Così mi immaginavo di fronte alla psicologa che doveva farci il colloquio iniziale per l'adozione, il 21 novembre del 2011.
Domani ci sarà il colloquio con lì'intero team per decidere che fare di noi e della Princi. Partecipanti: io e l'Uomo, la psicologa del tribunale, l'educatrice e l'assistente sociale, la responsabile della comunità.
Immagino all'incirca questa scena.
Solo che io NON SARO' Ripley con Newt in braccio. IO SARO' L'ALTRA.
giovedì 20 febbraio 2014
sabato 1 febbraio 2014
Il mare di Cortés
Quando
ero una ragazzina avevo un romanzo che amavo molto. Si intitolava “La
ragazza del mare di Cortés”. La storia era quella di una ragazza
messicana che viveva con il nonno, una specie di Heidi dall'altra
parte del mondo, e si immergeva nell'oceano per pescare pesce,
ostriche o altri molluschi, e fare lunghe nuotate in solitaria. Poi
incontrava una manta gigante ferita da una rete da pesca, la curava,
e diventavano amiche, l'enorme bestia le permetteva di nuotare vicina
e la trasportava sulle proprie ali in viaggi meravigliosi.
Io
ero una bambina solitaria, amavo sparire per ore nella natura e fare
amicizia con animali improbabili, e al mare nuotavo fino a sfinirmi.
Quel romanzo sembrava scritto per me. Ricordo interi brani quasi a
memoria, per esempio quello in cui a Paloma viene un crampo
fortissimo che le paralizza le gambe, mentre le correnti la
trasportano lontano dalla riva, e lei mette in pratica tutto quello
che sa sul mare e sul corpo umano per sopravvivere. Ricordo la luce
del sole sulle acque scintillanti, il sale sulla pelle e la
gigantesca ombra delle ali della razza, come se tutto quel che ho
letto su quelle pagine mi fosse successo veramente. Ci penso spesso.
E' uno dei miei luoghi dello spirito, che conosco pur non essendoci
mai stata, come il Cile di Isabel Allende, il cortile di “Un albero
cresce a Brooklyn”, il giardino segreto di Mary, le brughiere di
Jane Eyre, il Kenya di Karen Blixen.
Stasera
pensavo a quel che sto facendo adesso della mia vita, e mi è venuto
in mente il mare di Cortés, perchè quel che sto facendo adesso è
pescare perle.
Ci
vuole la stessa pazienza, la stessa resistenza all'apnea. La stessa
capacità di sopportare i tagli che i bordi delle ostriche fanno
sulle mani mentre le stacchi dagli scogli, e il dolore del sale che
li fa bruciare e guarire al tempo stesso. La stessa rassegnazione
nell'aprire i gusci e trovarci a volte solo sabbia, o niente del
tutto. La stessa cura nel mettere via le piccole perle lucidate.
Io
il venerdì mi metto in macchina e guido, vado a parcheggiare in una
strada brutta e grigia di Torino, e passo davanti alla casa dove la
Princi viveva, alla scuola dove studiava, ai giardinetti dove giocava
prima che la togliessero alla sua famiglia. Poi vado nel palazzo
dell'ASL e mi siedo sulla stessa sedia su cui era lei due giorni
prima, e a volte mi sembra di assomigliarle anche nel modo di stare
seduta. E faccio colloqui di due ore, due ore e mezza, con la sua
psicologa, e riporto indietro piccole perle irregolari, lucenti, che
sono le poche cose che la psicologa mi dice di lei, di come sta, di
cosa dice.
Oggi
per la prima volta mi ha visto piangere. Ma le perle che ho portato a
casa stavolta ha voluto vederle anche l'Uomo. Non è stata
un'immersione a vuoto.
Poi
il lunedì io trovo una scusa per mandare a Santa Maria degli Orfani
o alle SS un messaggio e aggrapparmi a qualsiasi cosa. Una data. Una
cosa da fare per la sua scuola. Un'informazione su dov'è e cosa fa.
E tiro su gusci taglienti e vuoti, spesso.
Poi
ogni tanto riesco a comunicare con lei. Via sms, di solito. E non
posso scavare perchè lei tace appena non se la sente più. E io
resto con il cellulare acceso e nella notte allungo la mano nel buio,
per vedere se c'è la bustina del messaggio che aspetto.
E
poi ogni tanto io e l'Uomo parliamo di lei. E ogni tanto parte da
lui, e per me è un balsamo sulle ferite.
E
poi io metto tutte queste piccole perle che ho preso in fila, quelle
più grandi, quelle più piccole, quelle un po' storte, quelle un po'
opache, e le guardo.
domenica 26 gennaio 2014
Molto bene
Mi sono sbattuta come il latte del
cocco per vederla, per poterla sentire, per parlare con lei, per
parlare di lei, per parlare del suo futuro. Sono riuscita a
riabbracciarla.
Ho parlato con la responsabile della
comunità e dettato alcune regole io, e quando ha ripreso la solita
solfa del “ma comunque, Castagna, stai serena” le ho ringhiato
“guarda, sono tranquillissima, ma non sono tanto sorridente, no, e
mi scuserai, ma siamo in un bel ginepraio.”
Ho fatto quel che stava in mio potere e
l'ho fatto fino in fondo.
Ora, supponiamo per un attimo che io
faccia tutto ciò, e dopo 48 ore scarse mi renda conto che non ci
sarà per il momento, che non ci sarà forse mai, un secondo
appuntamento per stare un po' insieme.
mercoledì 22 gennaio 2014
Check list
Telefonate a destra e a manca per chiedere di contattare e vedere la Princi XXXXXXXXXXXXXXX
Messaggi alla Princi per sondare il terreno XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX
Ricerca info sull'iscrizione della Princi per l'anno prossimo XXXXXXXXX
Tentativi di parlare con l'Uomo della Princi e di noi come famiglia della Princi
XXXXXXXXXXXXXXXXXXX
Tentativi riusciti di parlare con l'Uomo della Princi e di noi come famiglia della Princi X X
Panciate di nervoso con l'educatrice del Tribunale dei Minori X X
Panciate di nervoso con la responsabile della comunità XXXX
Panciate di nervoso con l'assistente sociale NESSUNA (ella non comunica se non attraverso l'educatrice)
Colloqui estenuanti con la psicologa del TM X X (5 h totali)
Colloqui con la mia psicologa NESSUNO (gnaa facevo)
Discorsi seri sul futuro di questo affidamento con amici, conoscenti e parenti X X X X X X X
Discorsi seri sul futuro di questo affidamento da me non richiesti X X
Lutto e senso di solitudine 65%
Scazzo 27,5 %
Stanchezza 2%
Autoironia e sdrammatizzazione 3,5%
Speranza di cavare qualcosa di buono da questo periodo di merda 2%
Messaggi alla Princi per sondare il terreno XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX
Ricerca info sull'iscrizione della Princi per l'anno prossimo XXXXXXXXX
Tentativi di parlare con l'Uomo della Princi e di noi come famiglia della Princi
XXXXXXXXXXXXXXXXXXX
Tentativi riusciti di parlare con l'Uomo della Princi e di noi come famiglia della Princi X X
Panciate di nervoso con l'educatrice del Tribunale dei Minori X X
Panciate di nervoso con la responsabile della comunità XXXX
Panciate di nervoso con l'assistente sociale NESSUNA (ella non comunica se non attraverso l'educatrice)
Colloqui estenuanti con la psicologa del TM X X (5 h totali)
Colloqui con la mia psicologa NESSUNO (gnaa facevo)
Discorsi seri sul futuro di questo affidamento con amici, conoscenti e parenti X X X X X X X
Discorsi seri sul futuro di questo affidamento da me non richiesti X X
Lutto e senso di solitudine 65%
Scazzo 27,5 %
Stanchezza 2%
Autoironia e sdrammatizzazione 3,5%
Speranza di cavare qualcosa di buono da questo periodo di merda 2%
Molto pieno, incredibilmente vuoto
Ricostruzione, per quanto possibile minuziosa, degli eventi intercorsi nelle ultime settimane, dal punto di vista di Castagna
Avvertenza: qui dentro ci sono i fatti, non i sentimenti. L’evoluzione avvenuta in me, nell’Uomo e nella Princi in queste settimane non è spiegabile in questa sede. E comunque è ancora in corso di svolgimento.
Dopo una giornata infinita e dolorosa, la sera dell’otto gennaio sono finalmente nel mio pied-à-terre di Genova, sola, e ho appena fatto un certo numero di telefonate personali, che mi hanno dato un minimo di energia, nonostante tutto.
Mi faccio forza e chiamo anche la Princi, che non sento da settimane salvo la telefonata tristissima di Natale e un sms di Capodanno (cui lei non ha risposto). Siamo autorizzati a sentirla, e lei a chiamarci, già da cinque giorni, ma non ce la siamo sentita, nessuno di noi. Le ho mandato forse uno o due messaggi, piuttosto cupi a dire il vero, facendomi un brutto autogol perché lei non ha mai risposto e io ho passato la notte a controllare il telefono.
Comunque, non ci sono santi, mio padre è morto e io glielo devo dire, di persona. Telefono. Lei lascia squillare senza rispondere. Ovviamente dopo non richiama.
Il giorno dopo arriva un sms dal Bimbominkia. Ti faccio le condoglianze per tuo papà, ti abbraccio, cuoricino. Io quasi svengo, per due ottimi motivi: il Bimbominkia sa che a casa nostra non lo vediamo niente bene, ma scrive lo stesso. E se lo sa lui, che mio padre è mancato, vuol dire che gliel’ha detto lei. Ergo, lei l’ha saputo da Santa Maria degli Orfani e non mi ha scritto neanche crepa.
Ringrazio di cuore il Bimbominkia, mentre il mio cervello elabora queste informazioni. Al che, il temerario quindicenne attacca a messaggiarmi. Che lei ci vuole bene e le manchiamo tanto ma è arrabbiata e confusa, che lei non ce la fa a fare il primo passo perché è orgogliosa, che la comunità non le fa bene e che lui vorrebbe tanto che lei stesse con noi. E non dirle che ti ho scritto per favore eh.
Risultato. Io chiamo il Bimbominkia e stiamo 40 minuti al telefono. A ricostruire che cazzo hanno combinato la notte del 16 dicembre, che passa per la testa alla Princi, che succede a noi che da “genitori affidatari” (nomignolo di fantasia, visto che i documenti, in Italia, si fanno sempre con calma) all’improvviso siamo diventati fin troppo realisticamente il signore e la signora Nessuno, e dobbiamo obbedire anche all’usciere dell’ASL e al passacarte del tribunale per ciò che riguarda nostra figlia.
Finiamo per salutarci con rispetto e gratitudine, e io, mettendo giù, resto sola con il pensiero che persino l’aborrito Bimbominkia ha più palle della Princi, che è arrabbiata (lei) e che mi lascia senza neanche un sms quando io perdo papà… alla faccia dell’arrabbiato…
Ma appena chiudo la telefonata, sotto trovo un messaggio. E’ la Princi che mi fa le condoglianze e mi dice che mi è vicina e mi vuole bene. Scrive da un telefono non suo. Io guardo l’ora, sta per entrare a scuola perché ha il pomeriggio, e le scrivo grazie, ti chiamo alla fine della scuola dopo il rosario di mio padre.
Cosa che poi faccio, corroborata da un non sono a scuola perché non sto bene (prova finale che il Bimbominkia mi ha davvero contattato di testa sua, e non era con lei che lo teleguidava per farci sapere le cose per interposta persona), chiama quando vuoi. Allora sotto gli alberi del parcheggio della casa di riposo la chiamo, rompiamo finalmente il ghiaccio, le racconto delle ultime brutte giornate, della De che è stata male, lei mi racconta dello stage, della comunità, della sua salute, chiude con ti voglio bene.
Passa una settimana e comunque lei ai messaggi, a questo punto quotidiani, che le mando, non risponde più. Finchè io le scrivo che dobbiamo sbloccare la cosa, che non possiamo rimanere così. Silenzio. Allora arrivo a scriverle: chiederò agli assistenti sociali di vederti. Ma tu vuoi vedere me?
Risposta: certo che voglio vederti.
Seguono due o tre giorni in cui:
- l’assistente sociale mi nega il permesso di vederla finchè non ho parlato con la psicologa
- mio marito mi dice che lui non vuole essere coinvolto
- la Princi prende coraggio e prova lei stessa a fissare un appuntamento
- io evito consapevolmente di parlare dell’Uomo e di parlare al plurale
- io evito consapevolmente di chiamare Santa Maria degli Orfani
- io cammino a un metro e mezzo da terra al solo pensiero di vederla
- io mi torturo perché temo che l’Uomo non voglia più saperne di lei e che io resti come già molte altre volte presa in mezzo a decisioni altrui sulla mia possibilità di avere dei figli
- io cerco di mantenere la calma, di non pressare l’Uomo che è veramente provato, e però di difendere i miei spazi, dicendo che se necessario trasformeremo il percorso da più o meno adottivo a solo affidatario e anche al singolare, ma che io non voglio lasciar perdere, almeno per parte mia.
Tutto questo, e MOLTO altro, viene raccontato da me alla psicologa del tribunale dei minori che mi tiene DUE ORE E MEZZO giovedì pomeriggio e, sostanzialmente, mi fa sentire capita, confermata nelle mie idee e scelte, e appoggiata. Mi si dice anche qualcosina del lavoro fatto nel frattempo con la Princi, ed è abbastanza rassicurante.
Poi ci torniamo insieme io e l’Uomo, il venerdì e sono ALTRE due ore e mezzo di colloquio, in cui si nota che per destrutturare le mie difese ci vogliono 30 minuti, per aprire una breccia nella maschera di sicura freddezza dell’Uomo ce ne vogliono 130. Praticamente solo nell’ultimissima parte del colloquio assisto affascinata al pieno trionfo della psicologa, che ha impacchettato l’Uomo in una ragnatela con le sue stesse parole e ora, con tutta serenità, gli pratica un’incisione da cui inizia a uscire la verità.
L’Uomo esce dal colloquio destrutturato alla grande, ai punti che non riesce neanche a formulare una frase intera su dove ha parcheggiato la macchina. Ma dai suoi occhi si vede che sta meglio.
Alla sera mi regalo una telefonata con la Princi. E finalmente lei trova il coraggio di mandare un messaggio affettuoso all’Uomo, come stai mi manchi ti vorrei abbracciare, e l’Uomo, udite udite, le risponde la verità, sono tanto stanco è tutto difficile mi fido della psicologa.
Mettiamola così. E’ un ginepraio di casini, ma almeno la psicologa c’è capitata davvero brava.
E forse anche noi siamo bravi, tutti e tre, forse avremo prima o poi un piccolo riconoscimento per essere sopravvissuti, tutti e tre, a questo mese.
Avvertenza: qui dentro ci sono i fatti, non i sentimenti. L’evoluzione avvenuta in me, nell’Uomo e nella Princi in queste settimane non è spiegabile in questa sede. E comunque è ancora in corso di svolgimento.
Dopo una giornata infinita e dolorosa, la sera dell’otto gennaio sono finalmente nel mio pied-à-terre di Genova, sola, e ho appena fatto un certo numero di telefonate personali, che mi hanno dato un minimo di energia, nonostante tutto.
Mi faccio forza e chiamo anche la Princi, che non sento da settimane salvo la telefonata tristissima di Natale e un sms di Capodanno (cui lei non ha risposto). Siamo autorizzati a sentirla, e lei a chiamarci, già da cinque giorni, ma non ce la siamo sentita, nessuno di noi. Le ho mandato forse uno o due messaggi, piuttosto cupi a dire il vero, facendomi un brutto autogol perché lei non ha mai risposto e io ho passato la notte a controllare il telefono.
Comunque, non ci sono santi, mio padre è morto e io glielo devo dire, di persona. Telefono. Lei lascia squillare senza rispondere. Ovviamente dopo non richiama.
Il giorno dopo arriva un sms dal Bimbominkia. Ti faccio le condoglianze per tuo papà, ti abbraccio, cuoricino. Io quasi svengo, per due ottimi motivi: il Bimbominkia sa che a casa nostra non lo vediamo niente bene, ma scrive lo stesso. E se lo sa lui, che mio padre è mancato, vuol dire che gliel’ha detto lei. Ergo, lei l’ha saputo da Santa Maria degli Orfani e non mi ha scritto neanche crepa.
Ringrazio di cuore il Bimbominkia, mentre il mio cervello elabora queste informazioni. Al che, il temerario quindicenne attacca a messaggiarmi. Che lei ci vuole bene e le manchiamo tanto ma è arrabbiata e confusa, che lei non ce la fa a fare il primo passo perché è orgogliosa, che la comunità non le fa bene e che lui vorrebbe tanto che lei stesse con noi. E non dirle che ti ho scritto per favore eh.
Risultato. Io chiamo il Bimbominkia e stiamo 40 minuti al telefono. A ricostruire che cazzo hanno combinato la notte del 16 dicembre, che passa per la testa alla Princi, che succede a noi che da “genitori affidatari” (nomignolo di fantasia, visto che i documenti, in Italia, si fanno sempre con calma) all’improvviso siamo diventati fin troppo realisticamente il signore e la signora Nessuno, e dobbiamo obbedire anche all’usciere dell’ASL e al passacarte del tribunale per ciò che riguarda nostra figlia.
Finiamo per salutarci con rispetto e gratitudine, e io, mettendo giù, resto sola con il pensiero che persino l’aborrito Bimbominkia ha più palle della Princi, che è arrabbiata (lei) e che mi lascia senza neanche un sms quando io perdo papà… alla faccia dell’arrabbiato…
Ma appena chiudo la telefonata, sotto trovo un messaggio. E’ la Princi che mi fa le condoglianze e mi dice che mi è vicina e mi vuole bene. Scrive da un telefono non suo. Io guardo l’ora, sta per entrare a scuola perché ha il pomeriggio, e le scrivo grazie, ti chiamo alla fine della scuola dopo il rosario di mio padre.
Cosa che poi faccio, corroborata da un non sono a scuola perché non sto bene (prova finale che il Bimbominkia mi ha davvero contattato di testa sua, e non era con lei che lo teleguidava per farci sapere le cose per interposta persona), chiama quando vuoi. Allora sotto gli alberi del parcheggio della casa di riposo la chiamo, rompiamo finalmente il ghiaccio, le racconto delle ultime brutte giornate, della De che è stata male, lei mi racconta dello stage, della comunità, della sua salute, chiude con ti voglio bene.
Passa una settimana e comunque lei ai messaggi, a questo punto quotidiani, che le mando, non risponde più. Finchè io le scrivo che dobbiamo sbloccare la cosa, che non possiamo rimanere così. Silenzio. Allora arrivo a scriverle: chiederò agli assistenti sociali di vederti. Ma tu vuoi vedere me?
Risposta: certo che voglio vederti.
Seguono due o tre giorni in cui:
- l’assistente sociale mi nega il permesso di vederla finchè non ho parlato con la psicologa
- mio marito mi dice che lui non vuole essere coinvolto
- la Princi prende coraggio e prova lei stessa a fissare un appuntamento
- io evito consapevolmente di parlare dell’Uomo e di parlare al plurale
- io evito consapevolmente di chiamare Santa Maria degli Orfani
- io cammino a un metro e mezzo da terra al solo pensiero di vederla
- io mi torturo perché temo che l’Uomo non voglia più saperne di lei e che io resti come già molte altre volte presa in mezzo a decisioni altrui sulla mia possibilità di avere dei figli
- io cerco di mantenere la calma, di non pressare l’Uomo che è veramente provato, e però di difendere i miei spazi, dicendo che se necessario trasformeremo il percorso da più o meno adottivo a solo affidatario e anche al singolare, ma che io non voglio lasciar perdere, almeno per parte mia.
Tutto questo, e MOLTO altro, viene raccontato da me alla psicologa del tribunale dei minori che mi tiene DUE ORE E MEZZO giovedì pomeriggio e, sostanzialmente, mi fa sentire capita, confermata nelle mie idee e scelte, e appoggiata. Mi si dice anche qualcosina del lavoro fatto nel frattempo con la Princi, ed è abbastanza rassicurante.
Poi ci torniamo insieme io e l’Uomo, il venerdì e sono ALTRE due ore e mezzo di colloquio, in cui si nota che per destrutturare le mie difese ci vogliono 30 minuti, per aprire una breccia nella maschera di sicura freddezza dell’Uomo ce ne vogliono 130. Praticamente solo nell’ultimissima parte del colloquio assisto affascinata al pieno trionfo della psicologa, che ha impacchettato l’Uomo in una ragnatela con le sue stesse parole e ora, con tutta serenità, gli pratica un’incisione da cui inizia a uscire la verità.
L’Uomo esce dal colloquio destrutturato alla grande, ai punti che non riesce neanche a formulare una frase intera su dove ha parcheggiato la macchina. Ma dai suoi occhi si vede che sta meglio.
Alla sera mi regalo una telefonata con la Princi. E finalmente lei trova il coraggio di mandare un messaggio affettuoso all’Uomo, come stai mi manchi ti vorrei abbracciare, e l’Uomo, udite udite, le risponde la verità, sono tanto stanco è tutto difficile mi fido della psicologa.
Mettiamola così. E’ un ginepraio di casini, ma almeno la psicologa c’è capitata davvero brava.
E forse anche noi siamo bravi, tutti e tre, forse avremo prima o poi un piccolo riconoscimento per essere sopravvissuti, tutti e tre, a questo mese.
venerdì 10 gennaio 2014
Straniamenti e chiarezze
Il signore pallido, con l’abito che gli sta grande, compostamente sdraiato nella bara di legno chiaro, NON E’ mio padre.
Mio padre ha le mani grandi e calde, ha gli occhi grigioverdi, lo sguardo intelligente. Mio padre, anche da invalido, ha un’espressione inconfondibile sul viso, quando pensa, e in questi giorni, in cui nemmeno parlava, io la leggevo. Mio padre è un uomo alto, elegante, che ama viaggiare per mare, sciare, studiare la storia. Mio padre è molto bello e molto vivo.
Quel signore lì che stanno caricando sul carro funebre NON E’ mio padre.
E la ragazzina che avrei tanto voluto vicino a me oggi, mentre guardavo gli uomini delle pompe funebri che maneggiavano il feretro, E’ mia figlia.
La Princi ha la pelle diversa dalla mia, ha un’età anagrafica e mentale di sedici anni e un’età emotiva di cinque, non legge, non studia, pensa in un’altra lingua. La Princi non è ancora affezionata a noi come genitori, la Princi non è nostra figlia sulla carta, non lo è nel DNA, non lo è nemmeno nelle abitudini o nell’educazione.
Ma io le ho messo in ordine la stanza e preparato gli esercizi di matematica, io le ho impilato con cura i regali di Natale che i parenti non hanno potuto darle, io oggi ho pranzato con la mia migliore amica e parlato continuamente di lei, perché io SONO sua madre.
La Princi è un problema con le gambe, la Princi potrebbe mettere in crisi tutta la nostra vita, la Princi non sta capendo gli errori che ha fatto, noi non abbiamo gli strumenti per gestire la Princi e lei non ha i mezzi per capire su che pianeta è finita. La Princi viene da un altro mondo, la Princi non è come ce l’eravamo immaginata, la Princi è pericolosa, e siamo in tempo a tirarci indietro.
Ma io queste settimane ogni santo giorno ho vissuto come se dovesse per forza tornare, come se fosse solo una pausa, come se non ci fosse altro possibile sbocco che riprendersela. Ogni giorno ho cesellato nel mio immaginario la cena che le darei e le lenzuola che le metterei e quando prenderei appuntamento con l’oculista e cosa le farei fare al pomeriggio e come mi comporterei con lei ora che so quali sono i problemi.
Ogni giorno dal 17 dicembre mi sono sentita come se respirassi con un polmone solo, come se mi mancasse un braccio. Perché io SONO sua madre e adesso, per quanto possa capire che no, non è detto che continueremo come prima, che sì, sono cambiate le carte in tavola, che no, non può essere una scelta di pancia ma dobbiamo seriamente chiederci come e se possiamo farla, questa cosa, io voglio quella ragazzina accoccolata nel letto della cameretta e la sua pelle fresca contro la mia quando ci abbracciamo e discutere con lei, stare in macchina con lei, truccarmi con lei, mangiare con lei, essere enormemente, stupendamente, disgraziatamente felice di averla lì, anche quando è un incubo.
Io però in tutto questo ho chiara una cosa sola. Mio padre non c'è più, mia figlia non c'è (più/ancora/momentaneamente), quello è/non è mio padre, lei è/non è nostra figlia, va bene: ma quell'uomo stanco e bellissimo che in questi giorni mi ha cullato come una bimba quando piangevo, quell'uomo che ogni volta che entra nella stanza mi fa venire voglia di spogliarlo integralmente e baciarlo tutto, quell'uomo che sta lottando con me e per me in tutte queste battaglie, E', senza la minima ombra di dubbio, straniamento o fraintendimento, mio marito.
E mentre questo blog è solo mio, e le sensazioni che ci scrivo sono solo mie, la decisione di essere genitori è una cosa che dobbiamo condividere io e lui, a qualsiasi prezzo, perchè solo insieme possiamo reggere la fatica e il rischio di continuare con la Princi, o il dolore e la delusione di smettere.
Non c'è altro da dire per adesso.
Mio padre ha le mani grandi e calde, ha gli occhi grigioverdi, lo sguardo intelligente. Mio padre, anche da invalido, ha un’espressione inconfondibile sul viso, quando pensa, e in questi giorni, in cui nemmeno parlava, io la leggevo. Mio padre è un uomo alto, elegante, che ama viaggiare per mare, sciare, studiare la storia. Mio padre è molto bello e molto vivo.
Quel signore lì che stanno caricando sul carro funebre NON E’ mio padre.
E la ragazzina che avrei tanto voluto vicino a me oggi, mentre guardavo gli uomini delle pompe funebri che maneggiavano il feretro, E’ mia figlia.
La Princi ha la pelle diversa dalla mia, ha un’età anagrafica e mentale di sedici anni e un’età emotiva di cinque, non legge, non studia, pensa in un’altra lingua. La Princi non è ancora affezionata a noi come genitori, la Princi non è nostra figlia sulla carta, non lo è nel DNA, non lo è nemmeno nelle abitudini o nell’educazione.
Ma io le ho messo in ordine la stanza e preparato gli esercizi di matematica, io le ho impilato con cura i regali di Natale che i parenti non hanno potuto darle, io oggi ho pranzato con la mia migliore amica e parlato continuamente di lei, perché io SONO sua madre.
La Princi è un problema con le gambe, la Princi potrebbe mettere in crisi tutta la nostra vita, la Princi non sta capendo gli errori che ha fatto, noi non abbiamo gli strumenti per gestire la Princi e lei non ha i mezzi per capire su che pianeta è finita. La Princi viene da un altro mondo, la Princi non è come ce l’eravamo immaginata, la Princi è pericolosa, e siamo in tempo a tirarci indietro.
Ma io queste settimane ogni santo giorno ho vissuto come se dovesse per forza tornare, come se fosse solo una pausa, come se non ci fosse altro possibile sbocco che riprendersela. Ogni giorno ho cesellato nel mio immaginario la cena che le darei e le lenzuola che le metterei e quando prenderei appuntamento con l’oculista e cosa le farei fare al pomeriggio e come mi comporterei con lei ora che so quali sono i problemi.
Ogni giorno dal 17 dicembre mi sono sentita come se respirassi con un polmone solo, come se mi mancasse un braccio. Perché io SONO sua madre e adesso, per quanto possa capire che no, non è detto che continueremo come prima, che sì, sono cambiate le carte in tavola, che no, non può essere una scelta di pancia ma dobbiamo seriamente chiederci come e se possiamo farla, questa cosa, io voglio quella ragazzina accoccolata nel letto della cameretta e la sua pelle fresca contro la mia quando ci abbracciamo e discutere con lei, stare in macchina con lei, truccarmi con lei, mangiare con lei, essere enormemente, stupendamente, disgraziatamente felice di averla lì, anche quando è un incubo.
Io però in tutto questo ho chiara una cosa sola. Mio padre non c'è più, mia figlia non c'è (più/ancora/momentaneamente), quello è/non è mio padre, lei è/non è nostra figlia, va bene: ma quell'uomo stanco e bellissimo che in questi giorni mi ha cullato come una bimba quando piangevo, quell'uomo che ogni volta che entra nella stanza mi fa venire voglia di spogliarlo integralmente e baciarlo tutto, quell'uomo che sta lottando con me e per me in tutte queste battaglie, E', senza la minima ombra di dubbio, straniamento o fraintendimento, mio marito.
E mentre questo blog è solo mio, e le sensazioni che ci scrivo sono solo mie, la decisione di essere genitori è una cosa che dobbiamo condividere io e lui, a qualsiasi prezzo, perchè solo insieme possiamo reggere la fatica e il rischio di continuare con la Princi, o il dolore e la delusione di smettere.
Non c'è altro da dire per adesso.
lunedì 6 gennaio 2014
Bel bilancio, non c'è che dire
E
venne l'ultimo giorno delle più disastrate vacanze di Natale mai
viste.
Bilancio.
Siamo entrati in queste ferie con: la Princi riportata di peso in
comunità dopo il suo grave colpo di testa, mio padre in fin di vita,
il cane con un occhio glauco e gonfio. Usciamo da queste vacanze con:
la Princi in comunità, mio padre in fin di vita, il cane senza un
occhio.
Il
periodo intermedio si divide in due. Prima del 2 gennaio, e dopo il 2
gennaio.
Inizialmente
c'è stata solo la sensazione, fin troppo ovvia, che un uragano di
sfiga in buona parte assolutamente gratuito si fosse appena abbattuto
sulle nostre spiagge, e che fosse impossibile decidere le priorità
da cui ripartire, in mancanza di un'unità di crisi funzionante.
Questo è stato vero soprattutto per le prime giornate, in cui l'Uomo
doveva ancora occuparsi di Hastiwood e io ero appena stata
paracadutata di nuovo nell'incubo dell'andare e venire dal letto di
mio padre al resto della mia vita.
Poi,
almeno, io e l'Uomo eravamo insieme. E allora, prima del 2 gennaio,
abbiamo fatto del nostro meglio per essere noi stessi la nostra unità
di crisi, assumendo il mio metodo: eliminare più cose possibile,
ridursi all'osso, curare la sopravvivenza da un'ora all'altra.
Devo
dire che, dopo anni di manrovesci della sorte, soprattutto per quanto
riguarda la salute di mio padre, sono abbastanza capace di cogliere i
segnali di cedimento e prevenirlo, o tamponarlo se è inevitabile. Da
cui le mie asserzioni, come: “Io non posso portare il cane a farsi
operare. Perchè devono TOGLIERLE UN OCCHIO e io sono sicura che
questa cosa per me sarà il colpo di grazia, con quello che già vedo
ogni giorno in casa di riposo. Io non posso occuparmi di lei dopo
l'intervento, perchè adesso per come sono messa già non mangio e
non dormo, non posso anche svenire ogni volta che deve fare
un'iniezione. Io NON VOGLIO essere presente quando questa cosa
succede.”
Non
penso che per l'Uomo sia stata una passeggiata, ma alla fin fine è
andata proprio così: io sono rimasta a Genova a reggere mia madre
che reggeva mio padre, lui è andato a Asti e ha retto intervento e
convalescenza del cane. Io non ho sbroccato, lui nemmeno. Il cane è
senza un occhio ma sta bene, e l'unica cosa che non ha funzionato è
stata la decisione di lasciarla dormire sul divano. Butteremo via il
divano, perchè, altro che di pipì di cane, il cuscino su cui ha
dormito odora di pipì di cane imbottito di anestetico. Ma tanto
dovevamo cambiarlo, e all'Ikea ci sono i saldi.
Il
2 gennaio sono successe le seguenti cose: mio padre è quasi
soffocato, il cane è stato operato e dalla comunità ci hanno fatto
sapere che possiamo riprendere a sentire e vedere la Princi.
Così
c'è stato il dopo: mio padre ha avuto una strana e terribile
ripresa, direi la terza o quarta da quando siamo entrati in questa
situazione.
Mia
madre, nel vedere la crisi di soffocamento e poi la ripresa, ha
sbarellato, e come darle torto.
Il
cane ha dormito due giorni, sorvegliato a vista dall'Uomo che cercava
malamente di rimediare al danno sul divano.
Io
ho vissuto 24 ore di intensa e profonda speranza, data dalla
comunicazione che potevamo sentire la Princi. Salvo accorgermi che,
tutto sommato, avrei di gran lunga preferito che chiamasse lei. E
che, telefonandole io, non avrei saputo cosa dire di diverso da “come
stai?/c'è qualcosa che vuoi dirmi?” che sono le mie battute tipo
di inizio telefonata da quando è successo tutto il casino. E finchè
lei risponde di no alla seconda domanda, per me il discorso può solo
arenarsi.
Così
ho posticipato, prima motivazione: la sera in cui me l'hanno detto
venivo dalla giornata più pesante di tutte. La sera dopo ero sola e
invece volevo prima parlarne con l'Uomo. E infine, la terza e quarta
sera ero con l'Uomo, ma nessuno dei due se l'è sentita. Oggi ho
finalmente chiamato Santa Maria degli Orfani. Come preludio a
chiamare la Princi. Credo.
Non
è facile prendere la decisione di chiamarla. Non è facile perchè
non siamo sicuri di cosa può capire lei, da questa iniziativa. Non è
facile perchè siamo in due e nessuno dei due vuol compromettere
l'altro facendo o dicendo una cosa nella quale l'altro non si
rispecchia. Non è facile perchè, essenzialmente, siamo davanti ad
un bivio: dichiariamo fallimento e torniamo alla nostra vita di
prima, o ci facciamo coraggio e riproviamo a fondare una famiglia con
lei. E non siamo sicuri di cosa ce la sentiremo davvero di scegliere.
Domani
però si ricomincia, si ricomincia tutto: la scuola, i contatti con i
servizi sociali, gli affari, gli impegni. Il cane ha finito il ciclo
di iniezioni, mio padre è sempre lì, a volte più di là che di
qua, a volte più di qua che di là, mia madre sembra sia tornata in
trincea, ed è giorno feriale. Non ci sarà modo di rimandare
ulteriormente molte cose che ho detto a tutti di fare senza di me in
questi venti giorni. E sarà necessario anche andare avanti con
progetti a lungo termine, pur sapendo che da una settimana all'altra
è praticamente impossibile fare previsioni, perchè prima o poi
verrà sconvolto tutto, da un altro crollo di mio padre, da un altro
crollo di mia madre, da una decisione dei servizi sociali, o da una
perdita di tempo dei servizi sociali, da una frase della psicologa o
della Princi o mia o dell'Uomo o della mia preside che, lo sappiamo
tutti, spera nemmeno troppo segretamente che io torni dalle ferie
orfana di padre, così non deve darmi altri permessi familiari.
Alla
fin fine mi sembra di poter solo andare avanti ora per ora.
Con
le poche e sconfortanti informazioni che ho da Santa Maria degli
Orfani a proposito della Princi, di come sta, di cosa fa, di cosa
dice, francamente, non so se riportare la sua presenza nelle nostre
vite adesso sia una buona cosa, per noi e per lei. E questo, purtroppo, si deve decidere, senza viverselo ora per ora, ma scegliendo se rischiare o no.
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