsi la vita con una gravidanza mentre è ancora minorenne e coi documenti incasinati, automaticamente farebbe saltare anche l'affidamento.



Oltre al fatto che nessuno ha preso in considerazione come reagiremmo noi, anche in assenza di problemi di tutela legale, a una cosa come questa.



E' difficile parlare di questa situazione, e naturalmente non mi metto qui a spiegare come e perchè certe idee possano prendere in qualche modo piede nel suo cervellino pieno di confusione. Né delle implicazioni legali, morali, affettive, personali, etc etc etc etc che avrebbe per noi il renderci conto di non avere più modo né tempo di farle avere quell'esperienza di essere figlia, accudita e educata, che le manca.



Ho parlato al singolare, sopra, ma l'Uomo c'è dentro fino al collo. Il punto che distingue me da lui è che lui, dopo la fuga di dicembre, aveva ridimensionato parecchio le sue aspettative nei confronti della Princi. Io no. Anzi. Quindi ho preso una doccia gelata da fermarmi il battito cardiaco.



Non è che non capisca che lei non lo fa con malizia, di coltivare desideri distorti, non è che la psicologa non fosse stata chiara sui danni che si porta dentro chi viene da una famiglia come quella che, purtroppo, la Princi ha avuto prima della comunità e di noi.



Non è neanche che sia tutto perduto. Il Bimbominkia mi rassicura dicendo che lei a volte parla tanto per parlare. La psicologa dopo il loro colloquio mi ha detto “brava, signora, complimenti” e non mi ha spiegato perchè, ma non credo fosse una battuta. L'assistente sociale ha fatto alla Princi un quadro preciso di cosa le succederebbe se “per sbaglio” iniziasse una gravidanza ora: comunità madre- bambino, figlio dato automaticamente in adozione, etc.



Purtroppo, però, come da disposizioni superiori dell'équipe, e per parare il fondoschiena al ragazzino, che ci ha chiesto di non dirle niente, di questo desiderio malatissimo di metter su famiglia subito non abbiamo ancora parlato io e lei (e forse da un lato sarebbe meglio non dover nemmeno arrivare a parlarne), né lei e l'Uomo. E io mi porto questo fardello e riesco incredibilmente anche a lavorare, mangiare e non aggredire la gente al supermercato o per la strada (ma non a dormire).



E io posso anche fare quella che si fida. Purtroppo non della Princi, ma dell'équipe che la segue. E di mio marito, che comunque sta cercando di tenere dritto il timone della nave, mentre io mi sporgo fuoribordo a vomitare anche l'anima, in mezzo ai marosi.



Però mi rendo conto che, per la prima volta da quando questa cosa è iniziata dieci mesi fa, ora realizzo che potrebbe davvero andare a finire male. Non come pensavo dopo dicembre, con gli assistenti sociali che ci levano la Princi. Ma proprio con noi tre che non riusciamo, non possiamo, non vogliamo andare avanti.



Non aiuta per niente il fatto che la Princi da qualche giorno dica platealmente a tutti (la psicologa, le assistenti sociali, il fidanzato, e oggi anche a me) che non ci racconta più tutto perchè non si fida come prima.

Né che reagisca con il solito cubo di travertino durissimo che ha al posto della testa a qualsiasi nostra richiesta che non le piaccia.



Né che, mentre noi con il cuore in mano la pregavamo di non tenerci fuori dai suoi problemi, ci abbia cacciato un sacco di palle. E sappia che noi lo sappiamo. E se ne sbatta.



Se ci mettete che per quattro giorni su cinque, questa settimana, siamo sole io e lei, e che lei, sebbene io ora sia più preparata di prima e più facile ad averla vinta, comunque quando non c'è l'Uomo mi fa ogni volta sputare litri di sangue impuntandosi sulle cose più semplici...



E, terrore nero, l'Uomo è via per tre giorni in gita scolastica, fuori Italia, il che significa che qualunque cosa succeda qui non torna fino a venerdì notte.



Se arrivo dall'altra parte della settimana senza che lei sia scappata di casa, senza che io le abbia girato la testa di 180 gradi con una sberla, senza che le abbia spiattellato che so tutto dei suoi malatissimi mezzi progetti di fregare se stessa, il fidanzato, noi e un povero neonato innocente, è tanta manna.



Se non ci arrivo, beh, sentite. Sono un essere umano. Sono un essere umano deluso, ferito, agitato e impotente. Lei è meravigliosa e apocalittica, e questo purtroppo lo sapevamo dall'inizio. Io ho un caratteraccio, e anche questa non è una sorpresa. Eccetera.



E comunque da ieri notte sto fantasticando che verso metà settimana, complici le palpitazioni, l'insonnia e la gastrite, io cada a terra fulminata da un malore e ciò mi permetta di 1) essere ricoverata 2) far tornare l'Uomo con il primo aereo e 3) tenere lei saldamente incollata al capezzale della madre moribonda per qualche ora, così almeno so dov'è.



Cristo. Che quadro.


venerdì 9 maggio 2014

Magari fosse solo la mancanza di tempo.

Lo so. Non scrivo da tempo. E' che proprio non ce la faccio.

Abbiamo dei Problemi, con la P maiuscola.

E la settimana prossima l'Uomo parte per la Germania, e ogni nodo verrà al pettine mentre lui non ci sarà.


 

mercoledì 22 gennaio 2014

Molto pieno, incredibilmente vuoto

Ricostruzione, per quanto possibile minuziosa, degli eventi intercorsi nelle ultime settimane, dal punto di vista di Castagna

Avvertenza: qui dentro ci sono i fatti, non i sentimenti. L’evoluzione avvenuta in me, nell’Uomo e nella Princi in queste settimane non è spiegabile in questa sede. E comunque è ancora in corso di svolgimento.

Dopo una giornata infinita e dolorosa, la sera dell’otto gennaio sono finalmente nel mio pied-à-terre di Genova, sola, e ho appena fatto un certo numero di telefonate personali, che mi hanno dato un minimo di energia, nonostante tutto.

Mi faccio forza e chiamo anche la Princi, che non sento da settimane salvo la telefonata tristissima di Natale e un sms di Capodanno (cui lei non ha risposto). Siamo autorizzati a sentirla, e lei a chiamarci, già da cinque giorni, ma non ce la siamo sentita, nessuno di noi. Le ho mandato forse uno o due messaggi, piuttosto cupi a dire il vero, facendomi un brutto autogol perché lei non ha mai risposto e io ho passato la notte a controllare il telefono.

Comunque, non ci sono santi, mio padre è morto e io glielo devo dire, di persona. Telefono. Lei lascia squillare senza rispondere. Ovviamente dopo non richiama.

Il giorno dopo arriva un sms dal Bimbominkia. Ti faccio le condoglianze per tuo papà, ti abbraccio, cuoricino. Io quasi svengo, per due ottimi motivi: il Bimbominkia sa che a casa nostra non lo vediamo niente bene, ma scrive lo stesso. E se lo sa lui, che mio padre è mancato, vuol dire che gliel’ha detto lei. Ergo, lei l’ha saputo da Santa Maria degli Orfani e non mi ha scritto neanche crepa.

Ringrazio di cuore il Bimbominkia, mentre il mio cervello elabora queste informazioni. Al che, il temerario quindicenne attacca a messaggiarmi. Che lei ci vuole bene e le manchiamo tanto ma è arrabbiata e confusa, che lei non ce la fa a fare il primo passo perché è orgogliosa, che la comunità non le fa bene e che lui vorrebbe tanto che lei stesse con noi. E non dirle che ti ho scritto per favore eh.

Risultato. Io chiamo il Bimbominkia e stiamo 40 minuti al telefono. A ricostruire che cazzo hanno combinato la notte del 16 dicembre, che passa per la testa alla Princi, che succede a noi che da “genitori affidatari” (nomignolo di fantasia, visto che i documenti, in Italia, si fanno sempre con calma) all’improvviso siamo diventati fin troppo realisticamente il signore e la signora Nessuno, e dobbiamo obbedire anche all’usciere dell’ASL e al passacarte del tribunale per ciò che riguarda nostra figlia.

Finiamo per salutarci con rispetto e gratitudine, e io, mettendo giù, resto sola con il pensiero che persino l’aborrito Bimbominkia ha più palle della Princi, che è arrabbiata (lei) e che mi lascia senza neanche un sms quando io perdo papà… alla faccia dell’arrabbiato…

Ma appena chiudo la telefonata, sotto trovo un messaggio. E’ la Princi che mi fa le condoglianze e mi dice che mi è vicina e mi vuole bene. Scrive da un telefono non suo. Io guardo l’ora, sta per entrare a scuola perché ha il pomeriggio, e le scrivo grazie, ti chiamo alla fine della scuola dopo il rosario di mio padre.

Cosa che poi faccio, corroborata da un non sono a scuola perché non sto bene (prova finale che il Bimbominkia mi ha davvero contattato di testa sua, e non era con lei che lo teleguidava per farci sapere le cose per interposta persona), chiama quando vuoi. Allora sotto gli alberi del parcheggio della casa di riposo la chiamo, rompiamo finalmente il ghiaccio, le racconto delle ultime brutte giornate, della De che è stata male, lei mi racconta dello stage, della comunità, della sua salute, chiude con ti voglio bene.

Passa una settimana e comunque lei ai messaggi, a questo punto quotidiani, che le mando, non risponde più. Finchè io le scrivo che dobbiamo sbloccare la cosa, che non possiamo rimanere così. Silenzio. Allora arrivo a scriverle: chiederò agli assistenti sociali di vederti. Ma tu vuoi vedere me?

Risposta: certo che voglio vederti.

Seguono due o tre giorni in cui:

- l’assistente sociale mi nega il permesso di vederla finchè non ho parlato con la psicologa

- mio marito mi dice che lui non vuole essere coinvolto

- la Princi prende coraggio e prova lei stessa a fissare un appuntamento

- io evito consapevolmente di parlare dell’Uomo e di parlare al plurale

- io evito consapevolmente di chiamare Santa Maria degli Orfani

- io cammino a un metro e mezzo da terra al solo pensiero di vederla

- io mi torturo perché temo che l’Uomo non voglia più saperne di lei e che io resti come già molte altre volte presa in mezzo a decisioni altrui sulla mia possibilità di avere dei figli

- io cerco di mantenere la calma, di non pressare l’Uomo che è veramente provato, e però di difendere i miei spazi, dicendo che se necessario trasformeremo il percorso da più o meno adottivo a solo affidatario e anche al singolare, ma che io non voglio lasciar perdere, almeno per parte mia.

Tutto questo, e MOLTO altro, viene raccontato da me alla psicologa del tribunale dei minori che mi tiene DUE ORE E MEZZO giovedì pomeriggio e, sostanzialmente, mi fa sentire capita, confermata nelle mie idee e scelte, e appoggiata. Mi si dice anche qualcosina del lavoro fatto nel frattempo con la Princi, ed è abbastanza rassicurante.

Poi ci torniamo insieme io e l’Uomo, il venerdì e sono ALTRE due ore e mezzo di colloquio, in cui si nota che per destrutturare le mie difese ci vogliono 30 minuti, per aprire una breccia nella maschera di sicura freddezza dell’Uomo ce ne vogliono 130. Praticamente solo nell’ultimissima parte del colloquio assisto affascinata al pieno trionfo della psicologa, che ha impacchettato l’Uomo in una ragnatela con le sue stesse parole e ora, con tutta serenità, gli pratica un’incisione da cui inizia a uscire la verità.

L’Uomo esce dal colloquio destrutturato alla grande, ai punti che non riesce neanche a formulare una frase intera su dove ha parcheggiato la macchina. Ma dai suoi occhi si vede che sta meglio.

Alla sera mi regalo una telefonata con la Princi. E finalmente lei trova il coraggio di mandare un messaggio affettuoso all’Uomo, come stai mi manchi ti vorrei abbracciare, e l’Uomo, udite udite, le risponde la verità, sono tanto stanco è tutto difficile mi fido della psicologa.

Mettiamola così. E’ un ginepraio di casini, ma almeno la psicologa c’è capitata davvero brava.

E forse anche noi siamo bravi, tutti e tre, forse avremo prima o poi un piccolo riconoscimento per essere sopravvissuti, tutti e tre, a questo mese.

lunedì 6 gennaio 2014

Bel bilancio, non c'è che dire


E venne l'ultimo giorno delle più disastrate vacanze di Natale mai viste.

Bilancio. Siamo entrati in queste ferie con: la Princi riportata di peso in comunità dopo il suo grave colpo di testa, mio padre in fin di vita, il cane con un occhio glauco e gonfio. Usciamo da queste vacanze con: la Princi in comunità, mio padre in fin di vita, il cane senza un occhio.

Il periodo intermedio si divide in due. Prima del 2 gennaio, e dopo il 2 gennaio.

Inizialmente c'è stata solo la sensazione, fin troppo ovvia, che un uragano di sfiga in buona parte assolutamente gratuito si fosse appena abbattuto sulle nostre spiagge, e che fosse impossibile decidere le priorità da cui ripartire, in mancanza di un'unità di crisi funzionante. Questo è stato vero soprattutto per le prime giornate, in cui l'Uomo doveva ancora occuparsi di Hastiwood e io ero appena stata paracadutata di nuovo nell'incubo dell'andare e venire dal letto di mio padre al resto della mia vita.

Poi, almeno, io e l'Uomo eravamo insieme. E allora, prima del 2 gennaio, abbiamo fatto del nostro meglio per essere noi stessi la nostra unità di crisi, assumendo il mio metodo: eliminare più cose possibile, ridursi all'osso, curare la sopravvivenza da un'ora all'altra.

Devo dire che, dopo anni di manrovesci della sorte, soprattutto per quanto riguarda la salute di mio padre, sono abbastanza capace di cogliere i segnali di cedimento e prevenirlo, o tamponarlo se è inevitabile. Da cui le mie asserzioni, come: “Io non posso portare il cane a farsi operare. Perchè devono TOGLIERLE UN OCCHIO e io sono sicura che questa cosa per me sarà il colpo di grazia, con quello che già vedo ogni giorno in casa di riposo. Io non posso occuparmi di lei dopo l'intervento, perchè adesso per come sono messa già non mangio e non dormo, non posso anche svenire ogni volta che deve fare un'iniezione. Io NON VOGLIO essere presente quando questa cosa succede.”

Non penso che per l'Uomo sia stata una passeggiata, ma alla fin fine è andata proprio così: io sono rimasta a Genova a reggere mia madre che reggeva mio padre, lui è andato a Asti e ha retto intervento e convalescenza del cane. Io non ho sbroccato, lui nemmeno. Il cane è senza un occhio ma sta bene, e l'unica cosa che non ha funzionato è stata la decisione di lasciarla dormire sul divano. Butteremo via il divano, perchè, altro che di pipì di cane, il cuscino su cui ha dormito odora di pipì di cane imbottito di anestetico. Ma tanto dovevamo cambiarlo, e all'Ikea ci sono i saldi.

Il 2 gennaio sono successe le seguenti cose: mio padre è quasi soffocato, il cane è stato operato e dalla comunità ci hanno fatto sapere che possiamo riprendere a sentire e vedere la Princi.

Così c'è stato il dopo: mio padre ha avuto una strana e terribile ripresa, direi la terza o quarta da quando siamo entrati in questa situazione.

Mia madre, nel vedere la crisi di soffocamento e poi la ripresa, ha sbarellato, e come darle torto.

Il cane ha dormito due giorni, sorvegliato a vista dall'Uomo che cercava malamente di rimediare al danno sul divano.

Io ho vissuto 24 ore di intensa e profonda speranza, data dalla comunicazione che potevamo sentire la Princi. Salvo accorgermi che, tutto sommato, avrei di gran lunga preferito che chiamasse lei. E che, telefonandole io, non avrei saputo cosa dire di diverso da “come stai?/c'è qualcosa che vuoi dirmi?” che sono le mie battute tipo di inizio telefonata da quando è successo tutto il casino. E finchè lei risponde di no alla seconda domanda, per me il discorso può solo arenarsi.

Così ho posticipato, prima motivazione: la sera in cui me l'hanno detto venivo dalla giornata più pesante di tutte. La sera dopo ero sola e invece volevo prima parlarne con l'Uomo. E infine, la terza e quarta sera ero con l'Uomo, ma nessuno dei due se l'è sentita. Oggi ho finalmente chiamato Santa Maria degli Orfani. Come preludio a chiamare la Princi. Credo.

Non è facile prendere la decisione di chiamarla. Non è facile perchè non siamo sicuri di cosa può capire lei, da questa iniziativa. Non è facile perchè siamo in due e nessuno dei due vuol compromettere l'altro facendo o dicendo una cosa nella quale l'altro non si rispecchia. Non è facile perchè, essenzialmente, siamo davanti ad un bivio: dichiariamo fallimento e torniamo alla nostra vita di prima, o ci facciamo coraggio e riproviamo a fondare una famiglia con lei. E non siamo sicuri di cosa ce la sentiremo davvero di scegliere.

Domani però si ricomincia, si ricomincia tutto: la scuola, i contatti con i servizi sociali, gli affari, gli impegni. Il cane ha finito il ciclo di iniezioni, mio padre è sempre lì, a volte più di là che di qua, a volte più di qua che di là, mia madre sembra sia tornata in trincea, ed è giorno feriale. Non ci sarà modo di rimandare ulteriormente molte cose che ho detto a tutti di fare senza di me in questi venti giorni. E sarà necessario anche andare avanti con progetti a lungo termine, pur sapendo che da una settimana all'altra è praticamente impossibile fare previsioni, perchè prima o poi verrà sconvolto tutto, da un altro crollo di mio padre, da un altro crollo di mia madre, da una decisione dei servizi sociali, o da una perdita di tempo dei servizi sociali, da una frase della psicologa o della Princi o mia o dell'Uomo o della mia preside che, lo sappiamo tutti, spera nemmeno troppo segretamente che io torni dalle ferie orfana di padre, così non deve darmi altri permessi familiari.

Alla fin fine mi sembra di poter solo andare avanti ora per ora.

Con le poche e sconfortanti informazioni che ho da Santa Maria degli Orfani a proposito della Princi, di come sta, di cosa fa, di cosa dice, francamente, non so se riportare la sua presenza nelle nostre vite adesso sia una buona cosa, per noi e per lei. E questo, purtroppo, si deve decidere, senza viverselo ora per ora, ma scegliendo se rischiare o no.

giovedì 26 dicembre 2013

Gran bel Natale

Insomma è la mattina di Natale e io sono in cucina a farmi un caffè, sola, alle sei meno dieci. Peraltro dopo essermi svegliata un’ora e mezza fa.

Di per sé, che sia Natale non potrebbe tangermi meno. Ma è che oggi dobbiamo sentire S.

Non è un pensiero rilassante.

Che si può dire a una ragazzina che, dopo un bel weekend passato con parenti appena conosciuti ma adorabili, quali la Cugina Bella e il Giornalista, con ragazzi simpatici quali Bistecca di Drago, Giovane Lupo e Elfo Gnocchissimo, con il Bimbominkia di propria (pessima) scelta, con due genitori molto indaffarati ma anche parecchio sorridenti, di colpo vede i suddetti genitori in difficoltà e li azzanna alla gola?

Che si dice a una ragazzina che ha visto di colpo girare il vento: la scarsa ma stabile salute di mio padre che improvvisamente cede, la mia macchina che mi molla per strada praticamente nello stesso minuto, l’Uomo travolto dall’ultima settimana di festival; e ne ha approfittato subito per impuntarsi e chiedere più cose, più permessi, più pazienza, più disponibilità, più attenzione di quanto normalmente già le viene dato?

Una ragazzina che dopo due giorni di richieste di stare un po’ buona, aspettare il suo turno e, magari, dare una mano, pianta su un casino per un appuntamento con il Bimbominkia (che comunque non le si faceva saltare, eh! Mai sia) e per avere garanzie su quel che potrà fare con suddetto Bimbominkia il giovedì successivo, mentre tu non sai se giovedì tuo padre sarà ancora vivo, se avrai fatto in tempo a vederlo, come farai a gestire questa emergenza e tutto il resto delle cose da fare senza la tua macchina, come gestirai lei e tutto quel che normalmente gestisci senza l’Uomo che sarà impegnato fuori ogni giorno?

Cosa si dice a una ragazzina che, sgridata per il suo comportamento inopportuno e il suo atteggiamento egoista, esce di casa per il suddetto appuntamento e non torna né si fa rintracciare fino alla mattina successiva?

Una ragazzina talmente incosciente da passare la notte con il Bimbominkia al freddo (-7°C) in un mal frequentato parco torinese, e poi talmente vigliacca da non affrontare nessuno al telefono e chiedere di essere ripresa in stazione dall’educatrice della comunità?

Una ragazzina che al ritorno si sente dire che andrà in comunità per decisione dei servizi sociali, e allora all’Uomo fa la scena dello strazio (non mandarmi via non mandarmi via), mentre quando passa da casa con l’educatrice a prendere i vestiti a me riserva solo un trattamento altezzoso, e sostiene ancora di non aver fatto niente di grave?

Detta ragazzina avrà senz’altro molte scusanti date dalla sua storia personale, noi avremo sbagliato alcune cose, ma rimane il fatto che inserirla nella nostra famiglia, ora lo vediamo, è un problema grosso, ma grosso. Molto più grosso di quanto ci eravamo immaginati in questi mesi.

Forse servirà a qualcosa il fatto che la mattina, esausta, stravolta, completamente fuori di me, io abbia strillato in faccia a chiunque fosse disponibile, educatrice, assistenti sociali, psicologa etc. che siamo stati seguiti pochissimo, che non si fa così, che non esiste che mi rimproverino (solo a me, tra l’altro: e l’Uomo dov’era?) di essere orgogliosa e non chiedere una mano, quando da luglio gli assistenti sociali sono riusciti a tirare dicembre senza a) vederci b) sentirci c) fornirci uno straccio di pezzo di carta d) verificare con un incontro d’équipe degno di questo nome come stessero andando le cose a casa nostra, e gli educatori hanno eluso le richieste di vedersi e capirsi un attimo adducendo la scusa a) adesso siamo pieni di problemi e la scusa b) tagliamo il cordone ombelicale. L’unica è stata la psicologa, che c’era la maggior parte delle volte, per S. e per noi, ma che vede sempre le cose in psicologovisione, cioè tanto trauma tanti problemi tanti agiti che denunciano sofferenza etc. E non dico che non abbia ragione, dico solo che nella quotidianità le regole andavano date, le richieste andavano fatte, e la Princi, che finchè va tutto bene è un amore, alla prima esigenza non sua, che non è quest’ultima emergenza di dicembre, ma è partita in novembre con la richiesta di capire che noi non siamo sempre in ferie ma, a tratti, abbiamo periodi di lavoro molto pesanti, ha fatto un gesto talmente sproporzionato e talmente grave da farci rimettere in discussione qualsiasi cosa abbiamo mai avuto in progetto di fare con lei.

Se dicessi che sono solo arrabbiata (no: furiosa) con lei per quel che ha combinato, mentirei. Sto male, e mi manca, e mi sono fatta miliardi di domande e ho paura per lei e per noi, e col senno di poi vorrei aver avuto un cazzo di foglio del tribunale, averla dovuta riprendere in stazione perché non c’era nessun altro che poteva riprenderla, essermela portata a casa e aver fatto, con l’Uomo, quel che NOI ritenevamo opportuno fare con una ragazzina che creava tale genere di casini. Sia in termini di curarla dalla botta di ipotermia quasi mortale che s‘è procurata, sia in termini di metterla in uno di quei castighi che durano mesi e che riguardano contemporaneamente telefono, uscite, fidanzatino, soldi per le piccole spese e regali. Nel senso che ognuna di queste cose avrebbe dovuto riguadagnarsela man mano, dopo aver dimostrato di avere capito, e bene, cosa può e cosa non può permettersi di fare a casa nostra una ragazzina, per quanto difficile e traumatizzata da un brutto passato.

Al tempo stesso, penso, e con l’Uomo ce lo siamo detti molte volte, che sia un bene che la comunità se la riprenda per un po’, che sia un bene che gli assistenti sociali e la psicologa rivedano tutta la situazione nel complesso, che sia un bene che noi due, e anche lei, siamo consapevoli che potremmo anche avere fallito definitivamente nel mettere in pratica il nostro progetto di famiglia.

Ma rimane il fatto che siamo sotto uno choc tale che non so se, come, e quando, potremo mai riprendere questo rapporto con S.

Gli assistenti sociali e gli educatori si sono fatti un bel mea culpa e si sono detti che ora fermiamo tutto; e la psicologa, molto umana, dixit: non ci si può nemmeno telefonare, tranne che a Natale… minchia: a Natale? Che senso ha, chiamarla a Natale, se non posso sentirla ogni giorno e sapere come sta, cosa fa, se mangia, se ci pensa, se piange? Peraltro fino a metà settimana scorsa, quando è stata decretata questa simpatica punizione, l’ho sentita, ed è stato come essere presi a colpi d’ascia.

E l’Uomo?

Ecco, l’Uomo è il peggiore dei miei problemi, in questo momento.

Sta di merda. Ma soprattutto, sta diverso da me. Traduco. Io i primi giorni ero furibonda, ai limiti del pericoloso. Peraltro stavo ore al telefono con tutti i soggetti coinvolti nella vicenda affidamento e chiamavo la Princi una volta al giorno, per dire poche, inutili e sofferte parole. Lui era straziato. Peraltro non chiamava nessuno, forse perché non se la sentiva, forse perché non era mai da solo.

Poi la psicologa ha detto che non posso sentire la Princi nemmeno per telefono, e la cosa s’è ribaltata: io ho iniziato a piangere come una fontana e non ho smesso per giorni, lui si è inferocito e ha dichiarato che non vuole neanche sentirla nominare, quella piccola stronza.

Poi siamo venuti a Genova. Ora io vivo tra casa mia, dove cerco di eludere gli auguri e gli inviti natalizi, e la casa di riposo dove mio padre scende, piano piano, verso il distacco definitivo, svegliandosi ogni giorno per meno minuti, mangiando ogni giorno meno cucchiaini di pappe frullate, usando ogni giorno meno farmaci perché, tanto, non fanno più effetto.

E oltretutto c’è la tempesta di Natale e piove e io voglio solo dormire, ma non ci riesco, di giorno sono triste, di notte incazzata. L’Uomo ha finito il festival ed è tornato così stanco e stressato che gli gira la testa ogni poco, e quindi tra le rare cose utili che realmente faccio cerco di nutrirlo e di stare accoccolata con lui sul divano davanti a film degli anni Ottanta, ma ho paura, perché non vuole, o non può, parlare con me della Princi e del nostro futuro, e io non so cosa pensa e ci sto di merda.

Direi che con questo 2013 è legittimo richiedere di essere definitivamente esonerati dal festeggiare il Natale. Dall’anno prossimo dirò a tutti che, essendo ormai buddhista da mo’, è del tutto inutile che io partecipi a un festa cristiana. E siccome l’anno prossimo sono i 40 dell’Uomo, forse daremo inizio anche a una tradizione nuova per quanto riguarda il suo compleanno. Perché non crediate che, pur sepolta nel mio duplice dolore, io non abbia notato che stasera, con la scusa che “in trentanove anni sarebbe la prima volta che non festeggiamo insieme il tuo compleanno”, mia suocera comunque lo fa salire in auto e andare fino a Arenzano, con la tempesta, e mollandomi da sola a casa, grazie, la sera di Natale, quello stesso Natale che a tutti sembra così importante festeggiare in famiglia.

Diciamo che il mio proposito per l’anno del Signore 2014 si potrebbe anche un attimo individuare nella frase “direi che voi non vi fate tanti problemi a calpestare il prossimo quando volete qualcosa, no? Beh, nemmeno io” e questo si applicherà con particolare ferocia alle donne della mia famiglia: e io che credevo fosse solo mia madre, quella che mi prevaricava. Qui ci si fa pisciare in testa dalle sedicenni maltrattate e anche dalle suocere notoriamente vittimizzate da tutti. E anche basta, grazie, che se un giorno vi sfanculassi io davvero e smettessi di soffrire come un cane per voi, vorrei vedere chi ci mettereste al mio posto.

 

 

 

 

mercoledì 18 dicembre 2013

Non so come dirlo

Per cui mi limiterò alla cronaca.

L'ho sgridata.
Lei è uscita, come era previsto per il pomeriggio. Non è rientrata, però. L'ha presa la Polfer alle 9 del mattino dopo. Che, in effetti, stava rientrando in città.

NON ESISTE NESSUNA FRASE IN GRADO DI DESCRIVERE COME STIAMO IN QUESTI GIORNI.

Però oggi mi è successa una cosa. Sono rientrata al lavoro. Depressa, senza voce, con le mani che mi tremano, mi limito alla sopravvivenza.

Non ho detto niente ai ragazzi. Non hanno idea che il mio stato di prostrazione sia dovuto alla Princi. Ma Bimbo Transfert mi ha portato i libri in sala prof.e la conversazione lungo il corridoio è stata la seguente:
"Allora vuole adottare un bambino, prof?"
"Sì Ale, la sto già adottando, lo sai. Ma diciamo... che ultimamente abbiamo avuto... qualche problemino."
"Cos'è successo?"
"Che è complicato. Che non è facile."
"Lo dice anche mia madre" 
"Sai, devi essere molto gentile con la tua mamma. Perchè fare il genitore è difficile, ma in alcuni casi è più difficile ancora."
"Io a mia madre le dico sempre: mi hai voluto? e adesso mi tieni!"
"Eheh. Questo è vero per tutti i figli!"
"E lei mi risponde: io ti tengo trenta volte."
"Ha ragione. Ha ragione."

Poi l'ho abbracciato.